Oltre le savane urbane

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di Pietro Elisei*

L’unica percettibile capacità presente sul territorio di Roma, almeno negli ultimi dieci anni, sembra esser quella di non centrare mai i veri problemi della città, le motivazioni che li fondano e le cause che li trasformano nei sollevamenti popolari, come quelli avvenuti nel complesso abitativo del Morandi presso il quartiere di Tor Sapienza. Si tratta di una responsabilità diffusa, non si può attaccare e mettere alla berlina solo l’attuale classe politica, molte responsabilità delle stato del profondo abbandono di intere periferie romane deve esser condiviso con le classi dirigenti presenti nelle istituzioni (Comune e Regione in primis), con i consulenti e professionisti troppo spesso poco informati e pronti a proporre solo soluzioni convenzionali e ripetitive.

Soluzioni non rispondenti alla vera domanda che proviene dai cittadini che vivono nei molti quartieri off limits della periferia romana. Gli eventi accaduti al Morandi sono la sconfitta del “modello Roma”. Un sistema che non è più in grado di dar priorità alle vere necessità presenti alla scala urbana e metropolitana, ma soprattutto un sistema “disintegrato”, dove ogni frammento risponde non a logiche di strategie inter-istituzionali, a visioni strategiche per uno sviluppo sostenibile coerente e condiviso, ma rispondono a “gruppetti di potere” radicati in correnti politiche, spesso in conflitto tra di loro, ma non per idee/ideologie, ma per ragioni di spartizione dei pochi (se ne potrebbero avviare di più) finanziamenti e investimenti che si riescono ad attuare: piccoli poteri locali parrebbe basati su logiche partitocratiche.

Un sistema che non riesce a vedere e a dare risposte strutturate alle “emergenze reali” è la rappresentazione di un apparato in profonda crisi. È necessario, prima di tutto, cambiare le logiche interpretative nella lettura della città: la periferia non è solo un luogo distante da un centro, ma una condizione esistenziale complessa, dove molti fattori entrano in gioco, e può essere ovunque nella città (ma l’unica istituzione romana che ha colto benissimo questo punto usualmente si occupa di questioni meno territoriali, meno terrene, per esser più precisi).

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Balcone a colori centro culturale morandi Tor Sapienza

Parliamo di povertà urbana

Dove ricominciare? Come uscire da questa stagnazione di idee, azioni e costruzione di prospettive? Le risposte non sono semplici, ma nemmeno trascendentali. Partiamo dalle tante periferie centrali e marginali. A Roma, in particolare nei quartieri dove i fenomeni di esclusione sociale sono maggiormente esasperati, esiste un evidente fattore critico: una diffusa povertà urbana. Una povertà costituita da diverse componenti. Come minimo sono da tenere in conto l’aspetto economico-finanziario (le persone sono indebitate e il mercato e la politica non riescono a far fronte alla domanda dei disoccupati esasperati), l’aspetto culturale e conoscitivo (le capacità dei residenti in queste aree sono difficilmente spendibili, non esistono politiche di accompagnamento all’accettazione delle diversità), l’aspetto sociale-relazionale (questi quartieri sono isolati fisicamente e le loro reti relazionali con la città, e gli eventi che giornalmente la caratterizzano, sono flebili e frammentate).

In questo dominio “periferia”, in questa consolidata e consistente sacca di povertà, si innescano le guerra tra poveri, dove chi ci rimette è il più ultimo di tutti, che spesso coincide con l’immigrato appena arrivato o lo zingaro, ma se esistesse qualcuno più ultimo sarebbe questo la vittima, indipendentemente dalla sua storia, cittadinanza o colore. L’assenza di politiche urbane in queste aree, ma anche la negligenza di altre tipologie di politiche, che continua a protrarsi, ha portato queste aree ad essere delle “savane urbane”. Ed ogni qualvolta che accade un fatto drammatico, c’è subito qualche parassita, in questo caso principalmente politici, che si affretta a banchettare sulle carcasse dei malcapitati. A tutta questa disumanità va data una risposta strutturata. Alle tante banalità declamate last second da tanti politici in questi giorni, e alle altrettanti bugie apparse in molti articoli pubblicati anche su giornali “rispettabili”, va opposta una risposta che abbia un respiro finalmente strategico, soluzioni che sappiano armonizzare scelte di prospettiva con le azioni che dovevano esser fatte ieri.

Partecipazione

Il progetto RE-Block, ma soprattutto la metodologia Urbact, applicata nel quartiere di Tor Sapienza, ha proposto una metodologia per cominciare a rigenerare sia gli aspetti materiali che quelli immateriali: un approccio integrato, con forti elementi strategici, che definisce le azioni da intraprendere, attraverso un processo inclusivo e partecipato, e questo è quello che è stato fatto al Morandi insieme alle associazioni locali di quartiere negli ultimi due anni. Un approccio integrato richiede la partecipazione nel processo di più livelli di governance territoriale, per questo abbiamo tentato, e siamo riusciti ad attivare diversi assessorati (ambiente, periferie, urbanistica), il municipio locale.

L’unico grande assente l’Ater (con loro non si è riusciti ad attivare nessun dialogo con la nostra iniziativa). Gli assessorati coinvolti hanno manifestato interesse, e i rispettivi rappresentanti hanno partecipato ad una riunione nel Morandi (marzo 2014) alla quale erano presenti associazioni e cittadini del Morandi, non tutti, ma sicuramente i più attivi e propositivi. In quel momento la lista di progetti da attuare, concordata con i cittadini, attraverso l’accompagnamento degli esperti dell’Università di Tor Vergata (tra i quali lo scrivente), e validato da un pool di esperti internazionali (gli esperti delle altre città partner di RE-Block) è stata resa nota.

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Da qui si deve ripartire. La buona volontà della politica locale c’è stata (anche se potevano essere un po’ più veloci e perspicaci), perché gli assessorati coinvolti, e maggiormente quello per l’urbanistica, hanno mostrato interesse e atteggiamento propositivo, ma tutto si è arginato di fronte alla farraginosità del sistema istituzionale romano. Il dialogo tra Comune, Regione e ministeri competenti per le politiche e le strategie urbane (qualora sia mai esistito questo dialogo, credo che ognuno vada per conto suo) non ha partorito quel contesto che possa definire come investire i fondi 2014-2020 nelle aree urbane.

I programmi operativi della Regione Lazio non contemplano quegli strumenti, proposti dalla Commissione Europea per l’attuazione nel 2014-2020, che potrebbero aiutare molto la risoluzioni delle  questioni urbane aperte sul tavolo dell’area metropolitana romana. Mi riferisco alla grande opportunità che in questo momento sta vivendo Roma, da una parte la definizione, il passaggio verso l’area metropolitana, dall’altra la possibilità di usare i nuovi strumenti integrati, e place based, proposti dalla Commissione Europea, come i CLLD (Community Led Local Development: sarebbero ideali per la rigenerazione urbana di molti quartieri), e gli ITI (Integrated Territorial Investment: sarebbero ideali per disegnare un quadro di sviluppo strategico della nuova area metropolitana e lanciare progetti chiave, anche di livello infrastrutturale). Nel Lazio per il 2014-2020 non è contemplato l’uso di questi strumenti. Qui si deve riavvolgere il nastro e risistemare i documenti strategici regionali e nazionali preparati, perché così come sono ora non aiutano molto la causa delle città, e delle tante, troppe periferie.

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Si deve uscire da questo autolesionismo politico-istituzionale, o semplicemente incapacità. Incapacità di leggere un territorio e di proporgli delle direttrici di sviluppo sostenibile e coerente, in grado di rilanciare quell’occupazione, che è proprio la richiesta proveniente dai quartieri di Roma in crisi, ma anche da quella parte della popolazione che per ora resiste, ma che non ha una vita facile in questo momento. Il Morandi è un campanello di allarme, speriamo sia ascoltato. Noi ricercatori siamo stati presi per Cassandre, ma avevamo visto lungo, ora il suggerimento palese che diamo, anche alla luce dei fatti accaduti, è quelle di tornare a considerare le opportunità di cui sopra. Ai momenti di crisi segue sempre una fase di rinascita, ma occorre un pensiero forte, politici coraggiosi e istituzioni preparate e organizzate, consulenti e professionisti meno servi e più innovatori… si può fare.

*Urbanista Coordinatore e co-designer del progetto RE-Block
ISOCARP (International Society of City and Regional Planners) Vice President
URBACT Thematic Expert and International Expert in Urban Regeneration Policy Design
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