Gramellini e il grembiulismo

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di Antonio Vigilante*

Massimo Gramellini se la prende con “il pool sicuramente formidabile di pedagogisti” che a Torino hanno deciso di eliminare dalle scuole materne i grembiuli. Dare addosso ai pedagogisti, ritenuti responsabili di tutti i mali del sistema educativo italiano – come se avessero un potere immenso, e quelli che prendono le decisioni non vedessero l’ora di aggiornarsi sulle ultime idee pedagogiche – è ormai una moda. Una moda contro la quale non protesto, perché una categoria che sceglie come propri rappresentanti dei soggetti come Michele Corsi (presidente della Società Italiana di Pedagogia) merita questo ed altro.

Vediamo il ragionamento di Gramellini, piuttosto. I suoi argomenti sono due. Il primo è che il grembiule serviva ad eliminare le differenze economiche e sociali, a partire dall’abito. Il secondo è che la creatività ha bisogno “di un limite da infrangere, essendo la trasgressione la condizione naturale in cui il talento individuale si esprime”.

Il primo argomento sembra avere una sua plausibilità, ma non mi convince. Io l’ho portato, il grembiule, alle elementari; non mi pare che questo abbia contribuito granché ad eliminare le differenze sociali ed economiche. A scuola, grembiule o meno, ognuno sa perfettamente chi sei. Bastano le scarpe, per mostrare le differenze sociali; o quello status symbol che è ormai lo zaino. Dunque il grembiule semplicemente non serve a questo scopo.

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Il secondo argomento ha qualcosa di inquietante. Dice, Gramellini, che se vogliamo che i bambini sviluppino la creatività, dobbiamo cominciare col negarla. Cosa diventerebbe, la scuola, applicando questo criterio? Gran parte delle cose che si fanno a scuola sono in effetti poco creative. Facciamo contento Gramellini: eliminiamo quelle poche che sono rimaste. Eliminiamo il disegno, il gioco, il raro dialogo tra alunni e maestri. Stendiamo sull’aula una cappa ancora più scura. E perché poi limitarsi alla creatività? Il ragionamento evidentemente sarà valido anche per altre cose. La libertà, ad esempio. Vogliamo degli adulti liberi? Ma la libertà passa attraverso la trasgressione. E dunque facciamo una scuola bella autoritaria, pieghiamo gli studenti sotto il peso di regole e divieti, rendiamogli la vita impossibile. I più si spezzeranno la schiena, ma qualcuno si ribellerà.

C’è nel discorso di Gramellini quell’errore che chiamo paradigma dell’imbuto, e che è ben presente anche nei discorsi dei pedagogisti. Consiste nel ritenere che l’educazione sia quell’azione che trasformare questa-persona-qui in una persona-ideale, pensata da noi. Vogliamo un adulto creativo, e dunque neghiamo la creatività ai bambini. Il discorso non fila semplicemente perché esiste un rapporto necessario tra mezzi e fini, ma non andrebbe bene nemmeno se si stabilisse di fare una scuola creativa per avere degli adulti creativi. La scuola dev’essere un luogo creativo per un’altra ragione: perché la creatività ci fa stare bene. E’ questo il paradigma della situazione, che contrappongo al paradigma dell’imbuto.

L’educazione accade quando, qui ed ora, delle persone fanno insieme delle cose significative; quando sono felici, vive, pienamente in rapporto con sé stesse e con gli altri. Mi sfugge quale contributo possa dare a questa piena esperienza di sé e dell’altro il grembiule. Che mi pare, piuttosto, il simbolo esteriore di quel livellamento ed appiattimento che rappresenta se non lo scopo manifesto, certo il risultato effettivo di tanta scuola italiana.

 

 

* pedagogista, direttore scientifico di Educazione democratica, insegna Scienze Umane in un liceo di Manfredonia (Foggia) e cura un blog 

 

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6 Risposte a “Gramellini e il grembiulismo”

  1. Valentina
    10 luglio 2014 at 20:04 #

    L’unica primaria presente nel nostro comprensivo che poteva ancora vantare la libertà dal grembiule è stata “uniformata” alle altre con gran maggioranza all’ultimo consiglio d’istituto. Che disdetta… eppure rifletto. Sono mamma e insegnante precaria di scuola primaria da quattordici anni. Spesso mi sono uscite dalla bocca frasi come “ognuno ha la sua divisa, il medico, l’infermiere,l’operaio… è giusto che il bimbo trovi la sua collocazione che possa aiutarlo a definire un ruolo nella società”. Poi dopo una sudata notturna di qualche anno fa (!?!?) ho cambiato molte cose di me, del mio essere mamma e insegnante. Nel mio girovagare da nomade supplente, dati alla mente, le scuole con più libertà, parta pure dall’assenza del grembiule, sono scuole più gioiose con bambini più sereni. Ecco.

  2. Stefano
    11 luglio 2014 at 08:10 #

    Antonio, sono pienamente d’accordo con te.
    Mandiamo Gramellini a lavorare all’ILVA di Taranto oppure a raccogliere i pomodori insieme ai braccianti “in nero” (di nome e di fatto) nel sud Italia… Vediamo se poi ha voglia, con la paga misera che prenderebbe, di scrivere e raccontare “corbellerie” come sta facendo, per ordine del potere che lo paga profumatamente…
    Naturalmente non lasciamolo solo: trasferiamo anche Fazio e la Littizzetto con lui,,,
    BRA, braccia rubate all’agricoltura…

    Viva la scuola pubblica e laica!

  3. 11 luglio 2014 at 09:55 #

    Vigliante cade nella stessa trappola di Gramellini a cui imputa l’errore, quello di pensare ad una educazione che “accade quanto delle persone fanno insieme delle cose”. Solo che mentre Gramellini pensa che questo possa accadere partendo da un bisogno non soddisfatto, Vigilante pensa che questo può accadere quanto si fanno delle cose che fanno stare bene. Cambia il contenuto ma il procedimento è lo stesso. E così anche lui cade nel suo imbuto paradigmatico.
    Nessuno dei due si preoccupa, ma non se ne preoccupa in generale tutta le pedagogia italiana, più preoccupata a plasmare l’uomo sulla base delle proprie concezioni della vita piuttosto che a renderlo libero, della necessità, educativa e pedagogica insieme, di rendere e permettere ai bambini di essere protagonisti attivi della loro educazione.

    • 11 luglio 2014 at 15:37 #

      Per me pensare una pedagogia in situazione vuol dire l’esatto contrario di “plasmare l’uomo sulla base delle proprie concezioni della vita”. Vuol dire concentrarsi non su quello che il bambino dovrà diventare, ma su quello che è adesso; non pensare a portarlo da qualche parte – dove vogliamo noi -, ma preoccuparsi che abbia qui ed ora ciò di cui ha bisogno.

      Nei miei libri, alcuni dei quali si possono scaricare gratuitamente, presento una concezione del rapporto educativo come rapporto di coeducazione: l’educatore ha il diritto di essere tale solo se riconosce a sua volta al cosiddetto educando i diritto di educarlo; l’educazione non è una cosa che un soggetto agente fa ad un altro soggetto, passivo, ma una cosa che due persona fanno insieme. Per questo penso che sarebbe opportuno smetterla di parlare di pedagogia, e cominciare a parlare di sinagogia.

  4. Tea
    11 luglio 2014 at 12:38 #

    La ricerca pedagogica ora lo mette in discussione, anche se in questo campo non esistono scelte valide in assoluto. Si deve partire dal concetto che i bambini non sono uguali. I bambini gridano la loro originalità e hanno diritto che questa venga riconosciuta e valorizzata. I bambini sceglieranno il nome da dare alla loro classe tutti insieme, con un esercizio di democrazia, grazie alle loro competenze, idee e fantasie.

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  1. Gramellini e il grembiulismo | Associazioni Riunite - 12 luglio 2014

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