Las Patronas, semi di lotta e speranza

Acqua, riso, fagioli, banane. Infilati dentro semplici buste di plastica in modo da poter essere lanciati a chi viaggia come clandestino con la Bestia, il treno merci che percorre tutto il Messico fino agli Stati Uniti. Non c’è bisogno di essere persone molto speciali per fare quello che facciamo noi, dicono. Eppure la loro bellissima storia è conosciuta in tutto il mondo. Sono più di vent’anni che Las Patronas, alcune donne messicane della località di Guadalupe (La Patrona), nello Stato di Veracruz, offrono rifugio e cibo ai migranti nella piccola mensa allestita a pochi metri dai binari. Sulla Bestia salgono persone che arrivano dal Centroamerica quasi sempre piene di sogni che invece subiscono molto spesso violenze di ogni genere. Vengono derubate, ferite, mutilate, uccise. A quelle vittime, colpevoli solo di conservare la speranza, devono chiedere scusa tutti i messicani, ha detto il vescovo Raúl Vera Lopez, celebrando l’anniversario di quella sorta di rito inventato da Doña Leo Vazques, la prima delle Patronas. A quelle donne coraggiose, per niente speciali, dobbiamo dire che hanno il merito di aver mostrato nel secondo millennio che aiutare chi ne ha bisogno è un aspetto del sentirsi umani ben più importante che sentire proprio il territorio di uno Stato. Alle splendide immagini di Ester Medina che ce le fa vedere, dobbiamo dire molte grazie
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di Ester Medina, Juan León García*

La mattina una vita normale. Il pomeriggio una vita improvvisata.

La giornata comincia con la colazione e la scuola dei bambini. Dopo pranzo viene il momento di dare da mangiare agli altri “bambini”: quelli e quelle di centinaia di madri centroamericane che “non sanno dove vanno i loro figli”. Le Patronas si preoccupano di ricordare tanto a “ragazzini” come a “laureati in legge” che non sono soli durante questo viaggio di 8 mila chilometri che attraversa tutto il Centroamerica.

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I migranti che sono su quel treno sono nostri fratelli, e stanno soffrendo. Non c’è diritto in questo”, denunciano le Patronas.

“Non esistono frontiere, non ci sono colori e razze. Rispettiamo tutte le religioni. Qui esistono solo la fratellanza e l’amicizia”, ci ricorda Norma Romero, coordinatrice delle Patronas. E’ venuta in Spagna perché lei e le sue compagne, con 20 anni di attività, sono state candidate al premio Princesa de Asturias per il loro lavoro in tema di diritti umani.

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Le Patronas si fanno carico di tutto il processo per preparare le borse di cibo, dal raccogliere il pane che avanza nei supermarket alla separazione

Forse Norma è arrivata al momento giusto. Proprio quando in Europa ci siamo dimenticati delle parole citate qui sopra. Quando per poter passare è importante proprio la religione, la “razza”, il luogo da cui si proviene.

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La preparazione del cibo comporta molto tempo per selezionarlo, cucinarlo e metterlo nelle borse, Molte volte si prepara fuori dalla cucina per la gran quantità di borse che vengono distribuite

Oggi ascoltiamo che ci sono “rifugiati (siriani)” e “immigrati (subsahariani)” che attraversano le varie frontiere della Fortezza Europa, mentre Norma parla solo di “persone”.

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Leonila Vázquez, più nota come Doña Leo, è la madre di diverse donne che fanno parte de Las Patronas. E’ stata lei a cominciare insieme alle figlie.

Fa anche riferimento al loro status e alla causa della maggior parte delle migrazioni del pianeta: “Sono poveri”. Adesso l’Europa sta pensando di destinare circa un miliardo di euro ai paesi africani per frenare il flusso migratorio, secondo il Wall Street Journal. Si dice che sia per incoraggiare la cooperazione dei paesi d’origine nel rimpatrio dei propri cittadini.

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Julia aspetta con le borse in mano l’arrivo dei vagoni con i migranti per distribuire

In un periodo di crisi economica come questo il concetto di cooperazione allo sviluppo sembra un tabù. Quello che fanno Norma e le sue compagne con i passeggeri del treno conosciuto come “il treno della morte”––o “quella Bestia”, come lo chiama Norma –si avvicina di più al senso comune, che fa parte delle politiche di cooperazione.

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Il treno de La Bestia è noto per portarsi via la vita di migliaia di migranti, oltre che per il gran numero di persone che vengono mutiliate e aggredite e di donne violentate

“Non è possibile che il governo non abbia lavoro da offrire ai giovani e la criminalità organizzata sì” commenta Toña, una madre angosciata dalla situazione di milioni di giovani sudamericani, centroamericani e messicani che sono obbligati a lasciare i loro paesi per sfuggire alla fame e allo sfruttamento. Sono giovani che mettono in gioco tutto quello che hanno con la speranza di trovare una vita migliore, in un viaggio che molte volte ha un esito sconosciuto.

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Rosa Romero, madre di famiglia, dà una borsa a un migrante salito sulla Bestia

Essere mutilati, drogati, sfruttati e anche assassinati sono alcuni dei rischi che affrontano uomini, donne, bambini e famiglie intere. Questo viaggio li mette di fronte ad un sistema corrotto e gestito da pochi dove a perdere sono sempre gli stessi.

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Nel treno viaggiano anche ragazzi minorenni non accompagnati e perfino donne in stato di gravidanza, oltre a famiglie intere in fuga dalla fame e dalla violenza che c’è nei loro paesi

“Non dimentichiamo le donne!”. E’ la richiesta di una donna domenicana in questa sala piena di gente che vuole conoscere e ascoltare La Patrona. Le dinamiche migratorie, infatti, sono particolarmente dannose per le donne: in generale esse costituiscono quasi il 50% dei più di 200 milioni di persone che migrano nel mondo. Nei loro viaggi, se viaggiano sole–e questo è ciò che accade normalmente–sono particolarmente vulnerabili: molte si vedono costrette ad offrire il proprio corpo in cambio di una certa sicurezza. Si tratta di scegliere fra essere violentate o no. Nella rotta migratoria verso il “sogno americano” che Norma, per disgrazia, conosce bene, le donne sono meno. Meno nelle cifre e anche meno visibili.

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I bambini che vivono a pochi metri dai binari conoscono Las Patronas e sono un riferimento di allegria e speranza

Norma interrompe per qualche giorno la sua routine per continuare a parlare di questi “ragazzi”. Lascia le colazioni e le merende in borse sul bordo dei binari. Per Las Patronas essere madri è una vocazione, e fra poco Norma tornerà alle sue due vite: quella normale e quella improvvisata.

 

 

Tutte le foto sono di Ester Medina, straordinaria fotoreporter andalusa che collabora con Diagonal

Fonte: Diagonal Periodico

Traduzione per Comune-info: Michela Giovannini

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9 Risposte a “Las Patronas, semi di lotta e speranza”

  1. Laura Fano
    8 ottobre 2015 at 12:29 #

    Splendido

  2. Patrizia Losito
    8 ottobre 2015 at 12:30 #

    Mi inchino…

  3. Maria Grazia Giordano
    8 ottobre 2015 at 12:38 #

    C’è una semplicità nella solidarietà e nella condivisione che a volte emerge, ne fa una pratica di quotidianità, di concretezza, di stile di vita. Una cosa “normale” di profonda, essenziale umanità.

  4. Donatella Donati
    8 ottobre 2015 at 14:07 #

    Sono grata a queste donne e a te, Comune, che ce le hai mostrate.

  5. Emanuela Bussolati
    8 ottobre 2015 at 14:09 #

    Esempi da imitare, dopo averli capiti nel profondo della loro semplicità.

  6. Mariagrazia Adami
    8 ottobre 2015 at 22:22 #

    Tutti dovrebbero seguire l’esempio di queste grandi donne!

  7. Patrizia Esposito
    10 ottobre 2015 at 10:15 #

    Aiutare si può…

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  1. Solidarietà | castellilettere I.C. Via delle Carine - 9 ottobre 2015

    […] foto di Las Patronas […]

  2. Tratto da www.comune-info.net … una storia di solidarietà e una lezione di vita | La BioSporta - 9 ottobre 2015

    […] Clicca qui per leggere il resto dell’articolo su http://www.comune-info.net […]

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