Appunti per una controeducazione

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di Antonio Vigilante

Nel panorama della pedagogia accademica italiana Paolo Mottana occupa una posizione a parte. Per rendersene conto basta aprire e leggere una pagina a caso di questo Piccolo manuale di controeducazione (Mimesis, Milano-Udine 2011, pp. 120). Nulla della prosa fredda, studiatamente impersonale, burocraticamente s-passionata, inframmezzata da citazioni quanto più possibili abbondanti, come richiede l’accademia (e, quanto ai contenuti, ben attenta a non scontentare nessuno) che caratterizza gran parte della produzione pedagogica italiana. Il contro della controeducazione di cui parla Mottana è opposizione alla pedagogia mainstream ed alla costellazione di convinzioni e pseudo-valori che fondano e giustificano la pratica pedagogica e didattica corrente: l’etica del sacrificio, il mito del dovere e del successo, il calcolo miserabile che trasforma la ricerca della conoscenza nell’accurata capitalizzazione di nozioni utili per la futura affermazione e collocazione sociale.

Mottana comincia con il denunciare l’addomesticamento dell’infanzia nelle città attuali. Non c’è più spazio per i loro schiamazzi, per la loro libera attività, per la loro naturale selvatichezza. I bambini sono oggi imprigionati, impigliati fin dalla nascita in sistemi di controllo. Ovunque c’è un bambino, c’è un adulto che lo osserva, controlla, disciplina; ed ogni posto occupato da un bambino è stato preventivamente pensato dall’adulto.

Il luogo dei bambini per eccellenza è la scuola. Luogo della disciplina e del controllo: «un sistema di oppressione legalmente riconosciuto» (p. 22), con le sue strutture che richiamano le carceri ed i manicomi, con il nozionismo che spegne la curiosità e la critica, con l’inadeguatezza dei metodi. Il mondo trabocca di occasioni di conoscenza, mentre gli studenti restano chiusi nelle loro aule, a confrontarsi con uno pseudo-sapere concentrato nei libri di testo. Più che riformata, la scuola va demolita e ricostruita su nuove basi. Occorre un’antiscuola, un luogo caratterizzato dalla flessibilità, dalla fluidità delle esperienze, dall’apertura al mondo esterno, ma anche, se non soprattutto, dall’analisi critica del mondo attuale e dei suoi linguaggi. Che vi sia bisogno di una scuola radicalmente diversa da quella attuale ‒ talmente diversa bisognerà trovare per essa un altro nome ‒ è cosa difficilmente contestabile. Ma come averla? Certo immaginarla, e denunciare la spaventosa inadeguatezza della scuola che abbiamo, è un primo passo fondamentale. Ma non sarà necessario, intanto, riflettere anche sulla possibilità di introdurre aperture e nuove prassi nella scuola che abbiamo? Saranno, s’intende, aperture insufficienti, prassi difficili, realizzazioni parziali: ma serviranno ad introdurre, con lentezza e tra mille difficoltà, una nuova logica, a mostrare che è possibile fare scuola diversamente. Al contempo occorre un movimento politico-pedagogico che ponga con forza il problema e lavori per scardinare il tradizionalismo pedagogico e il modello lezione-interrogazione-voto, mostrandone gli esiti fallimentari sia sul piano cognitivo che su quello della formazione anche politica della personalità.

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L’ethos della scuola e dell’educazione nella società attuale è un ethos del sacrificio, della fatica, del dovere. Alla sua base c’è un se… allora. Il se comprende una sistemazione futura quanto più possibile economicamente e socialmente soddisfacente, l’allora la negazione qui ed ora, in vista di quel futuro, di ogni piacere. Il sapere diventa così null’altro che uno strumento, un mezzo in vista di un fine; e naturalmente, se imparare serve ad uno scopo futuro, la conoscenza perde ogni valore intrinseco.

C’è un imperativo di fondo della nostra civiltà, ed è quello della rinuncia al piacere. Rinuncia non totale, evidentemente, perché il piacere è reso necessario dal sistema dei consumi. Ma si tratta, appunto, di un piacere controllato, anzi manipolato: «Godi, ma quello che ti dico io e nel modo che dico io e, cosa più importante, a patto che tu ti sia sottomesso al meccanismo che rende possibile un tale godimento» (p. 88). In questo modo la nostra società può essere al tempo stesso una società del dovere e del piacere. Il dovere di lavorare, di produrre, di guadagnare per ottenere riconoscimento sociale; e poi il dovere di provare piacere per ciò che la società stessa indica come piacevole; il dovere di acquistare ciò che altri hanno prodotto e di farselo piacere.

Si tratta di un sistema apparentemente libero ‒ fondato del resto sul libero mercato ‒, ma sostanzialmente totalitario. Basti considerare la sorte di chiunque non si adegui alla logica del sistema. Se nei sistemi totalitari il dissidente viene considerato un nemico e messo in carcere o nei campi di concentramento, nel sistema capitalistico chiunque non si adegui è considerato malato: la sua non è una scelta da combattere, ma una patologia da curare. La distinzione tra normalità e follia è del resto una delle distinzioni di fondo della società capitalistica. Ad essa si affiancano la distinzione tra uomo e donna, tra essere umano ed animale, tra adulto e bambino, tra umanità e natura. L’educatore è il custode di queste distinzioni; è grazie alla sua opera che si l’individuo si installa al centro del mondo, forte della sua identità nata dal rifiuto delle differenze.

Controeducare per Mottana vuol dire destituire questo individuo-centro e rovesciare il suo mondo; d’altra parte, poiché questo mondo è, di fatto, un mondo alla rovescia, il contromondo della controeducazione «altro non sarebbe, in una prospettiva vitale e desiderante come quella prospettata ‒ arredata dai sensi e dal gusto dell’immanenza, dall’immaginazione e dall’eros ‒, che un mondo rimesso nella posizione propria, mentre è il mondo attuale ad apparire capovolto, storto, invertito» (p. 111). Per Mottana le leve di questo rovesciamento sono il desiderio ed il piacere. Il soggetto occidentale è caratterizzato da una ragione che sottomette e controlla le passioni, sottraendosi al loro gioco mutevole e conquistando quella sicurezza esistenziale che solo il distacco dai sensi può offrire. Dominatore di sé stesso, questo soggetto può essere al contempo dominatore del mondo, sempre in virtù di questo distacco. È il distacco dello spirito dal corpo, dell’umanità dall’animalità, con quest’ultima che dev’essere negata e rimossa.

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Può sembrare che nella società dei consumi l’ascesi possa avere un valore rivoluzionario, quale rifiuto dell’imperativo di godere, della costrizione del piacere funzionale al mercato. Così per Mottana non è. «La rinuncia e l’evitamento del piacere, delle passioni, dell’istinto, sono la base delle pratiche di controllo, sottomissione e disciplinamento, ovunque si tratti di esse, cioè in ogni aspetto della nostra vita» (p. 87). La via è invece nell’anarchia del corpo e delle sue pulsioni, nel «primato di un agire appassionato e desiderante» (p. 89), un moto dionisiaco che si fa collettivo e politico. Sarebbe opportuno distinguere un piacere legato all’io da un piacere che va oltre l’io. La prima forma di piacere, esercizio di potenza che tende a degenerare nel dominio, non ha alcuna valenza rivoluzionaria: al contrario, è una necessità del sistema dei consumi. Il secondo tipo di piacere, che è quello di cui parla Mottana, è un piacere che sfugge al controllo tanto dell’io quanto della società, un piacere sregolato che minaccia l’ordine costituito. Probabilmente è possibile fare una simile distinzione anche per l’ascesi. Distinguere, cioè, un’ascesi che è controllo delle passioni da parte di un soggetto-spirito-ragione (tecnologia del sé, per dirla con Foucault) da un’ascesi che è al contrario abbandono del soggetto, e che consente la libertà più piena nei confronti del potere e dell’autorità. Può essere che i due estremi ‒ l’esplosione del piacere e la rinuncia ad esso ‒ finiscano per toccarsi, e che la via in discesa e quella in salita siano la stessa via.

Il contributo più significativo di questo libro di Mottana mi pare che vada ricercato qui: nella ricerca di una via d’uscita dalla soggettività occidentale, anzi dalla soggettività tout court, anche in campo pedagogico. Una ricerca per la quale si potrebbe parlare di pedagogia transpersonale, indicando un percorso che è ancora tutto, o quasi, da tracciare.

 

 

* pedagogista, direttore scientifico di Educazione democratica, insegna Scienze Umane in un liceo di Manfredonia (Foggia)

 

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