Disegnare insieme le periferie

Autogestione di biblioteche, ludoteche, sale musicali, cinema, teatri, orti, mercati rionali, Gas, palestre popolari, tutela dal basso dei beni comuni, consumo di suolo zero. Una nuova grammatica urbana
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Foto Progetto Sar San – Mappare la Memoria

 

di Alberto Castagnola*

La lettura dellarticolo di Mario Spada (Ricucire le periferie) ha suscitato in me una profonda adesione, ma ha anche stimolato la mia fantasia e il ricordo di tante esperienze in corso. Sperando di non essere tradito dalla mia immaginazione sociale sfrenata, cercherò di riprendere e ampliare le sue suggestioni. La speranza, ovviamente, è sempre quella di suscitare un dibattito ma su scelte concrete, e con la partecipazione di chi già opera in questi contesti, così difficili nelle maggiori città.

Beni comuni

Un primo fattore da non trascurare sono i beni comuni, che spesso esistono in queste aree apparentemente così lontane dai principali centri archeologici e naturalistici. Parti di acquedotti o di strade antiche, torri o edifici di rilievo storico, sorgenti o zone alberate, coltivazioni tipiche nelle fasce agricole più vicine, dovrebbero essere individuati, studiati, documentati, immaginando una valorizzazione semplice e poco costosa. Per ciascun bene si dovrebbe costituire un comitato, piccolo all’inizio e possibilmente appoggiato ad una scuola, che potrebbe realizzare le prime rilevazioni ed effettuare le ricerche iniziali e magari organizzare iniziative di ripulitura delle aree e rilievi fotografici. Obiettivo di fondo sarebbe di rendere evidente l’interesse delle preesistenze e di stimolare delle prime sensazioni di “orgoglio” verso dei beni di rilievo collettivo.

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Consumo di suolo zero

Un secondo approccio può essere diretto a costituire comitati di difesa contro minacce ai quartieri periferici provenienti da impianti inquinanti costruiti a ridosso delle abitazioni, dalla ulteriore cementificazione del territorio, da strade che interrompono il tessuto sociale, dalla eliminazione di servizi essenziali (sanitari, di trasporto, ecc.) a seguito di ristrutturazioni decise a livello nazionale o di riduzioni nella spesa pubblica. Ogni comitato stimola un fascio di relazioni e soprattutto innalza il livello della coscienza locale dei cittadini e gli eventuali conflitti all’interno dei territori, ad esempio sulle strategie e sulle priorità, costituiscono comunque un passo avanti nella maturazione personale e collettiva. D’altra parte, è necessario far emergere forme di controllo dal basso per tutte le situazioni di danno alla salute e di dissesto idrogeologico che non vengono affrontate nei modi e nei tempi opportuni dalle burocrazie responsabili (il caso dei fondi stanziati da quattro anni e non spesi a Genova è solo l’ultimo in ordine di tempo).

Biblioteche, ludoteche, sale per gruppi musicali

Un altro campo di intervento riguarda le strutture culturali di base, in genere inesistenti o in condizioni precarie. Ogni zona – definita in modo da garantire agli abitanti un accesso facile e piacevole – dovrebbe disporre di luoghi attrezzati dove svolgere attività alle quali non avrebbero altrimenti possibilità di arrivare nelle loro giornate spesso assorbite da lavori onerosi e trasporti lunghi e faticosi. Dei locali dove far giocare dei bambini e degli adolescenti, una biblioteca essenziale, una raccolta di video e registrazioni di musica leggera e classica, magari gestiti da comitati di genitori e con l’assistenza di personale qualificato dovrebbero essere creati anche prima delle iniziative più istituzionali e strutturate (che richiedono fondi pubblici attualmente non disponibili). Dovrebbero mettere a disposizione i locali le scuole pubbliche e i municipi, garantendo la apertura e la manutenzione; negli stessi luoghi dovrebbero essere proiettati film, ospitate mostre e spettacoli amatoriali o assemblee cittadine. Essenziale sarebbe coinvolgere nella gestione in forma volontaria giovani desiderosi di praticare le attività preferite o approfondire temi che li incuriosiscono. Sale prove e per incisioni per gruppi musicali locali costituirebbero sicuramente luoghi in grado di attrarre giovani appassionati, che potrebbero poi esibirsi in manifestazioni di rilevanza locale.

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Teatri e cinema

Un ulteriore settore da attrarre nelle periferie, ovviamente secondo modalità sistematiche e protratte nel tempo, è costituito dagli spettacoli teatrali, dalla proiezione di film e da concerti, che in genere si svolgono nelle aree più centrali di ogni città. E’ così difficile ipotizzare che tutti gli spettacoli e gli eventi e i festival che ricevono contributi pubblici locali e statali siano spinti a fare alcune repliche in periferia in base ad un preciso programma che rispecchia quello ufficiale? Ovviamente evitando di penalizzare questa o quella zona. Una politica analoga dovrebbe essere adottata nei riguardi dei cosiddetti “piccoli teatri”, che a Roma e in molte città anche non capoluogo sono molto attivi malgrado le difficoltà economiche che devono affrontare ogni anno. Particolari incentivi dovrebbero essere erogati per quegli enti che eseguissero un numero cospicuo di repliche nelle aree più periferiche, che ovviamente dovrebbero mettere a disposizione sale minimamente attrezzate e non praticare prezzi eccessivi. L’ideale sarebbe che questi enti realizzassero nelle periferie dei veri e propri “tours” accuratamente programmati e pubblicizzati.

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Mercati rionali

Credo poi che un quinto comparto che richiederebbe delle misure più avanzate sia quello dei mercati rionali, molti dei quali sono stati di fatto “svuotati” dalla presenza dei supermercati. Sarebbe necessari usare gli spazi lasciati in scopertura da un lato per accogliere i produttori agricoli interessati a vendere direttamente nelle aree urbane, dall’altro per ospitare in modo non saltuario laboratori artigianali, attività culturali come incontri, seminari e corsi, e attività lanciate da giovani anche secondo una logica di lavoro volontario. Si tratterebbe cioè di ricostruire un ruolo innovativo per questi spazi senza affrontare spese eccessive di riconversione, coinvolgendo la popolazione che gravitava su di essi ad utilizzare gli spazi per ridurre l’isolamento ed incoraggiare attività che in qualche caso potrebbero anche creare posti di lavoro non solo per i più giovani. Più in particolare, gli spazi si potrebbero prestare per attività “fai da te” per uomini e donne di ogni età e per organismi locali impegnati nel volontariato sociale.

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Orti urbani

Veniamo ora ad attività ancora più operative, che di recente hanno mostrato una eccezionale forza espansiva. Ad esempio gli orti urbani, che si sono moltiplicati in molti quartieri subito fuori del centro storico, ma che potrebbero diffondersi con risultati molto positivi nelle aree periferiche. Basterebbe indicare le aree non urbanizzate potenzialmente disponibili e assistere con azioni a bassissimo costo (fornire sementi, rendere disponibile l’acqua, distribuire attrezzi) gruppi di persone disposte a lavorare per poter disporre di cibi e fiori, da “consumare” direttamente o da mettere in vendita a prezzi particolarmente accessibili. È stato accertato durante molte esperienze che sono numerose le persone dotate della necessaria capacità tecnica disposte ad inserirsi in una logica produttiva ed economica di questo tipo e soprattutto che sono molti i vantaggi indiretti della diffusione di queste esperienze, come il miglioramento dell’alimentazione, la moltiplicazione di aree verdi, l’aumento delle esperienze di condivisione e collaborazione, cioè proprio di quei meccanismi relazionali che mancano nelle zone più emarginate dall’urbanizzazione spinta.

Gruppi di acquisto solidale

Le stesse logiche vengono stimolate dai gruppi di acquisto (di recente stimati in circa duemila nati in pochi mesi in Italia, leggi Facciamo la spesa in modo diverso), che peraltro nelle zone periferiche potrebbero assumere caratteristiche diverse da quelle finora conosciute. In molte situazioni, la vicinanza con le zone di produzione dovrebbe favorire la creazione di rapporti stretti con gli agricoltori, favorendo una specie di ritorno alla natura poco teorico e molto concreto, sottraendo molti nuclei familiari alla dittatura dei cibi industriali; dovrebbe diventare più facile la creazione di fattorie didattiche, purché comprendano anche l’acquisizione dei metodi di cottura e di trasformazione che renda più sana e variata l’alimentazione; dovrebbe essere favorita una maggiore conoscenza dai danni ambientali che colpiscono il settore primario, ormai ampiamente pervaso da prodotti chimici. Viceversa si pongono certamente delle questioni economiche, poiché il potere d’acquisto di un nucleo che abita in periferia o ai margini di essa è certamente molto minore di quello medio di una famiglia urbana impiegata nei servizi o nella pubblica amministrazione; i produttori dovrebbero probabilmente adottare una politica dei prezzi più adatta alla fascia di cittadini più colpiti dalla crisi e dalle recenti misure governative, anche se dovrebbero essere minori i costi di trasporto e i tempi necessari per recarsi ai punti di vendita nelle aree urbane centrali. Forse la soluzione andrebbe ricercata nella costruzione di filiere, geograficamente ben definite, riducendo i passaggi dei prodotti e allargando molto la zona di vendita e la sicurezza del collocamento.

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Vorrei ora riprendere il caso delle carceri, già ampiamente trattati da Spada, perché la mia conoscenza indiretta di almeno tre situazioni (coltivazioni all’interno del carcere in Sicilia, assistenza sanitaria a Roma, partecipazione ad una cooperativa di catering a Milano) mi spinge a sottolineare alcuni aspetti più legati proprio alle relazioni. È evidente che l’obiettivo principale di ogni intervento in un istituto di pena, sia organizzare un atto teatrale, assistere in termini medici o psicologici i reclusi, o insegnare le lingue, è rompere l’isolamento quasi assoluto delle persone ristrette e ricostituire dei loro legami con le realtà esterne. Peraltro credo che si dovrebbe tenere maggiormente in conto l’effetto positivo che potrebbe avere sui carcerati l’apprendere un nuovo mestiere o, in prospettiva, essere messi in condizione di lavorare all’esterno, dato che una formula di questo genere abbassa il tasso di recidiva e agevola il reinserimento lavorativo a fine pena. E allora questa è l’idea: formare i reclusi ad esercitare dei lavori all’esterno nelle attività utili per le periferie di cui stiamo parlando. In altre parole disporre di una manodopera già esperta o specificamente formata per lavorare nella organizzazione di eventi, negli orti urbani, nelle attività agricole per i consumatori solidali e via dicendo; tutto ciò aumenterebbe ancora gli effetti positivi delle “uscite” dei reclusi e le opportunità lavorative a fine pena di ciascuno. Credo di essere abbastanza cosciente delle infinite difficoltà burocratiche che renderebbero faticoso l’avvio di questo processo, ma sono convinto che sarebbe auspicabile che le stesse direzioni degli istituti carcerari si sentissero più connesse con le attività di interesse sociale che si svolgono fuori delle loro mura. In sostanza, dall’esterno ci sarebbe una pressione collettiva per ottenere la collaborazione dei reclusi e questi potrebbero trarre non pochi effetti positivi per tutto il periodo di detenzione e forse anche nella fase di reinserimento, che in epoca di crisi non si presenta certo facilissimo.

Considerazioni della stessa natura possono svolgersi intorno all’ipotesi di utilizzare lavoratori in cassa integrazione (e nelle altre forme di sostegno ai periodi di non lavoro) per impieghi in attività di rilievo sociale. Questa idea è stata nel tempo più volte rilanciata, ma oggi pare avere un sostegno importante, in quanto sembra sia stata avanzata dal segretario generale dei metalmeccanici Fiom, Maurizio Landini, durante un discorso tenuto il 15 settembre di quest’anno 2014. In attesa di ulteriori conferme, vediamo alcuni degli aspetti più importanti di questa ipotesi. E’ noto che i lavoratori che hanno perduto la sicurezza del posto di lavoro e hanno visto ridotto il loro stipendio cercano altre soluzioni occupazionali, non fosse altro che per integrare le entrate familiari, quindi non tutti sarebbero in realtà effettivamente disponibili. Però le dimensioni del fenomeno dei licenziamenti anche temporanei e della sparizione di decine di migliaia di aziende, fanno si che anche se solo il 5 o il 10% in cassa integrazione si dichiarassero disponibili ad effettuare un lavoro spesso a titolo volontario, si tratterebbe sempre di diecine di migliaia di persone da occupare in attività di interesse sociale. Inoltre si tratterebbe nella maggior parte dei casi di persone qualificate e con esperienza pluriennale di lavoro, che potrebbero quindi svolgere ruoli particolarmente utili e anzi addirittura formare giovani e donne alle loro prime esperienze nel mondo del lavoro. Se un sindacato fosse realmente interessato a sperimentare in alcune località delle periferie questa forma del tutto nuova di collaborazione con i territori (finora attuata solo per interventi nel caso di emergenze di grande portata, come ai tempi del terremoto in Irpinia e oggi a Genova), le azioni concrete dovrebbero essere particolarmente ben organizzate, però l’utilità di avere numerose persone molto qualificate che operano sul terreno per periodi ben definiti potrebbe rivelarsi addirittura risolutiva in molti luoghi. Pensiamo ad esempio al restauro e alla manutenzione di edifici, locali di incontri, sale per opere teatrali o proiezioni, oppure lavori di messa in produzione di terreni incolti o di rimboschimento, senza trascurare le gestione e l’insegnamento in laboratori tecnici (informatici, chimici, meccanici, ecc.) effettuate da quadri specializzati.

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Un ultimo sforzo di immaginazione riguarda le strutture da realizzare o rendere operative nei diversi territori periferici, per ospitare i progetti qui richiamati, ma anche per rimanere in dotazione alle singole aree in funzione dei bisogni delle popolazioni insediate. Una prima soluzione riguarda l’uso sistematico, pomeridiano e serale, di parte delle scuole pubbliche esistenti (una volta sistemate e messe a norma). I tentativi in questa direzione effettuati in passato sono numerosi ma i risultati molto scarsi per non dire inesistenti, in genere a causa di inerzie burocratiche o difficoltà nelle retribuzioni del personale di sorveglianza. Io però vivo molto vicino ad una di queste esperienze positive e credo che il fattore che ha fatto la differenza sia stato un comitato genitori molto attivo: il numero e la qualità delle iniziative che si svolgono in quell’edificio sono impressionanti e gli studenti si muovono nella scuola come se fosse di loro proprietà, mentre normali cittadini ringraziano meravigliati per le occasioni culturali e di divertimento offerte continuamente. Perfino i presidi-manager del prossimo futuro dovrebbero essere interessati a stimolare e promuovere forme di massima utilizzazione culturale e formativa dei locali a loro disposizione, proiettando all’esterno l’immagine di una istituzione non isolata ma fortemente integrata nel sociale.

Palestre

Anche le palestre, se ben progettate e costruite, si prestano a una multifunzionalità molto utile per tutte le attività, specie se culturali (rappresentazioni, proiezioni, danze e balletti, mostre, piccole iniziative commerciali, ecc.) oltre che per quelle sportive. Anche in questo caso le scuole pubbliche potrebbero accogliere molte di tali iniziative nelle aule di maggiori dimensioni e nelle palestre. Sarà peraltro necessario esercitare delle decise pressioni sui dirigenti scolastici, molto sarà il lavoro che dovranno svolgere in questa direzione associazioni di genitori e comitati cittadini se vogliono realmente modificare la situazione sociale delle periferie in cui vivono.

Attività formative extrascolastiche

Infine, poche parole sulle attività formative extrascolastiche di tutti i livelli. Nella condizione in cui si trovano attualmente le zone periferiche delle maggiori città, le persone che le abitano, in genere informate sui problemi sociali e politici in modo molto sbrigativo e superficiale dalle radio e dalle televisioni, (ormai espressione di livelli culturali molto bassi e decrescenti), tendono a rifiutarsi di affrontare i problemi esistenziali in modo più articolato e profondo. La sola messa a disposizione di spettacoli e canali informazione più qualificati non è sufficiente per stimolare curiosità e interessi più veri e coinvolgenti. Occorre quindi accompagnare le iniziative e le attività alle quali si è finora accennato con una offerta paziente e costante di occasioni di sensibilizzazione, informazione, e formazione articolate secondo le età e incentivando la partecipazione con accurati stimoli della curiosità e dell’interesse personali. Quindi tutte le sedi che fossero messe a disposizione in modo continuativo (in particolare scuole e mercati) dovrebbero essere in misura consistente destinate ad ospitare attività formative, più volte ripetute nelle diverse zone per agevolare l’accesso.

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Ora una riflessione di metodo, prima di alcune considerazioni finali. E’ molto difficile dire quali delle azioni sopraindicate (e di altre che potrebbero aggiungersi) sono da considerare prioritarie o strategiche, anche perché sono rari gli esempi di processi di integrale e irreversibile integrazione di periferie estreme in città di grandi dimensioni. In queste siamo infatti ancora in presenza di processi tumultuosi e disordinati di formazione di queste periferie, mentre proprio i centri urbani maggiori, tendono spesso a trasformarsi in megalopoli moltiplicando senza sosta tali periferie. Penso quindi sia preferibile avviare gli interventi dovunque esistano dei nuclei anche piccoli di abitanti che siano già sensibili e pronti a reagire, e procedere avendo però sempre in mente le altre possibilità di azione e non trascurando nessuna occasione di avviare altre attività sempre basate su risorse locali. La messa in contatto e il collegamento funzionale tra esperienze valide in evoluzione può avvenire successivamente e magari far scaturire nuove opportunità.

Welfare autogestito

Vorrei ora formulare alcune considerazioni – ovviamente non conclusive – di carattere generale, nella speranza che altri contribuiscano a precisarle e a completarle. In primo luogo, mi sembra di condividere pienamente due dei criteri evidenziati da Spada, l’importanza assoluta delle risorse umane locali e il perseguimento di un welfare “fai da te” come principio ispiratore. Le azioni devono nascere ed essere portate avanti da persone che abitano da tempo i luoghi, gli eventuali contributi esterni devono essere subordinati alle loro logiche e non lavorare con schemi progettuali concepiti a tavolino o per aree completamente diverse. La prospettiva nella quale ci si muove, almeno per parecchi anni, è quella di un welfare ormai negato e sistematicamente distrutto, mentre è assolutamente necessario elaborare metodi di lavoro e formule di convivenza che non dipendano dalla spesa pubblica ma che sperimentano sistemi di relazioni orizzontali (non gerarchici e non burocratici) fortemente connessi ai bisogni rimasti in scopertura e a modalità sociali ancora da inventare e che devono emergere dalle popolazioni interessate.

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Fondamentale dovrà essere lo scambio di esperienze, poiché ogni iniziativa emersa può contenere elementi con validità generale, che devono essere subito individuati e ulteriormente perfezionati in altri luoghi. Ancora, è evidente che obiettivo prioritario dovrebbe essere la creazione di posti di lavoro (che difficilmente potranno essere creati nella misura necessaria dal sistema economico dominante ancora per molti anni); tuttavia non possiamo pensare di imitare la logiche finora imposte e dobbiamo ricostituire prima le occasioni di lavoro, magari poco retribuito o addirittura volontario – individuando nuovi mestieri, creando attività basate sulla collaborazione, curando al massimo le esigenze dell’ambiente, riscoprendo le migliori risorse naturali – e poi inventando forme cooperative di organizzazione del lavoro che non possono semplicemente copiare gli statuti elaborati secoli fa e che sono stati spesso distorti dal sistema globale. Infine, mi sembra abbastanza inutile impegnare risorse per definire piani e programmi territoriali urbani su vasta scala che prevedono la creazione di strutture certamente utili ma per le quali ben difficilmente saranno reperibili i fondi pubblici necessari; meglio sarebbe avere una pluralità di iniziative concepite tenendo conto delle esigenze del territorio nel suo complesso e delle singole zone in particolare, e poi legarle progressivamente insieme con le relazioni e gli scambi di esperienze. Solo dopo aver superato una certa soglia critica (nelle qualità e nelle quantità) si porrà il problema di connettere il tutto in un quadro logico, al quale altri territori potranno ispirarsi se ne condividono le logiche profonde seguite.

 

* Economista e obiettore di crescita, è animatore di reti di economia solidale. Tra i suoi libri ricordiamo «La fine del liberismo» (Carta) e «Il mercato della salute. Diritto alla vita tra interessi, speculazioni, piraterie» (scritto con Maurizio Rossi per Emi). Comune non è solo il sito in cui pubblica i suoi articoli, ma è la community a cui dedica ogni settimana tempo e creatività in molti modi.

 

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  1. BLOG : La voce di quasi tutti - 27 ottobre 2014

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