Quando la scuola è buona

di Rosaria Gasparro*

Una buona scuola ha un’idea plurale dell’infanzia. Ne conosce i segreti, le cicatrici, le risate. Ne comprende l’ingegno, le interruzioni, lo zig zag, le intuizioni. Ne rispetta il tempo e lo fa disteso, lento, senza ansia di prestazione. Ne cura il luogo e lo fa verde di natura, alberi e prati, di camminate, per capire ciò che sembra conosciuto. Ne fa una dimensione praticante di credo pedagogico, di investimento delle proprie energie gettate avanti, pro-gettate per qualcuno per qualcosa, come ponti per andare dall’altra parte e per tornare indietro. Per collegare, per costruire, per andare a prendere chi non ce la fa ad attraversare, per salvare. E guardare il cielo.

Una buona scuola parla la lingua dei bambini, ne fa il vocabolario della cittadinanza dell’oggi, ne coltiva i pensieri e i sentimenti. Che hanno spesso la balbuzie, soffrono di solitudine e di nuove paure. Che insegnano la meraviglia. Che parlano strano anche quando non straniero. Che cercano nuove parole anche se non lo sanno. Che cercano casa anche quando sono urticanti e prepotenti, quando si oppongono e rifiutano. Che giocano col tablet ma è l’abbraccio che li rende sicuri.

Una buona scuola conosce il valore di chi ci lavora. La dimensione nascosta, intima, di studio e ricerca, di passione e pena. L’estensione e la profondità che si fa corpo senza essere materia. Il lavoro da cui non ci si dismette, che continua nell’autobus, per strada, a casa, esercizio continuo di pensiero che cerca il come e cosa fare al meglio per ognuno e per tutti. Sa bene quanti depositi di sé inquieti e difficili, di bambini e adolescenti e delle loro famiglie, ogni insegnante si porta dentro. Di come si misura ogni giorno con ben altre assenze e insufficienze per le quali non c’è registro. Di come c’è solo la propria presenza, il proprio essere in relazione, un filo sottile e tenace per fare la giusta trama di ogni storia che sarà.

Una buona scuola crede in se stessa, nel suo compito fondamentale per la formazione dei singoli e della collettività, per la costruzione di un sapere condiviso, di una cultura e di una civiltà in cui c’è posto per tutti, nessuno escluso. E cerca le risorse materiali e umane perché questo avvenga. Perché sa che il futuro entra in classe ogni mattina alle otto e non aspetta il domani.

La buona scuola è la supplente precaria dei governi che si sono succeduti negli ultimi quindici anni. A cui hanno rubato risorse e dignità, umiliandone la funzione in ridicole formule vuote, senza alcun rispetto per chi sul campo si deve procurare in proprio tutto ciò che serve e che non c’è.

La buona scuola non è un tweet o un pdf, non è online, non è una consultazione finta con crocette. Non è roba per vincenti, riguarda tutti sfigati e non, chi ha i sogni e chi non può permetterseli. Non è un premio per pochi, non compete, non separa, non pratica la gogna, non mette gli uni contro gli altri.

La buona scuola è il pensiero e la pratica di chi la fa insieme e che respinge con scatti di dignità gli scatti di merito.

La buona scuola apprezza i gufi che sulle porte di alcune comunità monastiche vengono indicati come saggi del sapere e del silenzio, e che sono capaci di vedere nella notte. Come quella dei nostri tempi.

La buona scuola sa ascoltare e fa parlare, davvero.

Una buona scuola ti vuole bene.

 

* Maestra di una scuola primaria pubblica, vive a San Michele Salentino (Brindisi). Altri suoi articoli sono qui.

L’adesione di Rosaria alla campagna di Comune-info “Ribellarsi facendo”

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3 Risposte a “Quando la scuola è buona”

  1. Stefania Ceccattoni
    30 ottobre 2014 at 06:37 #

    Penso che queste siano le parole piû eloquenti e più sincere con cui dipingere la mia idea di scuola. Negli ultimi tempi mi chiedo spesso se questo è davvero il lavoro che voglio per la vita. E sebbene le difficoltà siano tante mi rispondo sempre di sî. Non si insegna per lo stipendio che come ormai ê risaputo ê tra i piû bassi d’Europa, ma per dare qualcosa alle future generazioni. Talvolta i ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati, di avere tempo per esprimere i propri pensieri in una logica non strumentale o meccanicistica, ma solo perchè a casa nessuno lo fa. Non pensate che anche questo sia un merito?

  2. Piera
    31 ottobre 2014 at 20:54 #

    Nel mio Istituto Comprensivo di Roma giorni fa con un collega della secondaria di primo grado chiacchieravamo sul nome comune di persona: maestra. Lui diceva che anche sua madre lo era ma che non gli era mai piaciuto. Mi sono indignata e ho risposto che il sostantivo maestra ha a che fare con le mani, con il creare, con la vita che pulsa, con gli abbracci, con i pianti, i mocci, le carezze, le sgridate e gli incoraggiamenti.

    La scuola bella e buona quella che ogni giorno vivi tra quelle quattro mura con una quarantina di occhi puntati addosso… Ma che ne sanno i burocrati, dei loro sorrisi e delle loro grida, di quanto insieme si discute della vita e sulla vita. Di quanto a volte sia difficile per noi insegnanti, capire e curare la rabbia di alcuni, gestire frustrazioni e dolori, cercare di mitigare vite già segnate. Fatela finita, lasciateci lavorare in pace con i nostri ragazzi, avete già fatto un disastro di quella scuola che fino a poco tempo fa era di tutti e di ognuno.

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  1. BLOG : La voce di quasi tutti - 30 ottobre 2014

    […] Una buona scuola ha un’idea plurale dell’infanzia. Ne conosce i segreti, le cicatrici, le risate. Ne comprende l’ingegno, le interruzioni, lo zig zag, le intuizioni. Ne rispetta il tempo e lo fa disteso, lento, senza ansia di prestazione. Ne cura il luogo e lo fa verde di natura, alberi e prati, di camminate, per capire ciò che sembra conosciuto. […] […]

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