Gli angeli non abitano più la periferia

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di Gruppo di lavoro Dottorato Dicea *

Per l’urbanistica e l’architettura, come discipline del “moderno”, generalmente il termine progetto è associato ad un’attività regolatrice e di configurazione dello spazio, prodotta “dall’alto” che, in virtù di una competenza esperta, sarebbe in grado di risolvere i problemi della città e dell’urbano. L’organizzazione e la pianificazione dello spazio, operate tanto dall’urbanistica quanto dall’architettura, si sono così spesso configurate come espressioni di una visione zenitale dello spazio, riducendo i luoghi a funzioni, rapporti geometrici e cubature edificate o edificabili.

Per gli organizzatori della sessione* il progetto va piuttosto inteso come un processo di interazione sociale. Pertanto, non è progetto solo quanto viene deciso, immaginato, costruito dall’alto, ma, piuttosto, esprime progettualità ogni azione che interviene nel modificare la città, i suoi spazi e l’uso che se ne fa; le pratiche urbane, siano esse pratiche ordinarie, espressione dell’abitare quotidiano, oppure azioni collettive organizzate ed intenzionali, oltre ad una geografia di valori e significati, esprimono una forte progettualità, ovvero una capacità di agire e trasformare, e dunque abitare un territorio. Si vuole, poi, porre in discussione l’idea che il recupero o la riqualificazione delle periferie possa passare solo attraverso interventi o politiche di “ricucitura” o di “rammendo”.

Il carattere strutturale delle periferie della città globalizzata impone ben altre politiche, di carattere radicale, che affrontino il problema del modello di sviluppo e dell’organizzazione complessiva delle città. Infine, siano esse luoghi di assenza di progetto, ovvero territori abbandonati, di scarto, di accumulo di funzioni “indesiderate”, oppure, nel caso dei quartieri di edilizia pubblica, luoghi di cristallizzazione dell’iper-progetto, espressione di un’epoca storica e di un’ideologia dell’intervento esperto-risolutore, le periferie contemporanee sono oggi luoghi dell’assenza del progetto pubblico e delle istituzioni, e dove è venuta meno la mediazione politica. Al tempo stesso, vedono sorgere al proprio interno progettualità molteplici, con fini eterogenei e plurali.

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Nella periferia registriamo una proliferazione di movimenti, comitati e di associazioni locali, ma anche pratiche non organizzate che si occupano della riqualificazione urbana, della questione abitativa, delle condizioni di vita nei propri quartieri, ecc. (leggi anche Una città pubblica diversa di Carlo Cellamare, ndr). Si moltiplicano esperienze di autorganizzazione urbana, che spesso implicano anche forme di riappropriazione degli spazi, siano essi edifici abbandonati e dismessi, luoghi pubblici, terreni incolti, o altro. Roma in particolare è da questo punto di vista un luogo particolarmente ricco di progettualità prodotte dal basso, tanto che possiamo considerare la capitale una città per buona parte “autoprodotta”, soprattutto nei territori più periferici.

Da un lato, dunque, il fermento delle pratiche in periferia genera nuove progettualità, attraverso la produzione di servizi auto-organizzati in maniera collettiva e la riattivazione e gestione innovativa di spazi e di diritti ad essi connessi; al tempo stesso il proliferare di pratiche diverse ed estremamente eterogenee solleva tuttavia una serie di criticità e ambiguità:

Come determinare se e quali pratiche siano in grado di generare esiti pubblici e quali altre invece generano dinamiche esclusive ed escludenti? È necessario dotarsi di criteri per “valutare” la positività delle pratiche urbane in termini di produzione di azioni che possano dirsi pubbliche o piuttosto porre l’attenzione sulla qualità dei processi innescati dalle pratiche stesse?

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Se è vero che le progettualità del basso sono parte integrante del progetto di trasformazione della città è anche vero che, in maniera paradigmatica nel caso delle periferie, l’assenza delle istituzioni sui territori costituisce oggi un problema di grande rilevanza. Come, dunque, far sì che la necessaria attenzione che va riposta nella rilevanza delle pratiche dal basso non si trasformi in una “delega permanente” che, liberando le istituzioni dalle loro responsabilità, gravi esclusivamente sui cittadini? Come fare sì, in altri termini, che le istituzioni possano tornare nei territori in maniera intelligente e “sensibile”, ovvero come parte, insieme ai cittadini, dei processi di interazione sociale che generano progetto?

Ed è ancora possibile pensare uno spazio per politiche di ripensamento della città che vadano al di là del “rammendo”, che ridiano cittadinanza alle periferie? Come il progetto esperto, dunque il progetto di architettura ed urbanistica, può trovare modalità attraverso cui relazionarsi con la molteplicità di esperienze prodotte dal basso? Quale ruolo e quali caratteristiche può assumere in relazione alle progettualità auto-prodotte? Attraverso quali forme può farsi dimensione dinamica in grado di stimolare un’interazione continua tra istituzioni e territori? È possibile ripensare una politica a parte da questa interazione?

Per sollecitare e completare la discussione, la sessione si propone di attivare l’intervento tanto di una rete cittadina di “esperienze dal basso” che variamente coinvolgono e si sviluppano sui territor i“periferici”, quanto di esempi interessanti di collaborazione tra pratiche dal basso ed istituzioni.

Dottorato in Ingegneria dellArchitettura e dell’Urbanistica

* Queste riflessioni saranno parte di una due giorni di discussione promossa dala Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale intiolata Gli angeli non abitano più qui. Una lettura della periferia romana da parte della Ricerca (giovedì 7 e venerdi 8 maggio 2015, via Eudossiana 18, Roma)

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