Clima. Cosa aspettiamo ancora?

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di Alberto Castagnola

Nelle prime due settimane di dicembre si è svolto (a Lima) in sede Onu (Cop 20, Conferenza delle parti), summit per definire tra i 192 paesi aderenti il primo trattato vincolante di interventi diretti a risolvere i drammatici problemi del cambiamento climatico. La base del dibattito è stato il quinto rapporto dell’Ipcc, ormai ufficialmente riconosciuto dall’Onu, che richiede massicci interventi da parte di tutti paesi per ridurre le emissioni che danneggiano il clima del pianeta e per eliminare le produzioni che causano i meccanismi di danno.

L’aspetto finora quasi ignorato in Italia è quello del tempo necessario per tali interventi, talmente ravvicinato che avrebbe già dovuto vedere in funzione decisive politiche governative e diffuse prese di posizione da parte delle imprese e degli enti locali. Invece in Italia sembra che il problema non esista, e praticamente inesistenti sono state le reazioni politiche ai pochi articoli che la stampa ha dedicato a questo argomento potenzialmente catastrofico.

Cosa dice il rapporto Ipcc su questo aspetto? In pratica sostiene la necessità di procedere a massicci investimenti per la riduzione delle emissioni specie di Co2 e la eliminazione delle produzioni più inquinanti entro il 2030, ma con una forte concentrazione negli anni fino al 2020, per poter incidere in misura sostanziale fin dall’inizio sui processi di eliminazione, riduzione e riconversione. Il rapporto parla di molti miliardi di dollari, ma sottolinea che i costi sarebbero molto inferiori a quelli derivanti dai danni ambientali e che ogni anno di ritardo aumenterebbero in misura più che proporzionale le cifre occorrenti per invertire il corso dei gravi processi in atto nella biosfera.

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Cosa dovrebbero fare i governi è ormai abbastanza chiaro, specie distinguendo tra paesi più inquinanti, quelli che non dovrebbero affrontare oneri rilevanti perché hanno già apportato modifiche significative alle loro strutture produttive e quelli che sono solo vittime di meccanismi di inquinamento dipendenti da imprese o politiche di altri paesi.

Alcune fonti hanno addirittura evocato le mobilitazioni e le trasformazioni strutturali imposte dalle guerre, ma è certo che si dovrebbero avviare in tempi strettissimi e con strategie ben definite una serie di interventi improntati alla massima urgenza. Forse in Italia si dovrebbe evitare di puntare su carrozzoni ed agenzie che nella maggior parte dei casi non hanno dato buona prova; coordinare tra loro il personale competente di due o tre ministeri dovrebbe essere sufficiente a creare una task force motivata e non burocratizzata; i fondi necessari dovrebbero essere controllati in tutti i loro percorsi ad evitare distorsioni e corruzioni; il governo e il parlamento dovrebbero considerare effettivamente prioritari gli interventi inseriti in una visione strategica ben articolata; l’apporto di altri paesi e dell’Unione Europea potrebbe rivelarsi essenziale per evitare errori e duplicazioni inutili e che renderebbero più difficile e costoso il rispetto dei tempi.

Scorrendo i documenti ufficiali e i migliori testi in materia si potrebbero facilmente indicare da subito alcune azioni che dovranno sicuramente essere realizzate. Ad esempio il risparmio energetico spinto in tutte le imprese, gli enti pubblici e le famiglie; la eliminazione più rapida possibile dell’utilizzo del carbone; la eliminazione dei prodotti chimici più dannosi per il terreno e la salute umana; l’uso razionale e senza sprechi delle risorse idriche; la salvaguardia delle risorse forestali e il ripristino delle zone boschive con una riforestazione non ispirata agli usi industriali immediati; l’eliminazione degli scarichi pericolosi nei corsi d’acqua e nei mari; la rinaturalizzazione dei fiumi e dei torrenti che minacciano le zone abitate e così via.

Sempre restando nel campo degli esempi di interventi per i quali è difficile avere delle esitazioni, basta scorrere le più recenti notizie internazionali per individuare in un gran numero di paesi una strategia di azione insieme necessaria e improcrastinabile. In Cina, ad esempio, dove l’utilizzo del carbone è ancora estremamente diffuso, non si può dimenticare che ancora nel 2012 sono stati 670mila i morti per l’utilizzo del carbone: secondo i ricercatori di Pechino le micro particelle inquinanti hanno portato a decessi prematuri causati da infarti, cancro ai polmoni, malattie cardiovascolari e ostruzione polmonare cronica.

Un altro dato molto significativo è contenuto in un articolo di Luca Manes sul ruolo delle banche nel finanziamento delle imprese che estraggono carbone. Le banche analizzate in uno speciale rapporto di Fast Track sono 92 e nel 2013 hanno erogato crediti per 66 miliardi di euro; nel periodo 2005-2013 sono stati complessivamente concessi a tali imprese ben 373 miliardi di euro. È evidente che finché il settore potrà contare su questi interventi finanziari una importante componente inquinante continuerà a incidere in misura molto rilevante sul cambiamento del clima.

Il 2015 dovrebbe a rigore costituire un punto di svolta, poiché il mondo politico, sotto la pressione di eventi climatici sempre più gravi e di scadenze internazionali sempre più vincolanti, dovrebbe finalmente decidere di affrontare in modo concreto la situazione ambientale e le conseguenze sociali da essi determinate. Forse a gennaio i movimenti dovrebbero avviare campagne di denuncia e proposta a livello degli eventi che incombono.

 

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