Quel 13 settembre ha cambiato la Sardegna

No, non si è trattato solo della più grande manifestazione antimilitarista sarda del nuovo secolo. La Manifestada a Capo Frasca potrebbe aver innescato qualcosa di molto più grande e importante della pur decisiva battaglia contro l’occupazione militare. Ad essersi mossi, scrivono nell’editoriale che pubblichiamo gli amici di Arrèxini, non sono stati solo i militanti e la gente dei molti comitati promotori. A Capo Frasca sono arrivate le persone comuni, molte le famiglie con i bambini, che hanno mostrato un’insospettata capacità di organizzazione politica. Sta qui, forse, quel qualcosa di più grande che sarebbe bene saper ascoltare ogni giorno, anche quando non irrompe sulla scena con la forza e la visibilità di una giornata che fa storia: la gente di Sardegna ha capito che può tornare a decidere come e per cosa lottare. Certo, a cominciare dallo stop alle esercitazioni, dalla dismissione dei poligoni e dalla bonifica delle areee inquinate, per passare, in modo naturale, alla lotta alla speculazione energetica e arrivare poi a riprendersi la terra e la speranza di poter cambiare le cose. Anche, o soprattutto, nei giorni in cui non si vota
copertina

di Arrèxini

Il 13 settembre 2014 rimarrà nella storia della Sardegna. I numeri segnano il divario tra la Manifestada a Capo Frasca e le battaglie antimilitariste dell’ultimo decennio. L’affluenza è stata enorme: più di 5000 persone hanno attraversato la Sardegna in auto o in pullman organizzati, animati dall’esigenza di gridare a gran voce le parole d’ordine: smettere con le esercitazioni militari, dismettere tutti i poligoni e bonificare tutte le aree inquinate dalle servitù militari. All’interno della cornice della manifestazione un fatto veramente nuovo e rivoluzionario – ovviamente malinteso dalla stampa “tradizionale” – è saltato agli occhi: l’ingresso pacifico e festoso di oltre 300 persone all’interno dell’area militare. Le quali, seguitando la festa di musiche e balli iniziata fuori dalle reti, hanno cominciato un confronto non violento con le forze dell’ordine che è durato fino alla sera. Un segnale, forse solo un piccolo gesto simbolico, all’interno di una giornata alla quale ora è necessario dare una continuità politica e di lotta.Il 13 settembre non è certo stata una vittoria, ma l’ “ottimismo della volontà” di gramsciana memoria ne esce rafforzato e questo aiuta ad andare avanti.
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Se gli obiettivi concreti (smilitarizzare l’isola, bonificarla e restituirla ai sardi) sono ancora lontani, è pur vero che dalla giornata di sabato la battaglia contro l’occupazione militare della Sardegna ha tratto nuova linfa.Ma andiamo con ordine.I colori della manifestazione – 1.400 ettari di servitù militare sui 65.000 dell’intera Sardegna. Aria, terra e mare di una zona occupata che si estende da Arbus a Terralba, da Santa Giusta a Oristano, da Cabras a Riola Sardo. È Capo Frasca, il poligono da tiro collegato all’aeroporto militare NATO di Decimomannu. In migliaia hanno partecipato all’incontro, chiamato da A Manca pro S’indipendentzia, Comitato su Giassu, comitato Su Sentidu, Sardigna Naztione e dal comitato Gettiamo le Basi. Ad essersi mossi da tutta la Sardegna non sono stati solo i militanti di partiti e comitati promotori, ma soprattutto famiglie con bambini al seguito, grandi comitive dotate di organizzazione politica e gruppi di cittadini uniti solo – si fa per dire – dalla voglia di gridare a gran voce “A fora dae Sardìnnia!”. Un tripudio variegato di bandiere, fischietti, tamburi, danze, cori e canti, forme diverse di una stessa testimonianza: l’ospitalità decennale offerta agli eserciti dai sardi non può continuare ad avere seguito. Dalle 4 del pomeriggio un fiume di persone ha percorso, tra nuovi incontri e vecchie conoscenze, il tragitto di circa 150 metri tra il palco e i cancelli della base.
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La protesta si è estesa oltre la battaglia contro le servitù militari, abbracciando anche il rifiuto delle classiche forme di dominio ai danni del popolo sardo, non ultima quella messa in atto dalla speculazione energetica e industriale. Sul palco allestito dagli organizzatori hanno preso parola, oltre alle figure promotrici, vari esponenti di comitati di lotta popolare e associazioni universitarie.all'interno 2L’iniziale coesione della folla, girovaga tra le due estremità che segnavano lo svolgersi dell’adunata, si è sfilacciata con il passare della sera e, intorno alle 19:00, una decina di metri divideva gli spettatori del comizio dal gruppo che aveva deciso di stanziare di fronte ai cancelli della base. La testa e la coda del corteo non sembravano più essere in stretta comunicazione.
Difficile coordinare un gruppo di 5000 persone, e poi nessuno poteva prevedere che, dopo dieci anni di una sorta di immobilismo generalizzato, in cui si faticava a richiamare fette consistenti del popolo sardo attorno alla questione delle servitù militari, il 13 settembre più di 5000 persone si sarebbero trovate tutte insieme animate dalla necessità di emancipazione.L’ingresso nella base – La confluenza di fronte alle reti della base è immediata. Già dall’inizio della manifestazione sono migliaia le persone radunate di fronte al perimetro del Poligono. Da un’ora dopo l’inizio della manifestazione e per due ore seguenti (dalle 17:00 alle 19:00 circa), al festoso chiasso dei cori, dei tamburi e dei fischietti si aggiungono i colpi delle pietre sui cartelli di metallo affissi sulle reti della base. “ZONA MILITARE, DIVIETO DI ACCESSO. SORVEGLIANZA ARMATA”. Quel limite invalicabile, imposto da prima che la grande maggioranza degli astanti fosse nata, appariva sempre meno legittimo. La foga dei manifestanti si fa sempre più forte fin quando, intorno alle 19:00, avviene una svolta nella direzione della manifestazione. Mentre gli organizzatori e gli spettatori del comizio si prestano a concludere i discorsi dal palco, davanti alla recinzione esterna del poligono il sogno di forzare le reti ed entrare nella base si fa sempre più realistico: addossati, circa cinquecento manifestanti urlano cori contro le forze dell’ordine, fin quando una quindicina di pietre lanciate dentro il perimetro della base spacca in parte la coesione. In decine, spaventati, si allontanano, alcuni dissociandosi nettamente dall’azione appena messa in atto. Ma poco dopo, sedati i malumori e le incertezze, vengono tagliate le reti che si frapponevano tra la folla e il poligono. Poco dopo le 19:30 il varco verso l’interno del poligono era aperto. Complessivamente, sono state circa 350 le persone che hanno deciso di riprendersi anche solo simbolicamente, anche solo per alcune ore, un “pezzo” della base militare. Seduti e con le mani in alto, l’intenzione di non voler attaccare le forze dell’ordine è esplicita.
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Per circa due ore si assiste a canti e balli. In una atmosfera di festosa rivalsa e di apparente spensieratezza, si intonano slogan che inneggiano alla liberazione della Sardegna, utilizzando in maniera diversa una piccola parte di quello spazio, che da circa cinquant’anni viene sfruttato per i giochi di guerra delle grandi nazioni occidentali e, ci preme ricordarlo, anche da parte di stati come Israele, che continua a occupare militarmente i territori palestinesi.38In un clima più disteso, diversi manifestanti si avvicinano poco alla volta al cordone di sicurezza degli agenti, rivolgendo domande e lamentele ai graduati presenti. Le forze dell’ordine si sono dimostrate pacifiche ed alle 21:30 tutti insieme i manifestanti rimasti lasciano la base dagli stessi varchi nella rete dalla quale erano entrati. All’interno della base c’è anche un senatore della repubblica, Roberto Cotti, rimasto fino a sera insieme ai manifestanti.I media – Per qualche testata, il 13 settembre non è risultato degno di nota, e solo poche righe sono state spese per raccontare quanto è accaduto nella campagna tra il paese di Sant’Antonio di Santadi e i cancelli del poligono militare. Alcune migliaia di persone, è stato scritto sulla Nuova Sardegna, hanno manifestato contro i poligoni militari, e «alcuni manifestanti sono anche entrati all’interno della base». Certi avvenimenti paiono sempre più curiosi e degni di attenzione quando vengono fatti in altri luoghi, lontani dagli impressionabili lettori sardi.L’Unione Sarda, supporter imprevedibile della campagna contro le servitù militari, ha egregiamente pompato il sentimento di rivalsa contro poligoni e esercitazioni militari. L’attenzione mediatica si è rivelata più alta di sempre, nonostante il problema non sia dell’ultim’ora. Lungo tutta la manifestazione si sono viste sventolare le bandiere vendute dal quotidiano. E grande risalto alla giornata è stato dato sul giornale cartaceo uscito domenica 14.
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Dopo un simile impegno per la riuscita della manifestazione diventa quasi esilarante leggere la condanna del giornale ai «200 facinorosi» entrati nel poligono, alcuni dei quali, ironia della sorte, sventolavano proprio la stessa bandiera venduta dal quotidiano sardo. Anche se, per onor di cronaca, è bene dire che alcune bandiere sono state private della parte inferiore recante il nome del giornale.Non è nell’interesse della battaglia contro le servitù militari dividere i partecipanti alla manifestazione tra buoni e cattivi. Quello che però riteniamo di dover sottolineare è la determinazione mostrata da quelli che, all’apertura delle reti, non hanno esitato a entrare nel poligono e proseguire la contestazione mettendo in scena un atto unico della storia.allinternoLe contestazioni – Urla, insulti e arringhe sono andati contro gli ospiti forse meno benvoluti della giornata. Il Partito Democratico, al governo in Sardegna e in Italia, è stato contestato per la contraddittorietà tra le parole d’ordine della manifestazione (“smettere, dismettere e bonificare”) e gli obiettivi e le azioni portate avanti dal governo italiano di cui sono alla guida (vai all’articolo Occupazione militare: le due facce identiche del PD). Tra i contestati, anche il leader di Unidos Mauro Pili, da qualche anno convinto sostenitore delle lotte contro le servitù militari ma portatore di un passato da presidente della Regione Sardegna che mal si lega – agli occhi di alcuni contestatori – con la nuova veste di reporter-politico impegnato. Il futuro –  A pochi giorni dalla manifestazione è difficile capire quali saranno gli sviluppi per il futuro della mobilitazione. Una cosa è certa, un primo passo importante è stato fatto.Le migliaia di persone che hanno partecipato sabato, ognuna con le proprie idee, ognuna con le proprie modalità, avevano un obiettivo comune che le ha portate a radunarsi insieme per liberare la propria terra dalle basi militari e dalle ombre di complicità con le stragi compiute dagli eserciti. Stragi per le quali le basi sarde ricoprono un ruolo determinante.La prossima tappa sarà la mobilitazione indetta per il 23 Settembre a Lanusei, dove si svolgerà la prima udienza del processo per disastro ambientale a carico dei comandanti del Poligono Interforze del Salto di Quirra. Il sit-in è stato indetto da Pesa Sardigna, una piattaforma nata il 24 agosto attraverso un’assemblea pubblica e comprende al suo interno diverse realtà indipendentiste, antimilitariste e studentesche.
Ora la necessità è quella di proseguire affinché il percorso sia più condiviso, magari creando spazi e momenti che possano coinvolgere, oltre agli organizzatori di questi appuntamenti, anche tutti i gruppi, le associazioni e i singoli che hanno voluto dare questo primo segnale allo Stato italiano.

Redazione Arrèxini.info

 

 

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Per vedere le video interviste di arrèxini:

Mariella Cao – Comitato sardo Gettiamo le Basi
Gianfranco Sollai – Comitato Su Giassu
Paola – Comitato No Radar Capo Pecora

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