Il teatro di comunità

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di Ilaria Olimpico*

Hector Aristizabal è uno psicoterapeuta e artista di teatro di fama internazionale, fondatore e direttore artistico di Imaginaction.org, un’associazione con base a Los Angeles e con progetti in tutto il mondo. ImaginAction utilizza il potere trasformativo dell’arte per favorire la ricomposizione delle relazioni sociali, per sostenere processi di riconciliazione di comunità e per essere capaci, a livello individuale e collettivo, di pensare il cambiamento. L’arte e il teatro sociale, dunque, non solo per rinnovare gli immaginari, ma anche per riconoscere e sperimentare modi diversi di vivere.

Dal 2010, Hector Aristizabal, direttore artistico di ImaginAction e la co-facilitatrice Alessia Cartoni hanno aperto i loro laboratori di teatro sociale a tirocinanti di tutto il mondo. I/le tirocinanti hanno l’opportunità di partecipare a vari progetti di comunità, sperimentando diverse metodologie, come il Teatro dell’Oppresso, il Playback theatre, il Theatre of Witness, il council circle e i rituali. I/le tirocinanti condividono l’abitazione, riflettono sul lavoro svolto e sulle dinamiche di gruppo, beneficiano di un mentoring inidividuale.

Hector sarà a novembre in Italia, invitato dal collettivo artistico TheAlbero*, per il nuovo programma di tirocinio “Mentor-ship” in Abruzzo. In questa interivsta Hector spiega come è nata e come si sviluppa l’idea della formazione-tirocinio, come un contesto internazionale di lavoro rende più umili, qual è la differenza tra un/a mentor e un/a formatore/formatrice, quali connessioni ci sono tra ferite e doni personali e infine parla della sua prossima iniziativa in Palestina.

(segue la versione originale in lingua inglese)

Hector Aristizabal

Come è nata l’idea di una formazione-tirocinio?

Per molti anni ho lavorato come artista teatrale e psicoterapeuta a Los Angeles e ho portato entrambi i flussi di esperienze e conoscenze nel mio lavoro con le popolazioni emarginate e le comunità in crisi. Ho invitato molti miei pazienti a diventare attori e attrici e creare degli spettacoli con me. Alcuni di loro erano membri di gang, altri erano cosiddetti “ragazzi difficili”, altri ancora erano malati di Aids, altri erano sopravvissuti alla tortura. Ho sempre invitato a partecipare anche i professionisti che lavorano con questi gruppi: terapeuti, lavoratori e lavoratrici sociali e insegnanti. Pensavo fosse importante per loro vedere i loro pazienti/clienti in una nuova prospettiva, come esseri umani completi, e che fosse un’occasione per integrare le arti nel loro lavoro.

Mi sono ritrovato sempre più coinvolto nell’attività di formazione e mentoring. Nel 2000, ho fondato ImaginAction. Ho iniziato a ricevere inviti da tutto il mondo, ed era meraviglioso, ma nonostante riuscissi a formare alcune persone locali, era praticamente impossibile offrire la formazione continua esperienziale e profonda che era parte della mia pratica a Los Angeles. Quando la Playhouse mi ha offerto un mese di residenza a Derry, in Irlanda del Nord, ho capito che era l’opportunità di creare un programma di tirocinio portando studenti e studentesse da tutto il mondo per un’esperienza intensiva, non solo di lavoro con le comunità, ma di vita comune, di esplorazione delle nostre attitudini nel lavoro e dei momenti in cui sperimentiamo dei disagi o dei blocchi.

I tirocini si sono svolti in diversi paesi e con tirocinanti di origine diversa. Quali sono le difficoltà di stare insieme nella differenza e in che modo il contesto internazionale si rivela una ricchezza per il programma?

I/Le tirocinanti hanno a che fare con diverse comunità e diverse questioni. In Irlanda del Nord, per esempio, abbiamo lavorato con i prigionieri, con i repubblicani (Ira) e i Lealisti (Uvf and Udf), nei programmi di prevenzione del suicidio, nei programmi per le giovani generazioni; in Colombia, abbiamo lavorato sulle dinamiche fra diversi gruppi: gli Afro-Colombiani sfollati a Palomino, le Ong che lavorano con i gruppi delle vittime. I/Le tirocinanti sono venuti da tutto il mondo: Paesi Bassi, Norvegia, Italia, Belgio, Israele, Regno Unito, Australia, Venezuela, Colombia, El Salvador e Stati Uniti.

La differenza nelle lingue e nel background è certo una difficoltà ma anche un vantaggio. Chiedo sempre ai/alle tirocinanti di incontrare le comunità locali senza aspettative. Quando lavori nella tua cittào nel tuo paese, può esserci la tendenza di credere che sai tutto sulla comunità con la quali lavori; in realtà, puoi essere all’oscuro della cultura sociale di un gruppo marginalizzato e puoi trascurare le caratteristiche individuali die membri di quel gruppo. In un contesto straniero, siamo meno inclini a pensare di conoscere tutto. Siamo coscienti della nostra ignoranza e quindi è più facile restare umili e vedere realmente le persone nei laboratori in modo autentico. Idealmente, questo modo di vedere e interagire dovremmo conservarlo quando torniamo a lavorare in contesti a noi più familiari.

Sono anche cosciente del privilegio che abbiamo di viaggiare in giro per il mondo e conoscere gente stupefacente ovunque. Allora come possiamo raccogliere e metabolizzare quanto abbiamo imparato e riportarlo agli altri? Una modalità è che diventiamo più sofisticati nell’utilizzo della metodologia e delle tecniche, aggiungiamo nuove cose, condividiamo con altri/e praticanti, moltiplichiamo il lavoro. Lavorando in posti come Irlanda del Nord, che sono luoghi post-conflitto, spero possiamo imparare quanto più possibile così da portarlo in Palestina, e così quando andiamo in Colombia portiamo quello che abbiamo immparato in Palestina e così via. Anche i/le tirocinanti hanno questa opportunità di portare nel mondo questo sapere.

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Durante il tirocinio, ci sono delle sessioni di rielaborazione. Cosa significa?

Dalla nostra prima residenza, abbiamo tenuto delle sessioni di rielaborazione dopo i nostri laboratori, riflettendo giornalmente sulle metodologie ma soprattutto sulle dinamiche del nostro gruppo e su come le nostre domande irrisolte incidono su quello che facciamo quando lavoriamo nelle comunità. Ho capito quanto valore aveva per me riflettere quando le persone chiedono perché facciamo quello che facciamo. Ho capito che la mia esperienza di molti anni come psicoterapeuta e la mia conoscenza delle dinamiche di gruppo hanno giocato un ruolo fondamentale nel guidarmi in intuizioni e comprensioni che non sono comuni in un contesto educativo. Nella rielaborazione della giornata, osserviamo le tendenze, guardiamo alle cose che tendiamo a tralasciare perchè risvegliano le nostre paure. In questo lavoro capita che ci ri-connettiamo alle nostre paure, ai nostri blocchi, ai nostri pregiudizi, i nostri “poiliziotti nella testa”, alle nostre narrazioni che non ci servono più.

Quale la differenza tra un/una mentor e una formatrice/un formatore o un insegnante?

Augusto Boal è stato un mentor per me, ma non credo che mi avrebbe riconosciuto fuori da Los Angeles. Riconosco anche come mio mentor il mitologo Michael Meade, anche se lo incontro una volta ogni paio di anni. I Greci spiegano che questa connessione esiste quando il daimon in una persona vede e riconosce il daimon in un’altra persona. Quando c’è questo riconoscimento reciproco, il mentor diventa parte della psiche, qualcuno a cui pensi quando hai un problema o qualcuno che ti viene in aiuto quando occorre, non per forza attraverso una telefonata o un’email, ma nella tua mente. Possiamo essere mentor per i/le partecipanti dei laboratori con la comunità anche se restiamo per poco. Puoi riconoscere un dono in una persona giovane che ha speso la sua vita essendo incompreso e stigmatizzato, ma quando lo vedi veramente gli fai il dono di vedere se stesso in una nuova luce, e questa forza che viene dal reciproco riconoscimento può durare una vita intera.

La relazione tra mentor e mentees è un processo biunivoco, stanno sempre apprendendo l’uno dall’altro. Quello che mi interessa del mentoring è l’esperienza di lavorare con altre persone che condividono la mia vocazione ma hanno modi unici di esprimere i loro doni. Imparare significa trasformare. Il vero imparare non è un processo in cui si vomitano informazioni. Se non ti trasformi non stai imparando. Imparare è un atto di amore, non c’è altro modo per imparare. Il mentore non è qualcuno che dà buoni voti e ti fa sentire a tuo agio oppure ti dà cattivi voti e non dice nulla. Il mentore è connesso alla parte di te che vuole imparare. Questo è terribilmente andato perso nelle università dove un insegnante ha quaranta studenti o fa lezione attraverso video conferenza. L’informazione può essere scambiata ma può solo portare altra informazione, non porta necessariamente alla formazione. E non puoi formare una persona senza conoscerla. Durante il tirocinio ho la possibilità di vedere i/le tirocinanti che facilitano i laboratori e di osservarne l’energia e le interazioni. Poiché viviamo insieme, posso anche conoscerli sotto altri punti di vista. Così posso essere capace di offrire una guida e di porre domande personali su cui riflettere. Insieme eslporiamo le cose che non ci permettono di imparare e le cose che vogliamo imparare.

Il tirocinio è un’esperienza totale perché non solo lavorate insieme ma vivete insieme. Come continua il mentoring nella vita giornaliera insieme?

Vivere insieme in modo comunitario, mentre lavoriamo, diventa un grand elaboratorio di vita. E’ interessante che molto del lavoro che facciamo con le comunità riguarda ritessere i fili che sono stati rotti dalla violenza, dalle dipendenze, o altri problemi, ma allo stesso tempo, molti di noi non vivono in comunità. Viviamo nei nostri appartamenti, andiamo a lavoro e torniamo a casa. Il tirocinio residenziale ci ricorda in cosa consiste una comunità, cosa significa prendere in considerazione i bisogni dell’altro. La differenza con altri contesti è che qui se c’è un problema lo affrontiamo. Non lo nascondiamo, non aspettiamo che il tirocinio finisca. Affrontiamo il problema e facciamo i necessari cambiamenti.

Durante la residenza del tirocinio, capiamo che abbiamo tutti/e bisogno di una guarigione e che tutti/e portiamo una medicina. Il modo in cui mi approccio al mio lavoro è di incorporare “la guarigione” nel Teatro dell’Oppresso e nella giustizia sociale, perché credo che senza guarigione non è possibile la giustizia sociale o la vera trasformazione. Ovviamente non impongo la trasformazione, se la persona è pronta, accade. Lo stesso accade lavorando con le comunità, non invitiamo a venire per una guarigione ma spesso la guarigione è un significativo sottoprodotto del processo.

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Cosa imparano i/le tirocinanti?

Io ho il ruolo di guidare il processo, per quanto è possibile, ma la mia intenzione è che tutti e tutte facciano un salto nel processo per arricchirlo con i loro doni, le loro conoscenze. Non insegno un modello, o una serie di tecniche, o come fare. Ovviamente il/la tirocinante avra’ l’esperienza per portare tecniche e metodi in diverse comunità di persone senza esperienza teatrale; vivrà la filosofia delle arti come liberazione e più specificamente il Teatro dell’Oppresso. A volte penso che la lezione più preziosa che i/le tirocinanti apprendono è la conoscenza di chi sono come praticanti. Christine Baniewicz, una delle prime tirocinanti, ha detto qualcosa di molto interessante: “Essere in questo tirocinio non riguarda imparare come Hector fa cosa fa e nemmeno imparare a essere come Hector. E’ piuttosto iniziare a imparare come essere se stesse e abbracciare i propri doni, i propri stili e le proprie sfide”.

Spesso parli dei doni e racconti una storia sul dono che ogni bambino e ogni bambina hanno. La tua autobiografia si intitola “La benedizione accanto alla ferita”, ci spieghi come i doni e le ferite sono connesse? Cosa significa questo nel contesto di una comunita’?

Quando ripeto che ogni persona porta con sé dei doni o una medicina e che le benedizioni sono accanto alle ferite, sto facendo semplicemente eco a qualcosa che ho imparato dalla vita e dalle società tradizionali. Ogni bambino porta i doni di cui la comunità ha bisogno. Quando i doni non sono ripettati, onorati ci portano in situazioni problematiche. Diventiamo pericolosi nel mondo. Il compito della comunità è di vedere, benedire e riconoscere questi doni, di nutrirli e dar loro opportunità di essere offerti.
Nella relazione di mentoring, noi come gruppo, creiamo le condizioni per vederci l’un l’altro, per riconoscere le nostre ferite e i nostri doni e di avere cosi’ l’opportunità di benedire e guarire insieme. In termini moderni, significa lavorare insieme con un alta consapevolezza di se stessi e dell’altro. In un contesto sicuro e di sostegno reciproco, affrontiamo le paure e identifichiamo i meccanismi automatici delle persone. Idealmente, il/la tirocinante diventa più consapevole che questo lavoro porta a innescare tutto ciò con cui dobbiamo fare i conti in noi stessi. Un tirocinante una volta ha detto: “Sono stato vittima di bullismo da piccolo e quando i ragazzi diventano rudi perdo le staffe“. L’invito è quindi di riconoscere che quando lavoriamo con i gruppi, le nostre ferite possono riaprirsi ed è importante sapere che anche noi stessi ci stiamo curando. Il nostro lavoro non ha formule salvifiche, possiamo solo invitare alla trasformazione, trasformandoci noi stessi, partecipare alla guarigione guarendo le nostre stesse ferite.
Il teatro è raccontare e ascoltare storie, implica l’uso simbolico del linguaggio (storie, miti, danze, musica, oggetti rituali, etc) per ridare significato a ciò che siamo, per ricordare chi siamo e in che relazione siamo con gli altri e con la terra.

Nella formazione-tirocinio mentorship in novembre cosa sarà diverso?

Ogni esperienza è assolutamente unica. Dipende dall’alchemia delle persone coinvolte e con quello che creaimo insieme con i nostri desideri. Sono entusiasta di essere parte di questo desiderio di cercare di recuperare questo antico metodo di insegnamento. Mi interessa collaborare con TheAlbero per ritrovare modalità più orizzontali per apprendere insieme. Stiamo anche integrando altri meravigliosi percorsi di trasformazione come il Dragon Dreaming e qualsiasi cosa i/le tirocinanti vogliano esplorare.

La tua prossima iniziativa è in Palestina, sei stato invitato dal Comitato di Lotta Popolare di Bil’in. Cosa farai là?

Sì, dall’8 al 22 ottobre, avrò il privilegio di lavorare con un gruppo di teatranti internazionali e palestinesi e con tutta la comunità di Bil’in. Mi hanno chiesto nello specifico di preparare uno spettacolo di teatro forum da portare poi in giro nei villaggi vicini. Con il noto muralista Francisco Letelier creeremo un murales che raccontera “la storia della comunità” contro l’occupazione israeliana. Infine costruiremo die burattini giganti da usare nella manifestazione nonviolenta organizzata dal villaggio per la rimozione del muro. “TheAlbero” in collaborazione con “Assopace Palestina Roma” sta organizzando una serata per raccontare la nostra esperienza a Bil’in (a Roma a fine ottobre), in quell’occasione porterò i video e le foto e coinvolgerò il pubblico in un dialogo teatrale.

Juliano Mer Khamis, cofondatore del Freedom Theatre di Jenin, ripeteva spesso che la prossima intifada sarebbe stata un’intifada culturale. Cosa pensi del ruolo dell’arte come strumento di resistenza e giustizia sociale?

Juliano è stato per molti di noi una figura di ispirazione e come artista era anche un visionario. Anche io condivido il suo desiderio utopico che la terza intifada sarò un’intifada culturale guidata dallo spirito dell’arte, con il compito di trasformare l’esistente e creare qualcosa di completamente nuovo. Il mio desiderio quando viaggio in Palestina, Iralnda del Nord, Colombia e altri posti è di riconnettere le persone con il ruolo delle arti come luoghi in cui l’umanitò guarisce. Se la terapia è il luogo dove l’iindividuo prova a guarire, l’arte è quello che guarisce la comunità.

 

 

* Ilaria Olimpico ha fondato con Uri Noy Meir il collettivo artistico “TheAlbero

** le persone interessate a partecipare a Mentor-ship e le persone interessate a partecipare alle attività per e nella comunità possono contattare thealbero7@gmail.com

 

 

 

 

Interview with Hector Aristizabal, artist, psycoterapist and activist

by Ilaria Olimpico, TheAlbero

Since 2010, ImaginAction ((imaginaction.org) creative director Hector Aristizábal and co-facilitator Alessia Cartoni have opened up their international social theatre workshops to apprentices from around the world. The interns are able to participate in diverse community projects, experience methodologies including Theatre of the Oppressed, Playback Theatre, Theatre of Witness, council circle, and ritual. They also share living space, reflection on the work and group dynamics, and individual mentoring.
Hector will be in November in Italy, invited by the artistic collective TheAlbero (thealbero.wordpress.com), for a new apprenticeship “Mentor-ship”. In this interview, Hector explain how the idea of a training-internship was born and how is developing, which is the differece between a mentor and a teacher/trainer, how an international context make you more humble, how personal wounds and gifts are connected and he speaks about his next initiative in Palestine.

How was the idea of a training-internship born?
For many years I worked as a theatre artist and also a psychotherapist in Los Angeles and drew on both streams of experience and knowledge in my work with underserved populations and communities in crisis. I invited many of the people who were my clients in therapy to become actors and created plays with me. Some of them were gang members, some of them were so called “youth in trouble” some of them were people infected and affected by AIDS and HIV, some weretorture survivors from around the world. I always invited the professionals who worked with these groups — therapists, social workers, case managers, and teachers — to participate. I thought it was important for them to see their clients in a new way, as full human beings, and also get some ideas so they could incorporate the arts into their work as well. I found myself more and more committed to mentoring and training other practitioners.

In 2000, I also founded the nonprofit organization, ImaginAction, dedicated to my belief that when we access our own creativity and gifts, we can see transformation in our lives. I began getting invitations to work all over the world, which was wonderful, but though I was always able to train some local people, it was almost impossible to offer the kind of ongoing in-depth experiential and reflective training that were so much a part of my practice in Los Angeles. When the Playhouse offered me a one-month residency in Derry, Northern Ireland, I saw it as a chance to create an internship program, bringing together practitioners and students from around the world for an intensive experience, not only working with communities, but living together and exploring our own attitudes to the work, where we are comfortable and uncomfortable, where we experience blocks, etc.

The internships have taken place in different countries and the interns come from different countries. What difficulties come out of this diversity and how does the international context enrich the program?
Our interns have been exposed to diverse communities and their issues. In Northern Ireland, for example, we have worked with prisoners, former Republican (IRA) and Loyalist (UVF and UDF) paramilitary combatants, suicide prevention programs, youth programs, and more. In Colombia, we have worked with the exploration of group dynamics as well as different groups: the Afro-Colombian displazed population in Palomino, the NGO’s working with victim’s groups. Interns have come from the Netherlands, Belgium, Italy, Israel, Norway,UK, Australia, Venezuela, Colombia, El Salvador as well as the U.S. Rather than our different languages and backgrounds presenting a difficulty, I see it as an asset. I always urge practitioners to meet community members where they are, not to impose expectations or meaning. When you are working in your own city or country, there can be a tendency to believe you know all about the community you are working with. In fact, you may be quite ignorant of the social culture of a marginalized group and may overlook the individual characteristics of its members. In a foreign context, we are less likely to think we know best. We are aware of our own ignorance and so it’s easier to remain humble and really see the workshop participants in an authentic way. Ideally, this way of seeing and interacting will carry over into our work when we return to more familiar settings.
I am also very conscious of the privilege that we have of traveling the world and going to different places, meeting amazing people everywhere. So how can we gather and metabolize what we learn so we can give it back to others? One way is that we become hopefully more sophisticated in the way we handle the method and the techniques, how we add new things, how we share it with other practitioners, how we multiply this work. And working in places like Northern Ireland, that are post-conflict, I hope to learn as much as I can from here so when we return to Palestine we bring this, when we go to Colombia we bring what we learned in Palestine and Northern Ireland to Colombia, and then we take it to Guatemala and to Los Angeles and so on. The interns also carry this learning around the world.

During the internship, you say there are sessions of processing, what does it mean?
From the very first residency, we followed our workshops with processing sessions, reflecting on a daily basis on methodologies but also on our own group dynamics and how the personal issues we struggle with each other are also played out when working with communities. I realized how valuable it was for me to reflect when people asked questions about why we do what we do. I found that my experience of many years as a psychotherapist and my understanding of group dynamics made it possible for me to draw out insight and new understanding in ways that would not ordinarily happen in an educational setting. I sometimes think the most valuable lessons the interns leave with is a better understanding of who they are as practitioners.
In processing the day, we observe the tendencies; things we tend to look at and what are the things we tend not want to see because they wake up our fears. In this work it happens that we start connecting to our fears, our obstacles, our prejudices, our cops in the head, our narratives that are not serving us anymore.

How is a mentor different from a teacher/trainer?
Augusto Boal was a mentor to me. I don’t think he would have recognized me outside of Los Angeles. I also recognize mythologist Michael Meade as my mentor, even though I only see him once every few years.
The Greeks explained this connection exists when the daemon in a person sees and recognizes the daemon in another person. Once that mutual recognition exists, the mentor becomes part of your psyche, someone you think of when you are in trouble. Or someone who comes to you when you most needed, it’s not necessarily a phone call or an email, it can be just in your mind.
We can be mentors to participants in our community-based workshops even if our stay in their place is brief. You may recognize a gift in a young person who has spent his life misunderstood and stigmatized. By truly seeing him, you give him the experience of seeing himself in a new light, and the strength that comes from this mutual recognition can last a lifetime.
The mentor-mentee relationship is a two way process, both mentor and mentee are constantly teaching and learning from each other. What interests me about mentoring is the experience of working with others who share my vocation but have unique ways of expressing their gifts. .
To learn is to transform. True learning is NOT a process of vomiting information. If you are not transforming you are not learning. And learning is an act of love, there’s no other way to learn. The mentor is not someone who is going to give you comfort and a good grade, or just to give you a bad grade and not tell you anything. The mentor has to commit to that part of you that wants to learn. That is something that gets terribly lost in university, where a teacher has forty students, or in virtual learning. Information can be exchanged, but information can only lead to more information, it doesn’t necessarily lead to formation. And you cannot form someone without knowing who they are.
Part of the beauty of having interns participate and often facilitate the workshops is that I can observe their energy, their interactions. From living together, I also begin to appreciate different traits. I am then able to offer guidance or raise questions for the individual to reflect on. In most learning settings I think we lose the opportunity to gain insight and become more aware of how we learn and how we teach. Together we explore the things that don’t allow us to learn as well as the things we want to learn.

The internship is a total experience because you don’t just work together. You live together. How does the mentorship continue during those days and hours of everyday residency life?
The living together in community, 24/7, while doing the work becomes a great laboratory for life. It’s interesting that much of our community-based work is about reweaving the threads of communities broken by violence, addictions, or other problems, while at the same time, most of us no longer live in community. We live in our apartments, we go to work, we come home. The apprenticeships remind us what community means, what it means to take the group’s needs into consideration. The difference between this and other contexts is that if there is a problem we deal with it. We don’t hide it, we don’t put up with you and wait for the month to end. We deal with it, talk about it, make necessary changes.
During an apprentice residency, hopefully we realize that we all need healing and that we all carry medicine. The way I approach the work is to incorporate healing into Theatre of the Oppressed and social justice, because I do believe that without healing there is not much social justice that is possible, or true transformation. Of course, I do not impose transformation. If the person is ready, it will happen. The same when working with communities, we don’t invite them to come for healing but it is often a meaningful by-product of the process.

What do the interns learn?
I have a role to play that is to guide the process, as much as possible, but my intention is that we all jump in with our gifts, knowledge, questions and enrich the process. I am not teaching a model, I am not teaching a series of techniques, I’m not teaching how to do it. Of course, You will have experience in bringing the techniques and methods into a diverse community of people with no previous theatrical experience. You will live the philosophy of liberation arts and more specifically of Theater of the Oppressed.
I sometimes think the most valuable lessons the interns leave with is a better understanding of who they are as practitioners.
Christine Baniewicz an earlier intern said something very interesting: “being in an apprenticeship is not about learning how Hector does what he does, not learning how to be like Hector. It is to start learning how to be like yourself and to embrace your gifts and your styles and you unique challenges.”

You often speaks about gifts and you tell a story about the gift of every child. Your autobiographical book is „the blessing next to wound“. Tells how gifts and wounds are connected. What does it mean in the context of a community?
When I mentioned each person carries gifts or medicine and the blessings are next to the wound, I am simply echoing an understanding I have gained from my own life as well as learned from most traditional societies. It used to be understood that each child brings gifts that are needed by the community. When our gifts are not seen, honored, initiated they often lead us into deep trouble. We become dangerous in the world. The role of the community is to see, to bless, to recognize those gifts of each child and provide them the needed nourishment and opportunities for the gift to be given.
In mentoring we as a group create the conditions for us to see each other, to both recognize our wounds and our gifts and to have the chance to bless and heal together.
In more modern terms, the working together while using a heightened awareness of oneself and the other we learn to see what gets triggered in us as practitioners while doing the work. I have often observed how some people are great when using the techniques with adults, yet the same person becomes paralyzed when using the same techniques with youth. During the processing we discussed what happened and we described what we observed on that person. We often use rainbow of desire and Cops in the head techniques to investigate and help us unveiled and make conscious some of these mechanisms. Often this inquiry leads to the person connecting to deep feelings of pain and anger that got triggered when working with youth. In a safe and supportive environment we work through the fears and identify the coping mechanisms used by the person. Ideally the practitioner becomes more aware of the fact that this work will trigger in us the things that we often have to deal with on ourselves.
An intern reflects : ”I was often bullied as a teen and when the group starts becoming rough or using foul language I get scare or furious and lose my composure,” The invitation then is to recognize that when working with groups our wounds will be re-opened and its important to know that we are also healing ourselves and that we need to find support when this things happen. Our job is not that of having a salvationist formula for people to apply and change, we can only transform by transforming ourselves, participate in healing by healing our own wounds.
Theater is about story telling and story listening. It‘s about the use of symbolic language (stories, myths. dances, music, ritual objects) to re-signify who we are, to re-member who we are to ourselves and to each other and to the earth.

In November, for the next apprenticeship „Mentor-ship“, what will be different?
Each mentorship experience is absolutely unique. It has to do with the alchemy of the people involved and with what we can create together with our desires. I am excited to have as part of the focus the desire to problematize this attempt to reconnect with this ancient ways of teaching. I am interested in collaborating with Albero in more horizontal ways of learning together. We are also incorporating other wonderful ways of transformation such as Dragon dreaming and whatever else the new interns are interested in exploring.

Your next initiative is in Palestine, you were invited by the Popular Struggle Committee of Bil’in, what will you do there?
Yes, from Oct 8 to Oct 22 2014, I will have the privilege of working with a group of both international and Palestinian theater practitioners and the community of Bil’in. They have specifically asked us for a Forum Theater piece that we will then tour through four neighboring villages. Guided by internationally known muralist, Francisco Letelier, we will also create a mural depicting the story of their struggle against the Israeli occupation, Finally we will create and use giant puppets to participate in the weekly nonviolent demonstration organized by the village demanding the removal of the wall.
“TheAlbero”, in collaboration with “Assopace Palestina Roma”, is organizing an evening (in Rome in the end of October) to tell about our experience in Bil’in. I will bring videos, photos and inter-act with the public in a theatrical dialogue.

Juliano Mer Khamis, co-founder of the Freedom Theatre of Jenin, often repeated that the next intifada would have to be a cultural intifada. What do you think about the role of the arts as tools for social justice and resistance?
Juliano has been an inspiration for many of us around the world and as an artist he was also a visionary. I too share his utopian desire to see the third intifada be a cultural one driven by the spirit of art–by the task of transforming what is and creating something completely new.
My desire as I travel to Palestine, Northern Ireland, Colombia and other places is to re-connect people with the role of the arts as the place where humanity heals. If therapy is the place where the individual tries to heal, Art is what heals the community.

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7 Risposte a “Il teatro di comunità”

  1. Valentina Prudente
    29 settembre 2014 at 10:58 #

    Bellissimo articolo! A tal proposito, venerdi nel profondo sud: https://www.facebook.com/events/270620349810555/

  2. 4 ottobre 2014 at 09:54 #

    Intervista realizzata in collaborazione con María Heras, Giusy Baldanza, Angelo Miramonti, Diane Lefer e Alessia Cartoni.

  3. 3 giugno 2015 at 10:23 #

    Fruits and vegetables in the expecting mother’s diet provide
    the fiber as well as vitamins that are essential for
    the baby’s development. Bamboo tableware and accessories are
    becoming vital part of catering arrangement nowadays.
    Vegetables that grow underground such as carrots or beets, will contain a higher
    level of natural sugars than above ground veggies.

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    […] on http://comune-info.net/2014/10/teatro-dei-ribelli/ Traduzione italiana […]

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