La riforma scolastica vista da un hacker

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di Salvatore Iaconesi*

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Salvatore Iaconesi, hacker

Ho ricevuto molti messaggi e ho parlato spesso, recentemente, sulla riforma scolastica. Come spesso mi accade, sono d’accordo con molti di voi, simultaneamente. Ovviamente, preso nell’altro senso, sono anche in disaccordo simultaneamente con molti di voi. Perché, come in tutto, ci sono molti punti di vista, e non è detto che siano compatibili, o, addirittura, che parlino della stessa cosa.

La parola “coding”, per esempio. Mi piace e, simultaneamente, non mi piace. Mi piace perché io, personalmente, la associo a quella sorta di rave-party della demo-scene degli anni Ottanta e Novanta. Non c’era il web (non c’era il web come lo conosciamo ora, almeno).

Ci si “incontrava” sulle BBS, accrocchi incredibili messi su per passione, attaccando uno o più telefoni al modem (la BBS poteva essere “occupata”, perché la stava usando qualcun altro), facendo salti mortali (o scoprendo come si faceva il phreaking) perché le BBS più interessanti erano molto spesso in altre nazioni, ed il telefono costava. Ci si dava appuntamento (in una palestra di una scuola, in una warehouse, in un luogo qualunque) e si sviluppava, producendo i “demo”, degli oggetti software a cavallo tra arte, design, multimedia e codice. Si spingevano le macchine fino ai loro limiti estremi, facendo generare milioni di poligoni in tempo reale anche a dei semplici Commodore Amiga, o realizzando software complessi in soli 4kb (non Mb, kb).

Dietro questo genere di happening c’era un universo: c’erano i pirati, gli hacker, i phreak, persino mafie varie e robe illegali paurose, da quelli che rubavano carte di credito telefoniche e facevano truffe, a quelli che si sono comprati la villa a Montecarlo vendendo giochini piratati, a quelli che facevano servizietti vari per i servizi segreti, a quelli che invece li facevano per gli attivisti di mezzo mondo, a quelli a cui invece non interessava nulla, volevano solo imparare (e, desiderandolo, facevano un atto politico niente male).

Era, soprattutto, una modalità desiderante, critica (nel senso della teoria critica, anche se molte volte inconsapevole). Era il tempo del desiderio della critica del codice, non del consumo del codice, né della produzione del codice. Questo, secondo me, è quello che manca. È uno scenario tecno-deterministico. Uno scenario in cui: bene, è passata l’era industriale, prepariamo gli operai della post-industria. È l’era dell’algoritmo, in cui l’infografica è la nuova TV, in cui il dato è la nuova religione, in cui l’informazione è il nuovo consumo e in cui i saperi sono il nuovo feticcio. Ora potrebbe essere lecito dire: sì, ma che cavolo vuole questo? Io sono per un cambio di paradigma.

Sono per il superamento dell’idea di consumo, e pure di quella di produzione.

Sono per l’emersione del concetto di esistenza, e di co-esistenza, come negli ecosistemi.

Sembrano frasi molto astratte, ma non lo sono. Questi giorni sono a Yale. Qui c’è l’1%. Servono tanti soldi per essere qui: tanti per la retta, tanti per l’abitazione, tanti per il cibo, tanti per spostarsi. Qui c’è l’1%, o forse anche lo 0.1% a giudicare da come stanno messe le cose negli USA. Bene, l’1% che è qui a Yale gode di una cosa interessantissima, che è la Liberal Education. Una forma di sistema educativo che consiste nel coltivare esseri umani “liberi”.

L’Università di Yale, New Haven, Connecticut

È molto particolare. Perché, in teoria, la liberal education non serve a nulla. Non Deve Servire a Nulla. Il suo scopo non è quello di preparare ad un mestiere, a una professione, ad essere utili. Il suo scopo è quello di formare esseri umani liberi. Questo è un concetto incredibile. E, soprattutto, non te lo aspetteresti dall’1%.Qui si può oscillare da un corso sulle forme di vita sugli altri pianeti, ad un corso di management, ad un corso sull’utopia nella letteratura delle varie epoche, ad un corso su Jimi Hendrix, ad un corso sulla musica che andava di moda durante il nazismo, ad un corso che tratta di intelligenza emozionale, ad un corso di affari internazionali. E non è che il corso di affari internazionali sia più importante di quello di “vita sugli altri pianeti”.

Poco dopo il mio arrivo ho incontrato il mega-capo-supremo di Yale, Peter Salovey, il quale ci ha confermato questa impressione: “A Yale vi capiterà che imparerete di più in un corso di musica jazz rispetto ad un corso di management.” E questo non perché il corso di management faccia schifo, ma perché è così. Nel mondo degli esseri umani “liberi”, l’utilità, l’efficienza e cose del genere, sono solo alcuni tra i parametri importanti.

Ovviamente, quando ti dicono queste cose, occorre tenere ben presente che è Yale Corporation che parla, e che qui ci viene l’1 percento della popolazione, quelli che se lo possono permettere, quelli che, magari, hanno vie spianate per mille e mille motivi per trovare un lavoro o per seguire una loro vocazione o interesse. Ma pur tenendolo in mente, è interessante vedere come funzionano le lezioni, i seminari, i workshop, gli eventi, i rapporti con gli studenti e i professori, le connessioni con la ricerca.

Tutto conferma lo schema. Questa scuola ti prepara, intenzionalmente, per essere un essere umano libero: ad andare oltre l’utilità, ad andare oltre la necessità di trovare un lavoro, di produrre, di essere efficiente. Perché gli esseri umani liberi sanno che ci sono migliaia di economie differenti, di forme di efficienza differenti, di lavoro differente, di produzione differente, di valore differente. E questi universi non sono paralleli, ma si incrociano in mille e mille punti differenti.

Questa è una scuola totalmente al di fuori delle dinamiche dell’emergenza da crisi. Il suo scopo non è quello di “salvare il mondo dalla crisi,” bensì quello di preparare esseri umani liberi, critici, pensanti, e anche eccentrici. Sto trovando più anarchici, comunisti, rivoluzionari, pazzi scatenati a Yale che al MIT, nella Silicon Valley e in altri posti più trendy e blasonati. Ora: questo è molto interessante.

Non ho ancora tratto delle conclusioni. Forse non lo farò, e comunque è troppo presto. Ma questa cosa risuona. Perché questa cosa è ecosistemica. Descrive un ambiente in cui ci sono valori, velocità, filosofie, metodi, strategie, tattiche diverse e coesistenti. E capaci di generare economie. A cosa serve tutta l’innovazione tecnologica se poi non c’è un’umanità capace di coglierla ed usarla in modi intelligenti e critici, non solo di consumarne i gadget e servizi? E, ancora, non è presa sufficientemente in considerazione il fatto che tanti, tanti effetti positivamente dirompenti possono essere ottenuti formando esseri umani più intelligenti, critici e consapevoli degli effetti delle loro azioni di tutti i giorni sull’ambiente, nella politica, tra le culture, e per la giustizia.

Quanto stiamo vedendo, innanzitutto a partire dalla (chiamiamola così) “riforma scolastica” di questi giorni, è troppo tecno-deterministico, troppo orientato (ancora una volta) all’emergenza, alla crisi. Ha lo scopo evidente (e neanche tanto nascosto) di produrre i prossimi colletti blu, gli operai della next-industria che, oltretutto, visto il modo (e il tempo) con cui sono costretti a lavorare, non godranno nemmeno l’eros dell’eros di organizzarsi, di tentare una rivoluzione.

Ah, sì, avranno Arduino (piattaforma hardware low-cost, ndr): una rivoluzione in un comodo kit di montaggio, pronta per l’uso.

 

 

Fonte: www.vice.com

* Salvatore Iaconesi è un hacker e artista di fama internazionale. Accompagna all’attività creativa quella dell’insegnamento.

 

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