La mia maestra è un po’ svampita

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di Manuela Salvi*

All’inizio si ipotizzò che la mia maestra fosse un po’ svampita.

Metteva sempre Bravissima ai miei temi, eppure quando mia madre andava a leggerli, trovava un sacco di errori.

La prima volta pensò che la maestra fosse distratta.

La seconda pensò che magari non vedeva bene, visti gli occhiali che portava.

La terza le telefonò per capire come mai non sottolineasse gli evidenti errori di grammatica che facevo nei miei temi. E lei le rispose:

“Signora, non lo faccia. Sua figlia quando scrive ha una grande fantasia, scrive di getto e con entusiasmo, se le facessimo notare gli errori potrebbe bloccarsi. Così invece si correggerà da sola man mano che studieremo la grammatica, senza perdere il piacere della scrittura”.

11539022_1154919974529012_2596850623505825777_oQuella maestra è diventata nel tempo una di famiglia, presente in ogni occasione speciale come una nonna saggia a cui dobbiamo tanto.

I suoi Bravissima mi hanno sproporzionatamente aiutata a non perdere il piacere della scrittura. Al punto che la scrittura è diventata la mia vita.

E io spero che questa storia possa servire a tanti adulti che hanno paura degli errori dei bambini.

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* Autrice di libri di letteratura per ragazzi, tra cui “Nei panni di Zaff”, di recente messo all’indice dal sindaco di Venezia; “E sarà bello morire insieme” un best seller che forse sarà presto al cinema; e “Nemmeno un bacio prima di andare a letto, un romanzo sulle baby squillo. La pubblicazione su Comune è stata autorizzata dall’autrice

http://comune-info.net/prodotto/ci_vuole_il_tempo_che_ci_vuole/.

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Il quaderno Ci vuole il tempo che ci vuole è scaricabile qui

DA LEGGERE

“Possiamo cambiare la scuola senza bisogno che un ministro ce lo venga a dire o a imporre”. Gianfranco Zavalloni, maestro, pensava che la riforma della scuola si potesse fare tutti i giorni nelle classi, avendo consapevolezza e speranza. Una grande lezione di autonomia per chi vuole cambiare il mondo smettendo di delegare ai governi e agli Stati quel che possiamo fare da soli. In un bel ricordo di Educazione Democratica, l’allegria e il piacere di educare in una scuola lenta, non competitiva, capace di riscoprire la manualità e il contatto con la terra. Abbiamo appena cominciato a capire, forse, quel che continua a insegnarci, ora che non c’è più, il maestro Zavalloni

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8 Risposte a “La mia maestra è un po’ svampita”

  1. valentina
    12 luglio 2015 at 11:35 #

    Anche io ho avuto una professoressa di liceo così. E la ringrazio ancora adesso. Ricordo un avvenimento in particolare. Compito a sorpresa di storia (IV liceo) non avevo studiato molto e mi innervosii (con lei non tolleravo essere impreparata, solo con lei, lo dico per correttezza perché chi era a scuola con me sa che tutto sono stata meno che un’alunna semplice). Questo compito a sorpresa lo trovai di un’ingiustizia forte sopratutto per il mio orgoglio. Mi venne in mente di non seguire affatto le domande ma di inventare un racconto. Narrava di una bambina che in tribunale doveva difendersi dal giudizio dei più grandi che non capivano i suoi punti di vista. Il giudice aveva molta somiglianza fisica con la mia prof non a caso… La corte accusò la bambina che venne portata via tra urla e strattoni (se ci ripenso mi viene da ridere).

    Qualche giorno dopo ci fu la consegna dei compiti in classe. La professoressa Dianella era alla cattedra con il suo solito silenzio e gli occhialini sul naso. Comunicava i risultati pubblicamente con un filo di voce e sempre con un sorriso (i suoi voti erano molto “stretti” e un 7- 71/2 con lei era una boccata d’aria fresca). Tizio 6+, Caio 7-… Guastini … alzò lo sguardo da sopra gli occhiali, mi mandò una stilettata palpabile nell’aria che ci divideva ma non abbassai lo sguardo. Guastini, ripeté, 7 e mezzo. E andò avanti. Quando mi fu consegnato il compito lo trovai lindo. Non una correzione ma un messaggio in fondo a penna rossa: “Sono chiamata ad essere “giudice” del tuo percorso, non perché mi venga imposto, ma perché io possa guidarti ad apprendere. Le tue capacità a volte giudicano anche me. La seduta è tolta“.

    L’ho guardata, lei ha sentito la mia ricerca e mi ha restituito lo sguardo, ci siamo sorrise. Appena appena perché lei era così. Niente di eclatante nei movimenti, tutto piccolo, morbido e sommesso. Un universo nascosto e sussurrato di competenza. L’unica in grado di contenere con l’interesse la mia gioventù impazzita.

    Le ho scritto molte volte, l’ultima quando è nata Ada. Negli anni passati con lei ho imparato quasi tutto quello che so di letteratura. Per piacere personale poi ho solo approfondito. Ma una cosa mi ha insegnato fortemente: a calarmi nei panni delle persone, l’empatia. E tutto, non lo dimenticherò mai, partì da una lezione sulla mamma di Manzoni, Giulia Beccaria, e le numerose chiavi che teneva appese al vestito mentre si aggirava per casa, depressa, con il figlio Alessandro, piccolo e affidato alla balia. Se mi concentro, ricordo ancora il rumore di quelle chiavi.

    valentina g., maestra

    • Paola
      12 luglio 2015 at 12:19 #

      Bellissimo il tuo racconto. Sono un’insegnante. Spero di essere sempre ispirata e capace, per i miei alunni, di costruire ponti e non di tagliare strade.

  2. Margherita Frison
    12 luglio 2015 at 12:50 #

    Due bellissimi racconti, che ben ci fanno capire che a volte è meglio aggirare il problema e prenderlo da altre vie possibili per cercare di correggerlo, senza far vivere insuccessi ai bambini e ai ragazzi perchè questi creerebbero più danni che benefici. Quando una persona vede che una cosa le riesce male e viene “criticato” o riceva giudizi negativi, di sicuro poi non la farà più volentieri. Perchè si va ad intaccare la motivazione. Grazie a Comune e a Valentina Guastini.

  3. Anna Maria
    14 luglio 2015 at 15:04 #

    Non posso fingere di non aver letto! Ho amato la scuola e l’amo anche da pensionata, ma quando ero alle elementari (purtroppo in una scuola privata gestita da suore) ho sofferto troppo per gli interventi drastici delle suore-maestre e soprattutto il fatto che ci imponevano di studiare a memoria i bei temi pubblicati nei giornalini scolastici. Credo che sin da allora ho mirato a fare l’insegnante, ma in maniera diversa, scoprendo il vero metodo didattico.
    Devo riconoscere che non avrei saputo sorvolare sugli errori come nella storiella presentata, mi sarebbe piaciuto; tuttavia so che ho evitato di creare complessi.
    Complimenti!

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