L’isolamento che brucia

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Foto del centro culturale Morandi Tor Sapienza

 

di Antonio Castronovi

Nella notte di mercoledì 12 novembre, davanti agli occhi di abitanti attoniti e sbigottiti (tra i quali il sottoscritto), bruciavano non solo i cassonetti dell’immondizia con il loro odore acido mischiato a quello acre dei lacrimogeni sparati dalla polizia, ma anche le facili illusioni di quanti hanno continuato a sottovalutare il potenziale distruttivo e di rivolta che si cela nella città. E non mi riferisco solo alle sue periferie. L’uso di questo termine potrebbe indurre ad un errore di sottovalutazione del problema, sottolineare una sua marginalità rispetto ad una presunta normalità e tranquillità nella quale vivrebbero la maggioranza dei quartieri romani. Non è così. Dando per scontato, e non lo è, che il resto dei quartieri più centrali godrebbero di condizioni meno disagiate, resta il dato di fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini romani vive in periferie tipo Tor Sapienza, e anche molto ma molto peggio.

Oggi Tor Sapienza è al centro delle attenzioni dei media nazionali e anche internazionali, il quartiere viene analizzato e sviscerato come un malato al cui capezzale si alternano medici di tutte le specializzazioni che stendono le loro diagnosi generando più confusione che certezze interpretative. Il disagio delle periferie romane è purtroppo il frutto amaro di scellerate politiche urbanistiche espansive e speculative sulla città degli ultimi decenni (politiche che hanno creato solo desolate periferie); dell’abbandono e della desertificazione dei presidi democratici e dei servizi pubblici nei quartieri popolari; della mancanza di una politica dell’accoglienza che responsabilizzi e integri nel tessuto sociale e urbano i nuovi venuti; della crisi e del disagio sociale che produce disoccupati eterni senza speranza, devianza sociale e microcriminalità diffusa.

La rivolta di Tor Sapienza è emblematica del fallimento e del tramonto definitivo di una ideologia: quella del “Modello Roma” che alcuni di noi – cito, tra gli altri, Enzo Scandurra, Bruno Amoroso, Roberto Sardelli e Paolo Berdini, oltre al sottoscritto – denunciarono in tempi non sospetti alcuni anni fa quando ancora imperversava nella cultura di governo della città e del suo ceto politico, con Veltroni sindaco di Roma in carica. Non fummo ascoltati. E oggi ne raccogliamo le macerie.

Tor Sapienza nasce agli inizi del ‘900 non come luogo di marginalità sociale. I suoi primi abitati sono stati i ferrovieri e promotore e fondatore della borgata fu uno di essi in particolare, Michele Testa, valoroso militante e perseguitato antifascista. Tor Sapienza fu individuata come area di sviluppo industriale dal piano regolatore sotto il fascismo e nel dopoguerra ha sviluppato e ospitato industrie importanti e significative nella storia della città e del movimento operaio romano: la Voxon, la Fiorucci, diverse imprese farmaceutiche, la Peroni, ecc… I suoi abitanti hanno da sempre fatto parte della cosiddetta “aristocrazia” operaia e impiegatizia del mondo del lavoro fino a tutti gli anni ’70, quando sono iniziati la de-industrializzazione e lo svuotamento progressivo delle sue fabbriche. Con la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, comincia a cambiare la sua composizione sociale con la costruzione del complesso urbano ex Iacp, oggi Ater, ubicato in viale Morandi.

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Ai margini del quartiere storico si sono così insediati cittadini provenienti in buona parte da condizioni difficili di disagio sociale ed abitativo, in particolare dalla vicina borgata Quarticciolo e da un  nucleo di ex carcerati. Questa componente sociale non si è mai integrata con il quartiere, che li ha sempre mal sopportati e considerati dei “diversi” , non diversamente da come oggi guardano i migranti e i rom. Questa separazione era sociale e fisica, con l’enclave di viale Morandi isolata e divisa dal quartiere nella sua solitaria collinetta, chiusa all’esterno anche da una configurazione urbanistica che ricalca i modelli concentrazionari delle carceri penitenziarie: tutta la vita rivolta e chiusa all’interno del grande rettangolo edificato come una fortezza, autosufficiente con i suoi negozi e i suoi servizi pubblici: una farmacia, una biblioteca, i servizi della Asl, ecc… Di tutto questo oggi non c’è più traccia.

La “ghettizzazione” del Morandi, frutto di questo suo isolamento urbanistico, sociale e culturale dal contesto circostante, ha resistito anche ai generosi tentativi di una sua rottura da parte di alcuni – e fra questi voglio quì ricordare in particolare la figura encomiabile di Nicola Marcucci – che hanno provato a svolgere un ruolo di “pontieri” tra il quartiere e la comunità insediata nel complesso del Morandi.

La mancata saldatura tra quartiere storico e nuovi venuti non ha consentito lo sviluppo di pratiche di solidarietà e di riconoscimento reciproco, approfondendo nel tempo la distanza e il rancore tra le due comunità. Così gli “ultimi” arrivati di ieri hanno rivolto il loro risentimento accumulato nel tempo contro gli “ultimissimi” arrivati di oggi: così gli “immigrati” di ieri hanno dichiarato guerra agli immigrati di oggi. Contro gli “ultimissimi” più poveri, siano essi “zingari”, “neri”, o immigrati. Il conflitto etnico ha così preso il posto del conflitto per la giustizia sociale e per la solidarietà tra poveri ed emarginati anche qui.

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Il malessere e la rabbia popolare si è incarnata così nella presenza fisica di un Centro per rifugiati deciso, ricordiamolo, da Alemanno sindaco e da Maroni ministro degli interni, che ospitava una sessantina di profughi da zone di guerra e di minorenni non accompagnati, in un contesto urbano difficile oltretutto già gravato da insediamenti di rom e di migranti, non governati, e dal conseguente degrado che ne è derivato. Quell’assalto al centro per rifugiati nelle modalità con cui è avvenuto è una macchia ignominiosa che pesa e che deve essere cancellata dalla comunità di Viale Morandi.

È certamente colpevole di questo degrado civile e umano la mancanza di una politica dell’accoglienza e di controllo del territorio da parte delle istituzioni, che non siano i campi-nomadi, veri e propri laboratori e fabbriche di razzismo. È certamente intollerabile consentire che centinaia o migliaia di senza tetto possano vivere nella sporcizia e nell’abbandono in campi arrangiati all’aperto senza controlli e senza intervenire con soluzioni più dignitose e più umane coinvolgendo le istituzioni territoriali e le comunità dei cittadini nelle politiche dell’accoglienza. La conseguenza è la mancanza di governo del territorio dove tutti sono lasciati soli con la propria rabbia e le proprie paure o con la necessità di sopravvivere, mentre il degrado materiale e civile si accumula fino ad esplodere nella violenza più cieca.

Su questo disagio agisce ed ha agito la destra di Casapound e dalla Lega di Salvini e Borghezio, che istigano e veicolano questa rabbia e questa violenza contro rom e neri individuati come fonti di pericolo e di degrado. Ricordo che alcuni giorni prima dell’inizio della rivolta i militanti di Casapound sono stati a Tor Sapienza per raccogliere firme in piazza a sostegno di una petizione popolare per cacciare i rifugiati del Centro e per chiuderlo. L’assalto al Centro non è stato casuale e a ciel sereno, ma in qualche modo pilotato da alcuni attivisti o simpatizzanti del movimento di estrema destra. Roma e le sue periferie rischiano di diventare così terreno di sperimentazione e di organizzazione di una violenza popolare plebea, a sfondo razzista, che assume i modelli della guerra e della pulizia etnica come soluzione finale per liberare il territorio da presenze sgradite.

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Questo esito può diventare inevitabile se non c’è risposta e una proposta che organizzi il disagio popolare contro i suoi veri avversari e i suoi veri nemici: le politiche pubbliche disastrose di questi anni che hanno ghettizzato ed emarginato in sperdute e desolate periferie la maggioranza dei cittadini romani. Purtroppo l’insediamento e i presidi democratici nelle città e nelle periferie romane, compresa Tor Sapienza, sono praticamente inesistenti. La cultura di sinistra di ispirazione comunista e socialista, una volta egemone nelle borgate romane, si è liquefatta e nelle periferie più estreme prevale una sottocultura di tipo razzista e/o fascistoide, frutto questo dell’abbandono istituzionale e della desertificazione politica e culturale del territorio.

Il cuore del disagio a Tor Sapienza ha un luogo preciso di origine: gli edifici Ater dove risiede il nucleo più forte e numeroso della protesta . Circa cinquecento famiglie vivono qui in abitazioni insicure e anche fatiscenti per l’assenza di ogni intervento di manutenzione e cura da parte dell’Ater e delle istituzioni pubbliche. Gli edifici interni che avrebbero dovuto svolgere la funzione socializzante per i suoi abitanti con servizi pubblici, negozi, ecc.., sono stati abbandonati da anni dalle istituzioni e versano nell’abbandono più assoluto e sono stati occupati da una comunità di immigrati che vi si sono insediati. Né Municipio, né il Comune, né la Regione, né l’Ater sono mai intervenuti in questi anni per arginarne il degrado. Se si aggiunge lo stato di emarginazione sociale e disoccupazione cronica in cui versano in particolare i giovani che ci vivono, è pronto il mix micidiale di potenziale rivolta che è esploso in questi giorni con i tentativi di infiltrazione nella protesta di Casapound e della Lega per deviare la rabbia e il rancore popolare verso l’odio razziale.

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Da questa vicenda, per tanti versi riprovevole in alcune sue manifestazioni, potrebbero però derivarne conseguenze positive se il comune e il sindaco sapranno cogliere le ragioni più vere della protesta popolare, aprendosi al confronto e all’ascolto e impegnandosi al risanamento del complesso urbano Ater e alla riqualificazione del quartiere di Viale Morandi per renderlo più sicuro e vivibile: le buone idee e proposte non mancano; e se la comunità territoriale saprà auto-organizzarsi democraticamente, rivendicando e praticando il diritto e la responsabilità di prendersi cura del proprio territorio e della vita in comune, riappropiandosi della buona politica e respingendo però con fermezza gli inviti e le sollecitazioni alla guerra etnica. Le notizie delle ultime ore con l’accordo sottoscritto dal sindaco e da una delegazione di cittadini (martedì 18 novembre, ndr) sembrano andare in questa direzione.

Posso testimoniare che c’è in questi cittadini una voglia e un desiderio di partecipazione, di riscatto e di affermazione della propria dignità calpestata e umiliata, un bisogno di sentirsi comunità riconosciuta, che sarebbe delittuoso ignorare. Sarebbe il miglior regalo che potremmo fare alla destra neofascista e razzista. In questi giorni il quartiere è stato al centro dell’attenzione mediatica nazionale e internazionale, nonché del mondo della cultura e dell’opinione pubblica cittadina. Sarebbe importante che questa attenzione non cessi nei prossimi giorni e mesi, facendo ripiombare nell’oblio i problemi e le sofferenze della sua comunità. La rabbia e il rancore accumulato dai suoi cittadini sono anche frutto di un lungo isolamento sociale, urbanistico e culturale di cui hanno sofferto per decenni.

 

DA LEGGERE

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Quando la periferia di una città sembra voler esplodere, invece di fare promesse, invocare repressioni o cercare compromessi, sarebbe bene cercare di conoscerne la storia. Noi ci abbiamo provato

Lettera aperta dei rifugiati del Morandi

Tutti parlano di noi in questi giorni, siamo sotto i riflettori: televisioni, telegiornali, stampa. Ma nessuno veramente ci conosce. Abbiamo conosciuto la guerra, la prigione, il conflitto in Libia, i talebani in Afghanistan e in Pakistan

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