C’è un tempo da preservare

te

di Rosaria Gasparro*

C’è un tempo buono da preservare. Ciò che resta di un paradiso, se è vero che c’è stato. Fatto di stagioni, di neve che ancora non sai com’è e di bagni al mare. Di ginocchia sbucciate. Di pane e pomodoro. Di latte con i biscotti. Di fiabe della buonanotte. Di costruzioni, aquiloni e casette. Di bambole e peluche. Di mostri che si addomesticano e diventano amici. Di fiori di campo da raccogliere, ma forse è meglio di no. Di scoperte, quando si dà un nome ad ogni cosa ed è un gioco che non finisce mai. Di capricci e bisticci, di pasticci. Dell’abbraccio sicuro quando si fa scuro. Delle dita nel naso e nella marmellata. Di altalene e della prima bicicletta da grandi anche se con le rotelle. Della luna che ci segue. Della nostra ombra che fa la stessa cosa. Delle lacrime che si asciugano facili. Un tempo senza peso, dei sensi, del corpo. Ho sonno, ho fame. Facciamo il pane. Delle impronte sulla sabbia degli uccelli e delle lucertole. Dei castelli in riva al mare. Delle conchiglie nel secchiello. Delle pozzanghere in cui specchiarsi e metterci le barchette di carta.

Un tempo in cui si è così ingenui e pieni di fiducia che gli asini possono davvero volare e i ranocchi diventare principi. Basta un bacio, come sulla bua che poi passa.

Il tempo di chi è nato libero e semplice, in cui il pensiero è l’operazione che si fa, il gesto concreto che tocca, annusa, porta in bocca, segue il contorno delle cose e fa sue le forme, le grandezze, i colori. il tempo in cui si impara in presa diretta.

Un tempo senza orario, che non scade, che non chiede niente, gratuito, senza zaini sulle spalle che non si sanno ancora portare. Un tempo scandito dai ritmi del sole e della notte, naturale.

Un tempo che è uno spazio aperto in cui lasciare i segni di sé, senza stare nelle righe, senza andare a capo.

È il tempo dei bambini che vivono nel presente, quando il domani non li interroga.

Un tempo separato senza prodotto, dove non è necessario dimostrare il proprio valore, perché è l’apriori fondativo dell’umano, perciò sacro, da garantire dagli 0 ai 6 anni; un’età che non si tocca che non si accorcia. Non dura tanto. Si perde da solo. Si consuma col diventare grandi.

Un tempo patrimonio dell’umanità esposto all’erosione del potere, dell’economico come unico valore performativo, che prova di nuovo a stravolgere bambini e maestri con proposte irricevibili. Anticipo scolastico, no grazie!

Serve allora un esercizio di nostalgia per ricordare da dove veniamo, per ascoltare il bambino e la bambina che eravamo. Leggiamo Peter Handke e poi scriviamo la nostra poesia.

“Quando il bambino era bambino,

se ne andava a braccia appese.

Voleva che il ruscello fosse un fiume,

il fiume un torrente;

e questa pozza, il mare.

Quando il bambino era bambino,

non sapeva d’essere un bambino.

Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.

Quando il bambino era bambino,

su niente aveva un’opinione.

Non aveva abitudini.

Sedeva spesso a gambe incrociate,

e di colpo sgusciava via.

Aveva un vortice tra i capelli,

e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,

era l’epoca di queste domande.

Perché io sono io, e perché non sei tu?

Perché sono qui, e perché non sono lí?

Quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?

La vita sotto il sole, é forse solo un sogno?

Non é solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo,

quello che vedo, sento e odoro?

C’é veramente il male e gente veramente cattiva?

Come puó essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare?

E che un giorno io, che sono io, non saró piú quello che sono?

Quando il bambino era bambino,

per nutrirsi gli bastavano pane e mela,

ed é ancora cosí.

Quando il bambino era bambino,

le bacche gli cadevano in mano,

come solo le bacche sanno cadere. ed é ancora cosí.

Le noci fresche gli raspavano la lingua, ed é ancora cosí.

A ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora piú alta,

e in ogni cittá, sentiva nostalgia di una cittá ancora piú grande.

E questo, é ancora cosí.

Sulla cima di un albero,

prendeva le ciliegie tutto euforico, com’é ancora oggi.

Aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne.

Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,

lanciava contro l’albero un bastone, come fosse una lancia.

E ancora continua a vibrare”.

 

* Maestra di una scuola pubblica. Altri suoi articoli sono qui.

L’adesione di Rosaria alla campagna di Comune-info “Ribellarsi facendo”

DA LEGGERE

| 25 maggio 2014 | 37 Commenti

Il ministro dell’istruzione Stefania Giannini vuole anticipare a cinque anni il percorso scolastico. La domanda è: ci bruciamo l’infanzia per andare dove? Smettiamola con il mito tossico del “prima”

No Sav, Scuola ad alta velocità

| Proposte per una scuola nuova. La prima? Rallentare e volare in alto

Ci vuole il tempo che ci vuole

“A scuola non si ride più, abbiamo dimenticato la saggezza di Gianni Rodari, come se in aula non potessero entrare la calma, un po’ di leggerezza e di allegria. Le cose non vanno meglio a casa. Almeno a scuola i bambini dovrebbero rallentare – scrive Luciana Bertinato, maestra -, imparare e fare le cose con il tempo che ci vuole, avere occasioni per parlare e ascoltare, giocare con la sabbia e le foglie, percepire i profumi e gli odori, scoprire il silenzio, cogliere le sfumature”. La ribellione ai domini della velocità, del Pil e della competitività comincia a scuola

Città e scuola senza orologi

| Città e bambini: il cambiamento è prima di tutto riappropriazione del tempo

La scuola non è uno sprint

| Ripensiamo l’apprendimento: a scuola, prima di tutto, occorre rallentare

Tags:, , ,

2 Risposte a “C’è un tempo da preservare”

  1. 3 giugno 2014 at 10:04 #

    Grazie della sana nostalgia leggendo queste considerazioni. Tutti abbiamo questo bagaglio di sane esperienze. Tutti o quasi. Sicuramente oggi sempre di meno, giochi elettronici, tv al posto del dialogo, non uscire perché è pericoloso, non mettere le mani in bocca, non stare x terra. Come può crescere una generazione così? Noi possiamo ricordare, con malinconia. Ma i bambini di oggi cosa si ritroveranno? Mi lascia tanta tristezza, mi lascia disarmato…

Trackbacks/Pingbacks

  1. BLOG : La voce di quasi tutti - 4 giugno 2014

    […] C’è un tempo buono da preservare. Ciò che resta di un paradiso, se è vero che c’è stato. Fatto di stagioni, di neve che ancora non sai com’è e di bagni al mare. Di ginocchia sbucciate. Di pane e pomodoro. Di latte con i biscotti. Di fiabe della buonanotte […] […]

Lascia un commento