Il clima ha bisogno di diritti umani

Clima

di Francesco Martone

GINEVRA – Le trattative tra delegazioni governative della Conferenza Onu sui Mutamenti Climatici riunite a Ginevra iniziate domenica scorsa continueranno fino a venerdi, e già si profila un nuovo appuntamento ad aprile prima della scadenza di maggio quando dovrà essere pronto un testo-bozza che poi sarà negoziato da giugno fino alla conferenza di Parigi COP21.

I delegati procedono paragrafo per paragrafo, alla revisione del testo uscito dalla COP20 di Lima, finanze, adattamento, mitigazione, obiettivi generali, trasferimento di tecnologie, trasparenza, capacity-building. Per chi chiede che il prossimo accordo sul clima riconosca un approccio fondato sui diritti umani è stata diffusa l’altro giorno una piattaforma sostenuta da 240 Ong e movimenti, mentre poco prima la Fondazione Mary Robinson aveva organizzato un incontro informale con varie delegazioni ed associazioni – va registrato un passo in avanti.

Da Lima era uscita una proposta di testo che riconosceva la centralità dei diritti umani, dei diritti della Madre Terra, del diritto allo sviluppo e dei diritti dei popoli indigeni, frutto delle proposte incrociate di alcune delegazioni, Bolivia e Filippine in primis. Un piccolo passo verso la giusta direzione, ma non sufficiente. È importante che tutto il tema dei diritti umani, incluso quello dei diritti dei popoli indigeni sia collocato nelle parti di testo “operative”, ossia che si riconosca che uno degli obiettivi dell’accordo sarà quello di applicare un approccio fondato sui diritti umani ad ogni politica e programma climatico. In poche parole, riconoscere che i cambiamenti climatici portano alla violazione di diritti umani, sociali e ambientali, e che ogni misura di adattamento e mitigazione dovrà rispettare tali diritti.

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Quindi nessun landgrabbing per biofuel, o per dighe ad esempio, e accesso a risorse finanziarie per l’adattamento e la mitigazione per quelle comunità locali e popoli indigeni “vittime” ma anche portatori di “soluzioni” al climate change. Qui a Ginevra è stato registrato un importante sviluppo: Unione Europea, Bolivia, Cile, Messico, Uganda, Norvegia con sfumature diverse hanno chiesto che nella parte relativa agli obiettivi dell’accordo di Parigi si riconosca il tema dei diritti umani, il rispetto della conoscenza tradizionale, i diritti dei popoli indigeni. La strada per Parigi è ancora lunga, ma ora c’è qualcosa di definito su cui lavorare. Nel frattempo a Bruxelles, al Parlamento Europeo e nella Commissione Agri a breve si discuterà un “report” sulle foreste.

Per chi chiede che l’Unione Europea si impegni ad adottare un piano di azione contro la deforestazione nei tropici (l’Unione per sua stessa ammissione è il principale importatore d deforestazione “inclusa” in prodotti quali palma da olio, carne, cuoio, soya, biofuel) va sottolineato un dettaglio importante: nella bozza di “report” della Commissione AGRI si fa riferimento a tale impegno, la cui importanza era stata già riconosciuta nel 5o programma di azione sull’ambiente dell’Unione.

Ora commissione Agri e Parlamento dovranno approvare il testo come primo passo per far pressone sula Commissione affinché si attivi, e attraverso un piano contro la deforestazione, fondato su un approccio di diritti e il riconoscimento dei diritti alla terra, risorse e territori dei popoli indigeni, contribuisca alla riduzione di emissioni di gas serra, e alla mitigazione del climate change, attraverso la “riforma” delle filiere di prodotti da foreste tropicali. Un tema che ai negoziati sul clima venne fortemente osteggiato guarda caso da Brasile e Indonesia, tra i principali produttori di soia, legname e palma da olio.

Per approfondire: www.climaterights.org

 

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