Tempo rubato

di Filippo Trasatti

 

Non è necessario affrettarsi: il sapere è a portata di mano di chiunque quando le sue inclinazioni lo spingono a cercarlo. In questo come in altri campi siamo diventati ricchi: possiamo concederci il tempo per crescere.

(William Morris, artista, poeta e scrittore inglese, collaborò con Marx e Engels)

.

Nel romanzo Momo di Michael Ende, c’è una bella rappresentazione del furto del tempo collettivo nella società capitalistica. I signori in grigio sopravvivono, si arricchiscono e si moltiplicano fumando avidamente il tempo sociale in sigari, e più essi si arricchiscono costruendo, distruggendo la natura, meno la gente ha a disposizione tempo per sé e deve adeguarsi alla velocità dello sfruttamento e del consumo gestito dai potenti.

Il tempo, fondamentale strumento di orientamento umano, non è un dato naturale e immutabile, si dà in modo diverso a seconda dei contesti sociali, culturali e personali: il tempo della Chiesa non è il tempo del mercante; c’è il tempo ciclico delle culture legate ai fenomeni regolari della natura e c’è il tempo lineare del progresso; c’è il tempo rapido della tecnosfera e il tempo denso del dolore; il tempo newtoniano non è quello della relatività e così via.

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C’è un bisogno umano di strutturazione del tempo che è un modo per dare un ordine, anche narrativo, alla propria vita. In fondo i racconti fanno proprio questo: creano una struttura temporale all’interno della quale gli avvenimenti isolati acquistano senso. E la narrativa sembra essere un bisogno universale. Su questo bisogno si inserisce però un ordine eteronomo che è rivolto al controllo del tempo, un time management che ha come fine l’accumulazione e il profitto. Il potere di disporre e programmare il tempo altrui è una delle colonne dell’organizzazione gerarchica, e la storia del movimento operaio, ma forse più in generale dei movimenti di liberazione, si può leggere anche come il tentativo di riacquistare il controllo del proprio tempo, di sottrarlo alla gestione capitalistica e impiegarlo per sé. C’è un’architettura temporale complessiva che non ha nulla di naturale, che fa da contesto di senso alle azioni umane e che le istituzioni hanno l’importante funzione di articolare e riprodurre.

Il bambino nelle società statuali tardocapitalistiche ha bisogno di anni per apprendere il tempo sociale, per capire com’è strutturato il sistema simbolico degli orologi, la scansione e la strutturazione di lavoro e festa, i ritmi e le diverse velocità a seconda dei contesti, per imparare a regolare su di essi la propria sensibilità e il proprio comportamento. Bisogna in qualche modo riuscire a scardinare quel tempo dell’infanzia che sembra infinito.

E in questo apprendimento nelle società scolarizzate, l’istituzione scuola, la forma-scuola, ha un ruolo di primo piano. La sveglia mattutina, la fretta dei genitori, i mezzi di trasporto, la campanella, la strutturazione minuziosa della giornata in minuti primi, i tempi di apprendimento, almeno teoricamente, rigidamente programmati… sono tutti aspetti di un time management che cerca di adattare il bambino a un tempo eterodiretto e che, una volta acquisito, diviene qualcosa di quasi naturale nel quale ci troviamo immersi come pesci in acqua e senza il quale ci sembra di non poter respirare.

Ci vuole il tempo che ci vuole

Così se chiedete a uno studente qual è il problema più assillante durante la mattinata scolastica, spesso vi risponderà: l’ora successiva. Come se non avesse tanta importanza ciò che sta accadendo ora, ma l’ansia per il dopo: l’interrogazione, i giri di corsa intorno alla scuola, la campanella dell’intervallo, la fine della mattinata, il pomeriggio di compiti. A un’analoga domanda, l’insegnante vi risponderà che manca sempre il tempo per fare ciò che si dovrebbe fare. La velocità di apprendimento diventa meccanismo di selezione. La scuola vive l’angoscia del tempo, è un’enorme macchina di regolazione e di dissipazione del tempo dei giovani: non solo deve riempirlo, impiegarlo, sottoporlo al principio di prestazione, ma deve anche consumarlo e dissiparlo come una merce in scadenza.

Si può osservare che questa ossessione del tempo non riguarda solo la scuola. Da una parte si sono moltiplicate le tecnologie che ci risparmiano fatica e tempo, come i programmi di videoscrittura, gli ascensori, i mezzi di trasporto sempre più veloci, la posta elettronica; dall’altra aumenta la sensazione che i tempi si siano sempre più ristretti. Il fatto è che l’accelerazione da un lato e la segmentazione e contabilizzazione dall’altro contraggono il tempo, aumentano l’ansia, spezzano la continuità e la durata interiore, che sono elementi fondamentali nella costruzione dell’identità.

Un impegno per una lentezza consapevole è già un punto importante di un programma rivoluzionario; ma la liberazione del tempo, problema politico centrale, per non produrre isolamento e desertificazione, ha bisogno di una forza e di un’autonomia interna che nelle società altamente burocratizzate vengono in ogni modo scoraggiate attraverso le più varie forme di dipendenza. Bergson, con un’osservazione folgorante, scriveva che è dall’intuizione della coscienza interna del tempo che nasce il sentimento della libertà: abbiamo bisogno di tempo per essere felici, ma di un tempo che non sia regolato da altri, un tempo nostro, autogestito, in cui si sente fortemente dentro di sé il senso di libertà.

 

 

Rimandi bibliografici

Norbert Elias, liSaggio sul tempo, il Mulino
Thomas H. Eriksen, Tempo tiranno, elèuthera

 

Questo articolo è tratto da lessico minimo di pedagogia libertaria (elèuthera).

 

 

 

DA LEGGERE

Dodici tesi per una scuola conviviale Antonio Vigilante

Ci vuole il tempo che ci vuole Luciana Bertinato

25 idee per una scuola diversa Paolo Mottana

Una scuola terra terra Rosaria Gasparro

Città e scuole senza orologi  Gianluca Carmosino

 

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10 Risposte a “Tempo rubato”

  1. valentina
    1 ottobre 2014 at 08:18 #

    ” Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardarne soltanto la copertina.

    Bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto, sentire la stanchezza conquistare come una malinconia le membra,invidiare l’anarchia dolce di chi inventa di momento in momento strada”.

    F. Cassano, Il pensiero meridiano

  2. Sergio Pettinaroli
    1 ottobre 2014 at 16:46 #

    Bisogna riappropriarsi del tempo. Per questo sto cambiando casa, paese, stile di vita. Voglio che la mia giornata non sia più gestita dall’agenda, dal telefonino e dal pc. Da più di un anno ho scelto di non avere più l orologio al polso, voglio che le mie giornate siano organizzate dal naturale susseguirei delle stagioni.

  3. Marisa Salomone
    1 ottobre 2014 at 16:47 #

    Complimenti per l’articolo!

  4. Emanuela Avanzini
    1 ottobre 2014 at 18:28 #

    Il tempo lineare, la nuova divinità alla quale l’umanità si prostra, il tiranno assoluto della nostra era. Sarà un caso se, nei paesi in cui il tempo ha meno importanza, le persone sono più felici?

  5. Antonia
    3 ottobre 2014 at 08:49 #

    I Maya dicevano che il tempo é arte.
    Ognuno di noi dovrebbe essere l’artista del proprio tempo.
    Complimenti per l ‘articolo.

  6. Antonio
    3 ottobre 2014 at 09:12 #

    Il tema è decisamente importante, soprattutto per la scuola che sempre più è propedeutica unicamente all’attuale sistema socio economico (il famoso Sistema).

    Vi è però il tema complementare: l’incapacità di gestire il proprio tempo, di perderlo in modo stupido, di farlo passare senza vivere.
    Mi piacerebbe leggere un’integrazione su questo.
    Come ritrovare un’autonomia gestionale dei nostri tempi con la giusta tensione a non sprecarlo (ozio rigenerante a parte) … tornare a fare cose “utili” per noi e gli altri .
    Tutta la nostra vita è piena di doveri ed imposizioni. Abbiamo perso il senso dell’utile e giusta a prescindere.
    Viviamo in un sistema che ha fatto prevalere i bisogni indotti su quelli essenziali e di “civiltà”
    , ma questo è un altro tema complementare.

  7. Ugo Sgrosso
    8 marzo 2016 at 17:45 #

    Articolo veramente bello.
    Da pensionato, potendo gestire io stesso di più il mio tempo, ho saputo essere felice molto di più.
    Rispondo ad Antonio con una mia convinzione. Quando possiamo disporre del nostro tempo, non possiamo perderlo. Occorre viverlo fino in fondo e , cerca

  8. Ugo Sgrosso
    8 marzo 2016 at 17:56 #

    Continuo a rispondere ad Antonio.
    Per vivere al meglio il nostro tempo, possiamo scoprire chi siamo. É un’avventura entusiasmante capire le nostre sensazioni ed i nostri pensieri più veri e più profondi.

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