Usciamo fuori a disegnare

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Un laboratorio di Michele D’Ignazio al centro “Insieme” di Scampia, Napoli

 

Storia di una matita (Rizzoli) di Michele D’Ignazio, libro segnalato al Premio Letteratura ragazzi di Cento e finalista al Premio Biblioteche di Roma, ha ora una sorella: Storia di una matita a scuola (Rizzoli), di cui pubblichiamo qui di seguito un paragrafo. Un’irruzione nell’universo dell’apprendere, per dirla con Gustavo Esteva, per imparare ad imparare, per scoprire la ricchezza della creatività e del fare scuola fuori dalle aule.

 

di Michele D’Ignazio*

Michele D'Ignazio_A scuolaUn rumore ruppe il silenzio. Veniva dalla finestra. Era come se qualcuno bussasse gentilmente al vetro, richiamando l’attenzione della classe. Ma l’aula era al secondo piano: non poteva essere una persona, a meno che non sapesse volare.

No, era un uccello, che toccava e ritoccava il vetro.

– Oh oh! – fece la piccola Carla.
Tutti si fiondarono alla finestra. Anche il maestro Lapo si avvicinò ad ammirare.

L’uccello andava avanti e indietro. Di tanto in tanto, per riposarsi, si poggiava sul cornicione.

– Apriamo, facciamolo entrare! – disse Matilde.
– No! Scapperà! – obiettò Dario.
– Che uccello è? – chiese Sabrina.
È un pettirosso! – rispose Filippo. E tutti lo guardarono un po’ straniti. Lui che non parlava mai, aveva aperto bocca.
– Ha ragione, ha il petto dipinto di arancione – esclamò Carla.
Allora, si dovrebbe chiamare pettiarancione!
– Il freddo lo avrà sbiadito…
– È vero, come fa a star là fuori, non sente freddo?
– Beh, solitamente appaiono in primavera, ma la fioraia mi ha detto che il freddo sta per finire… – disse Lapo.

Il pettirosso, senza preavviso, dal cornicione fece un salto nel bianco della nebbia e scomparve alla vista dei bambini.
– Oh… – fecero in coro, dispiaciuti.
Lo spettacolo era finito.
Ma qualcosa accadde.
La nebbia si aprì, come un sipario.
E così la 4a B, che rimaneva in punta di piedi affacciata alla finestra, premendo i nasi sul vetro appannato, vide apparire sotto di loro il grande cortile della scuola.
Uno spiazzo di cemento, deserto, come il parcheggio di un grande supermercato in un giorno di ferie.
– Scendete mai in cortile? – chiese Lapo.
– No! – fu la risposta, decisa.
– E perché?
– Dicono che è pericoloso…
– C’è la strada vicina e il cancello è aperto.
– Se cadiamo ci facciamo male.

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Immagine tratta dalla pagina facebook di Matita Lapo

Mentre tutta la classe osservava il cortile, con aria di mistero, Carla girò lo sguardo verso Lapo, che se ne stava in silenzio, pensieroso.
Gli altri maestri avrebbero confermato.
– Eh sì, è proprio pericoloso lì fuori.
Oppure:
– La preside non vuole, tornate ai vostri banchi.
E invece Lapo non diceva niente.
Si stava alzando un mormorio, quando Carla gridò:
– Usciamo fuori!
– Per fare cosa? – chiese Tommaso, spaventato.
– Per disegnare – insisté Carla, sempre più decisa.
Si levò un’ovazione, un sì con la ì prolungata:
– Sìììììììììììììììì!
– Sì, andremo a disegnare, ma non sui fogli… – disse il maestro Lapo. E si immaginò come avrebbe reagito la preside a quella idea. Male, sicuramente.
– Signor Lapo, lei deve insegnare! Non si deve muovere dalla cattedra, quello è il suo posto. E i bambini devono rimanere seduti ai loro banchi.
E cosa le avrebbe risposto?
Boh!

In quei pochi secondi in cui si era soffermato a pensare, i bambini erano già schizzati fuori dalla classe. Solo uno era rimasto incollato alla finestra: Tommaso.
– Io non posso uscire. I miei genitori me lo proibiscono. Se lo faccio, mi scopriranno, perché di sicuro mi prenderò un malanno.
– Tommaso, stai tranquillo, sarà solo per pochi minuti. E poi è uscito il sole. Non lo vedi?
La luce iniziava ad entrare in classe e raggiunse Tommaso, mentre gli altri bambini in corridoio facevano un gran baccano.
Lapo doveva sbrigarsi a convincerlo, altrimenti tutti si sarebbe accorti di quella specie di evasione.
Tommaso iniziò a tremare.
– Tremi di freddo?
– No, di paura…
– Ho cambiato idea, Tommaso. Tu rimarrai qua. Perché mi ero dimenticato un dettaglio importante: c’è sempre bisogno di qualcuno che osserva dall’alto, per veder meglio ciò che accade. Da quassù, vedrai tutto benissimo. E quando risaliremo, potrai dirci cosa abbiamo fatto bene e cosa abbiamo sbagliato. Tommaso sembrò rasserenarsi.
– Va bene?
– Va bene… – disse Tommaso, con voce bassa e occhi semi chiusi.
– Allora, all’opera!

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E mentre Lapo chiudeva la porta, Tommaso poggiò i gomiti sul davanzale, sorresse la sua faccia un po’ sconsolata e osservò fuori. Non era mai stato solo, in classe.

Ad attenderlo fuori la porta, Lapo trovò Pamela. Era un po’ pallida e non si muoveva. Tutti gli altri avevano già imboccato le scale. Pamela gli tese una mano e insieme, affrettando il passo, raggiunsero il baccano:
– Sshhhhh! – fece Lapo, portandosi l’indice alla bocca – Fate silenzio, altrimenti ci metteremo nei guai.
– Sshhh!
– Prima di uscire, volevo chiedervi: cosa vi piacerebbe disegnare?
– Un campo da calcio – disse Paolo.
– Un mare! – fece Matilde.
– Un teatro enorme – fece Sabrina.
– Tutte belle idee – disse Lapo – però… pensiamo a qualcosa che si possa realizzare all’interno del cortile. Ad esempio: di un campo di calcio potremmo disegnare una porta.
– Uhm… ci sto! – fece Paolo.
– Un teatro enorme diventa un piccolo palcoscenico.
– E va bene, mi accontento – disse Sabrina, col muso che si allungava un po’.
– Un mare! Un mare sarebbe bellissimo. Ma potremmo partire disegnando una fontanella.
– E delle panchine – aggiunse Matilde.
– E degli alberi – disse Filippo – con attaccate delle casette per gli uccelli.
– Giusto. Se non fosse per il pettirosso, saremmo tutti in classe. E tu Dario?
– Io disegnerò una libreria infinita piena di diari segreti.
– E dove li troviamo tutti questi diari segreti?
– Li scrivo io!
– E va bene! Adesso tutti fuori, ma prima…

Lapo prese la sua valigetta, con due semplici click la aprì e balzarono fuori tanti pastelli di colori diversi. Furono prontamente afferrati e portati in cortile, pronti a lasciare il segno. Dal pastello viola di Sabrina, venne fuori un bel palcoscenico. Da quello verde di Filippo, degli alberi con delle casette in legno. Da quello azzurro di Matilde, una fontanella da cui sgorgava acqua fresca. E delle panchine per potersi sedere. E una porta di calcio rossa. E uno scivolo molto ripido di colore giallo. E…

– Dario, che disegni? Hai cambiato idea?
– Sì, mi sono ricordato che una mattina, passeggiando al parco con mamma, ho visto un orto pieno di verdure… allora mi sono messo a disegnare un orto come quello.
Ed ecco che dalla mano di Dario venivano fuori dei pomodori grandi come palloni di calcio e delle carote così belle che ogni pupazzo di neve le avrebbe desiderate come naso. Dalla sua fantasia, sbucò improvviso un piccolo albero di ciliege.

– Tutti questi frutti… d’inverno? – chiese Lapo, grattandosi la testa.
– Ma se hai detto che la primavera sta per arrivare.
– Uh!
Lapo ebbe un sussulto.
Tommaso!
Se n’era quasi dimenticato.
Alzò lo sguardo. Alla finestra non c’era.
Dove era finito?
Con lo sguardo rivolto verso l’alto, osservò le finestre, ma non lo vide.
– Mannaggia… – sussurrò.
Ma proprio in quel momento sentì una manina che gli tirava i pantaloni.
Era Tommaso!
Aveva gli occhi lucidi e tremava ancora, ma era fuori, nel cortile.

Non fece neanche in tempo a dirgli “bravo!” che sentì un urlo provenire dall’interno della scuola. Era rivolto proprio a loro:
– Sta arrivando la preside. Veloci, cancellate tutto! – gridò il bidello.
– E come si fa?
– Impossibile.
– Abbiamo disegnato troppe cose!
– Aiuto!
Tutta la classe rientrò nella scuola, percorse i corridoi a gran velocità, salì le scale e in men che non si dica si ritrovarono in classe. Ma in quel piccolo lasso di tempo, il sole aveva abbandonato il cortile e tutta la città. Era stato sostituito da una nuvola nera, minacciosa e carica di pioggia. Bastarono pochi secondi e cadde una goccia. Poi un’altra. E un’altra ancora. Tuc Tuc Tuc Tuc Tuc Tuc Tuc Tuc Tuc Tuc Tuc Tuc Tuc

La 4a B guardò tutta la scena dalla finestra.
La pioggia stava cancellando i disegni dal cortile.
La preside se ne stava sulla soglia del portone, impietrita. Non si spinse fuori, perché ormai era un pantano. Ma qualcosa di quei disegni, la vide.
Scosse il capo.
– Che pastrocchio! – sussurrò. E se ne tornò in ufficio.

 

A questo link, altri estratti: http://storiadiunamatita.wordpress.com/a-scuola/

Qui invece l’adesione di Michele D’Ignazio alla campagna 2014 di Comune “Ribellarsi facendo” (Mi ribello giocando con le parole) e un suo articolo sul maestro Gianfranco Zavalloni (Vita e matita di Gianfranco Zavalloni).

DA LEGGERE

Apprendere facendo

Abbiamo bisogno di ragionare sul senso ultimo della scuola. Servono domande difficili, pensiero critico, creatività, spazi dove mettere in comune ogni giorno sguardi diversi sul mondo. Si tratta di diffondere le occasioni dell’apprendimento nel rapporto con gli altri, la città, il tempo, creare quelle che Ivan Illich chiama “trame dell’apprendimento

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