Uccidono la relazione alunno docente

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di Comitato Scuola pubblica di Siena

Dal diario di una maestra: “Io voglio una riforma che mi parli di schiere di bambini che cantano, passeggiano, che scoprono insieme la vita, la sua matematica e la sua poesia, la sua musica, i suoi abitanti fragili e meno fragili. Una riforma che liberi dal monitoraggio e dai quiz continui, che mi dia tempi e strumenti, spazi da frequentare ed abitare, senza i “lacciuoli” delle circolari e dell’orrendo registro elettronico, che fa attendere i miei alunni gli toglie il mio sguardo. Voglio una riforma che ridia fiato alla fantasia, all’individualità e ai tempi di ciascun bambino, che non mi costringa a diventare una burocrate perfetta…” Ci sembra che in questo brano “vero” di diario siano condensate tutte le motivazioni che ci portano a respingere il piano Renzi che, con un linguaggio roboante e populista, pretende di dettare le linee guida del nuovo modello di scuola pubblica, stravolgendone l’impianto costituzionale e democratico, con una parificazione tra scuole statali e scuole private.

In tutto il piano, gli assenti – e non a caso – sono gli studenti: bambini e adolescenti che dovrebbero stare al centro della “buona scuola”, nel rispetto della loro personalità in crescita.

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Siamo a un bivio cruciale ed epocale: si tratta di scegliere tra la scuola disegnata dalla Costituzione, accessibile a tutti ed inclusiva, e una “scuola azienda” dove le scelte didattiche e la relazioni educative saranno piegate principalmente a logiche produttive
che porteranno, anzi stanno già portando, ad una discriminazione degli alunni in base alla classe sociale e alla capacità di seguire i ritmi artificiali imposti. Le scelte didattiche sono inevitabilmente condizionate quando gli insegnanti sanno che ogni momento della giornata scolastica, controllata dall’alto, assume un valore numerico da registrare immediatamente, mentre la vera azione didattica sta nella flessibilità del rapporto delicatissimo fra alunno ed insegnante, nel capire l’evolvere continuo di questo rapporto,non quantificabile con un test Invalsi o con un voto.

Il lavoro dell’insegnante sta proprio nell’entrare in contatto con questo mondo di menti pensanti e non, come tuona il piano Renzi, di “produttoridigitali”. Immersi in una rete tecnologica e valutativa rischiano, se non conformi al modello prestabilito, diperdere per sempre fiducia in se stessi e amore per laconoscenza non premiata. E tutti: alunni, insegnantie scuole, sotto la cappa della competitività indotta dalla ricerca di una buona valutazione che si tradurrà in finanziamenti pubblici e sopratutto privati….

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Il piano Renzi infatti, si auspica di “attrarre sulla scuola molte risorse private” e di fornire maggiori risorse pubbliche alle scuole private. Siccome le valutazioni e i finanziamenti saranno trasparenti, nessuno si è posto il problema dalla parte delle famiglie, che naturalmente cercheranno di accaparrarsi le scuole e gli insegnanti più accreditati. E chi riuscirà a occupare i posti migliori e con quali mezzi? La risposta è ovvia. Pensare che esiste già una proposta di legge di iniziativa popolare (Lip, leggi anche Ti raccontiamo cos’è la Lip, ndr) presentata per la prima volta alla camera nel 2006, che persegue i principi costituzionali del pluralismo culturale, dell’unicità e del valore della scuola statale, della laicità e che va in direzione nettamente contraria al piano Renzi. Una legge regolarmente presentata in Parlamento a fronte di un documento che sa di marketing mediatico e propagandistico, a cui gli insegnanti devono rispondere online, attraverso un questionario.

Ritorniamo al diario della nostra maestra… “La riforma renziana è un inno alla velocità, al digitale, alle discipline utili per entrare nel mondo del lavoro in una continua ansia di prestazione, in un’esasperata misurazione di competenze e di apprendimenti strutturati tramite esercizi e verifiche. Per noi, invece, la priorità è una riforma che sappia stimolare la ricerca costante di un metodo che ha come obiettivo la trasmissione dell’amore e dell’interesse per la conoscenza e la profondità di sguardo che consente lo sviluppo di una capacità critica. Non una scuola che, in base alla riforma Renzi–Giannini, si preoccupa soltanto di far correre cavalli addestrati per dare lustro a qualcuno e valutati secondo “il merito”. Io non comprendo come si faccia ad appassionarsi ad una riforma tarata su un continuo valutare, prima di aver capito cosa significhi educare oggi per far fronte alla dispersione, questa sì drammatica, delle esigenze degli alunni. Io so che per dare strumenti culturali a un ragazzo affinché si costruisca solide basi per ragionare sul mondo e sul futuro della sua vita, ci vuole un insegnante umile, collaborativo, consapevole che i suoi alunni vanno, oggi più di ieri, stimolati a fare esperienza di terra, di aria, di fuoco, di acqua, con le mani, con i cinque sensi (leggi il dossier Apprendere facendo, ndr), a descrivere ciò che fanno, guidati dall’attenzione costante dell’adulto che dovrebbe, per avere vero merito, dedicarsi soltanto ad ascoltarli, ad appuntarsi regressi e progressi, ad accoglierli”.

 

Questo articolo fa parte del numero speciale di novembre di Granello di sabbia, mensile on line curato da Attac, e dedicato all’aziendalizzazione della scuola (qui scaricabile in pdf).

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5 Risposte a “Uccidono la relazione alunno docente”

  1. Eleonora Branchetti
    8 novembre 2014 at 10:34 #

    A leggere questo articolo mi viene da dire che oggi la vera crisi non è economica ma di valori umani, manca il contatto di sguardi, la condivisione di intenti, la voglia di stare insieme e crescere insieme… alunno-insegnante-genitore-comunità.

    Bisogna ribellarsi tutti insieme alle riforme inutili, alle regole che tolgono amore e passione per l’insegnamento, che tolgono sempre più dignità e uguaglianza tra le persone, regole che creano tensioni, conflitti, competizione. Parliamo tanto di pace e noi cosa facciamo per realizzare questa pace tutti i giorni?

  2. Nino Borrelli
    8 novembre 2014 at 11:02 #

    Il paradosso che la cultura, cioè la capacità delle trasmissioni del sapere che generano il benessere, venga estromessa dai luoghi preposti, mediante una pianificazione efficientistica. Questo è lo stato delle cose.

  3. letizia
    9 novembre 2014 at 02:32 #

    Si deve imparare la disobbedienza civile; io la applico da tempo, lavoro con i ragazzi e non mi preoccupo minimamente di mettere in pratica le supposte “riforme” che da circa quindici anni ci stanno rincorrendo, a cominciare dalle prove invalsi di cui si preoccupano tanto i colleghi; mi hanno risposto che bisogna somministrarle. e se non lo facessimo? dico tutti?

  4. Stefania Barberis
    9 novembre 2014 at 20:10 #

    Insegno in una scuola professionale e quest’anno sono veramente desolata tra le classi che sono sempre più impegnative e … socialmente molto problematiche, i dirigenti scolastici che ti guardano e non ascoltano le richieste degli insegnanti, i mezzi che sono sempre meno (esempio: due anni che non abbiamo più lo sportello dello psicologo) soprattutto per quelle attività che migliorerebbero la relazione alunno – docente e così via. Però ci sono i tablet, comprati già tre volte perché abbiamo subito tre furti e quindi i soldi da qualche parte ci sono….

    E poi c’è la riforma che pesa come un macigno, che corrode anche l’entusiasmo più vero e sincero, che metterà i docenti l’uno contro l’altro per accaparrarsi un aumento di stipendio (da fame) e non premierà coloro che, malgrado tutte le difficoltà dell’insegnamento, continueranno a stare fisicamente nelle classi a lavorare!

    Ecco io quest’anno , per la prima volta in 19 anni di insegnamento (ho iniziato del 1995 con tre ore di supplenza annuale, ora sono abilitata, specializzata e di ruolo) ho pensato di cambiare lavoro e non perché non amo più il mio lavoro, ma perché so già che io non sarò in grado di insegnare e nel contempo di entrare nella percentuale di docenti lecca…. per accaparrarmi l’aumento di stipendio. E lo stipendio – miseria attuale e in attesa di scatti (da anni) non mi basta. Ho una figlia da mantenere.

    Aldilà del mio caso credo che molti docenti siano comunque avviliti dal trattamento che dobbiamo subire da PARTE OGNI GOVERNO. E DALL’ATTUALE SOPRATTUTTO.

  5. Susanna
    11 novembre 2014 at 08:16 #

    Sono una mamma e sono d’accordissimo che nel piano siano assenti – imperdonabilmente – gli studenti che dovrebbero stare al centro della “buona scuola”, nel rispetto della loro personalità in crescita e che vada stimolato il loro pensiero critico.
    Allora ritengo che gli studenti sappiano riconoscere i buoni insegnanti, quelli che si mettono al loro fianco e non in cattedra, che pur con mille problemi sanno trasmettergli il loro entusiasmo per la conoscenza.
    Allora dobbiamo prevedere che il giudizio degli studenti, espresso come classe e motivato, sia ascoltato e conti qualcosa nella valutazione del docente.
    Questo elemento è assente sia nella buona scuola che nella legge di iniziativa popolare e, a mio avviso non si può parlare di partecipazione se ai soggetti interessati non viene data la possibilità di esprimersi.

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