La questione urbanistica e il capro espiatorio

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di Enzo Scandurra, Piero Bevilacqua, Antonio Castronovi, Roberto Sardelli, Paolo Berdini,

La que­stione urbana delle grandi città, la que­stione delle peri­fe­rie — bal­zata oggi agli onori della cro­naca nazio­nale con gli epi­sodi di Tor Sapienza — rischiano di diven­tare i nuovi incubi dei governi degli anni a venire sovrap­po­nen­dosi tra­gi­ca­mente alla crisi eco­no­mica in corso e pro­du­cendo una miscela esplo­siva dalle con­se­guenze imprevedibili.

Quando le que­stioni si fanno com­plesse da ana­liz­zare per ritardi sto­rici, per defi­cit di ana­lisi, inca­pa­cità o altro e quando le solu­zioni non sono a por­tata di mano, c’è un mec­ca­ni­smo effi­cace che mette quiete le coscienze: la ricerca del capro espia­to­rio. Ce lo ha inse­gnato la sto­ria; sull’argomento tanto ha scritto l’antropologo e filo­sofo fran­cese René Giscard. È il mec­ca­ni­smo attra­verso il quale si iden­ti­fica irra­gio­ne­vol­mente in una per­sona (o in un gruppo) la causa respon­sa­bile di tutti i pro­blemi non risolti, quasi sem­pre con l’obiettivo nasco­sto di evi­tare di affron­tare le vere cause o i veri respon­sa­bili. Que­sta volta il ruolo di capro espia­to­rio è toc­cato al mal­de­stro e incauto Marino sulle cui spalle sono state fatte cadere tutte le respon­sa­bi­lità di un disa­stroso declino delle con­di­zioni urbane di Roma che per­dura in realtà sot­to­trac­cia da anni.

La per­sona si pre­senta adatta al ruolo: fuori dalle lob­bies poli­ti­che, non romano, uomo che prende da solo deci­sioni che le regole del poli­ti­ca­mente cor­retto vor­reb­bero che fos­sero invece con­cer­tate con gli appa­rati, per­sona che non riscuote par­ti­co­lari sim­pa­tie dei media. Pec­cato che in altre grandi città ita­liane, gover­nate da sin­daci eletti fuori dalle con­sor­te­rie poli­ti­che e per espressa volontà popo­lare, come Doria a Genova, Pisa­pia a Milano, De Magi­stris a Napoli, le cose non vadano poi così diver­sa­mente, tanto che è più che lecito chie­dersi se il declino urbano delle grandi città non sia piut­to­sto da ricer­care ben più in alto o ben più in pro­fon­dità. Per­ché alle varie anime del Pd romano non par vero di poter indi­care il capro espia­to­rio di quanto acca­duto nel sin­daco Marino, e cosi rimet­tere in moto la vec­chia mac­china clien­te­lare, men­tre a sini­stra, si denun­cia — non certo a torto — il mon­tare dell’intolleranza xeno­foba, che offre var­chi di con­se­gna agli impren­di­tori poli­tici della paura, sem­pre attivi nella destra ita­liana. In realtà i fatti degli ultimi giorni meri­tano uno sguardo non solo meno stru­men­tale e rav­vi­ci­nato, ma soprat­tutto più ampio e generale.

Quando dopo il quin­di­cen­nio di governo delle sini­stre (Rutelli prima e Vel­troni dopo), venne can­di­dato per la seconda volta al ruolo di sin­daco della capi­tale lo stesso Rutelli, la sini­stra rimase atto­nita dalla scon­fitta subita cui con­tri­bui­rono pesan­te­mente gli abi­tanti delle peri­fe­rie, quelli che un tempo veni­vano chia­mate «le cin­ture rosse, lo zoc­colo duro del Pci». Tanto che il medio­cre Ale­manno rimase lui stesso incre­dulo per il con­senso rice­vuto che gli per­mise di salire al colle del Cam­pi­do­glio. Le fan­ta­sma­go­rie del cosid­detto «Modello Roma» (il Pil urbano al 4.5%, Roma come loco­mo­tiva d’Italia, Roma come Bar­cel­lona, Dubai…), ave­vano fatto velo a un cre­scente disa­gio delle con­di­zioni di vita nelle peri­fe­rie tanto che in quei tempi riscosse un certo suc­cesso media­tico la parola «risen­ti­mento» per espri­mere lo stato d’animo degli abi­tanti. Risen­ti­mento per essere stati lasciati soli al loro destino, risen­ti­mento per avere il Pd abban­do­nato ogni lavoro sul ter­ri­to­rio (sman­tel­la­mento di tutte le sezioni di par­tito che tanto ave­vano sto­ri­ca­mente con­tri­buito alla for­ma­zione di una eman­ci­pa­zione delle coscienze). Pochi e ina­scol­tati furono coloro che ten­ta­rono di spie­gare come i «suc­cessi» di Vel­troni non ave­vano alcun riscon­tro in que­sti luo­ghi lon­tani dal cen­tro dove, invece, si con­ti­nuava a cemen­ti­fi­care oltre ogni ragio­ne­vole misura, creando nuove e mostruose peri­fe­rie urbane.

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L’approvazione del Piano Rego­la­tore Gene­rale, alla fine del man­dato Vel­troni, non segnò una inver­sione di ten­denza rispetto al pas­sato: il blocco degli immo­bi­lia­ri­sti con­ti­nuava quasi indi­stur­bato a deci­dere per Roma uno svi­luppo ancora inso­ste­ni­bile con la com­pli­cità di appa­rati ammi­ni­stra­tivi e politici.

La disfatta di Ale­manno è tutta a suo «merito», la sini­stra non c’entra; il sin­daco ex squa­dri­sta, eletto «a sua insa­puta» dal moto di risen­ti­mento pro­fondo con­tro la sini­stra, tra­scorse il suo man­dato tra gaffe e inef­fi­cienza ma ciò nono­stante il Pd non aveva più la forza per imporre al ruolo di sin­daco un uomo del suo appa­rato. Così che Igna­zio Marino, il «mar­ziano», l’uomo fuori dal gioco delle con­sor­te­rie poli­ti­che cat­turò il favore del popolo romano che di pro­fes­sio­ni­sti della poli­tica non ne voleva più sen­tir par­lare. Que­sto, in breve e sche­ma­ti­ca­mente per spie­gare la pre­senza di un sin­daco mai accet­tato dalla gran parte del Pd e tanto più avverso per aver scelto per­so­nal­mente molti uomini (e donne) della sua giunta.

Ma sono state la crisi eco­no­mica e le poli­ti­che comu­ni­ta­rie ad aver ulte­rior­mente aggra­vato una situa­zione già di per sé esplo­siva. Le con­di­zioni di ulte­riore e pro­gres­sivo impo­ve­ri­mento della popo­la­zione delle peri­fe­rie hanno aggra­vato le con­di­zioni di vita delle per­sone favo­rendo il dif­fon­dersi di atti­vità cri­mi­nali, spac­cio della droga, infil­tra­zioni camor­ri­sti­che. A ciò si aggiunge l’insostenibile con­di­zione di disoc­cu­pa­zione che affligge i gio­vani spesso arruo­lati in atti­vità di spac­cio e micro­cri­mi­na­lità. Le poli­ti­che neo­li­be­ri­ste hanno creato disu­gua­glianze feroci pro­du­cendo una lotta dar­wi­niana per la soprav­vi­venza così che sono sal­tati tutti i vin­coli di soli­da­rietà che in pas­sato si sta­bi­li­vano tra per­sone povere, tra per­sone che strin­ge­vano patti di mutua col­la­bo­ra­zione e coo­pe­ra­vano per sopravvivere.

Poi c’è la spen­ding review che favo­ri­sce la sven­dita ai pri­vati dei ser­vizi che i comuni non sono più in grado di garan­tire o la cui fun­zio­na­lità comun­que com­por­te­rebbe sacri­fici sotto forma di tasse tale da ren­dere impo­po­lare l’amministrazione che pra­ti­casse tale obiet­tivo. Molte ammi­ni­stra­zioni inol­tre, per fare cassa rila­sciano con­ces­sioni a edi­fi­care senza badare molto alle con­se­guenze urba­ni­sti­che e a quelle del con­sumo di suolo, o ai dis­se­sti idro­geo­lo­gici: ogni minuto in Ita­lia scom­pa­iono quat­tro­cento metri qua­drati di suolo coperti dal cemento. Il rila­scio di con­ces­sioni ad edi­fi­care è diven­tato uno dei prin­ci­pali modi di repe­rire denaro ali­men­tando una bolla immo­bi­liare simile a quella che pro­vocò la crisi ame­ri­cana dei sub­prime. L’immobiliare, afferma Tocci, è stato il pro­se­gui­mento della finan­zia­riz­za­zione con altri mezzi, con la com­pli­cità di molte archi­star che valo­riz­zano ter­ri­tori con i loro oggetti sra­di­cati dai luo­ghi e in linea con l’immaginario globale.

Roma ne è esem­pio con lo sta­dio del nuoto a Tor Ver­gata rima­sto uno sche­le­tro nel deserto o con la costo­sis­sima Nuvola che divora immense risorse finan­zia­rie per non par­lare del ven­ti­lato pro­getto di costruire un nuovo sta­dio in un’area a rischio idro­geo­lo­gico a Tor di Valle in barba al Piano Rego­la­tore e al buon senso con discu­ti­bili cri­teri di pre­sunta uti­lità pub­blica. Meglio sarebbe se il sin­daco desi­stesse da que­ste ini­zia­tive sba­gliate e ripren­desse invece il dia­logo con la città che lotta e che sof­fre come pure fati­co­sa­mente sta pro­vando a fare con gli abi­tanti di Tor Sapienza distin­guendo fra le buone ragioni delle pro­te­ste dei cit­ta­dini romani e le stru­men­ta­liz­za­zioni dei nuovi bar­bari ed inqui­na­tori della coscienza civica.

In que­sto qua­dro deso­lante arri­vano a col­mare la misura gli immi­grati con tutto il loro carico di pene e sof­fe­renze, mai accolti come si dovrebbe da parte di una città vera­mente capi­tale e uti­liz­zati a scopo elet­to­rale da pro­pa­gande di segno oppo­sto. Così che diven­tano anch’essi i capri espia­tori di tutti i mali pro­dotti dal neo­li­be­ri­smo. Paghiamo il prezzo di anni di assue­fa­zione al pen­siero unico che esalta la com­pe­ti­ti­vità, il con­su­mi­smo, la cre­scita ad ogni costo, l’individualismo pro­prie­ta­rio. Ideo­lo­gie che hanno len­ta­mente avve­le­nato la nostra vita quo­ti­diana riu­scendo a far brec­cia in cia­scuno di noi.

È da qui che biso­gna ripar­tire: da un pro­getto di con­vi­venza e con­vi­via­lità e di acco­glienza che fac­cia rina­scere nelle nostre città quei prin­cipi di vita asso­cia­tiva e fio­rire della cul­tura che fecero dei comuni ita­liani ed euro­pei i luo­ghi da cui nac­que il Rinascimento.

Un governo della città che si apra ad una demo­cra­zia pub­blica fon­data sulla par­te­ci­pa­zione delle comu­nità locali e dei quar­tieri, con nuove isti­tu­zioni di pros­si­mità che sap­piano inter­pre­tare e rap­pre­sen­tare il biso­gno di sicu­rezza, di soli­da­rietà, di con­di­vi­sione che pure sono sen­titi dai cit­ta­dini romani e scon­fig­gere la piaga dell’egoismo, della com­pe­ti­zione sel­vag­gia, della cac­cia all’untore che inde­bo­li­sce le comu­nità a tutto van­tag­gio di ideo­lo­gie raz­zi­ste e xeno­fobe che avve­le­nano gli animi e i cuori e lasciano die­tro di se solo mace­rie e rovine fisi­che e morali, e distrug­gono la con­vi­venza civile e demo­cra­tica. Ci pia­ce­rebbe ripren­dere con tutti quelli che lo vor­ranno il filo di un impe­gno civile col­let­tivo per non lasciare la nostra bella città nelle mani dei poteri forti e della cat­tiva poli­tica che l’hanno sevi­ziata ed oltrag­giata o dei mesta­tori dell’odio sociale e della guerre etni­che e di religione.

 

Fonte: il manifesto

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