Ladri di fantasia e di strade

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di Maria Delli Quadri*

Ai tempi della mia infanzia, la strada dove era situata la mia casa non era asfaltata, per cui d’estate era arida come un greto di torrente, ma diventava un pantano con le piogge d’autunno e le nevi dell’inverno. Questa via era il teatro preferito dei nostri giochi, miei e di un’amichetta (come si dice oggi con leziosità), che vi trascorrevamo interi pomeriggi a giocare a corda, a “uno-due-tre stella”, ai “quattro cantoni” o a “mazza pzzott” quando eravamo più di due. Libere di correre e schiamazzare, senza il timore delle macchine che nessuno aveva tranne il medico del paese, andavamo su e giù intente ad assaporare la nostra libertà.

I giochi erano rigorosamente femminili (i maschi restavano per conto loro perché c’era la divisione dei sessi come a scuola). Non avevamo giocattoli se non quelli creati dalla nostra fantasia. Le bambole erano di pezza e piccoli ritagli di stoffa costituivano il guardaroba ricercato di queste buffe sagome di cui ci consideravamo le “mamme”.

Tra gli altri, gli oggetti più ricercati erano le “cucinelle”: pezzi di piatti rotti, schegge di specchi, qualche bottone particolare, una conchiglietta, una madreperla, un pezzo di legno quadrato ai cui lati applicavamo quattro chiodi grandi, in modo da farne un tavolino da cucina o da salotto. Questi oggetti venivano acconciati opportunamente lungo le scale di casa o sulla soglia del portone, in modo da creare ambienti diversi dettati dal nostro gusto del momento.

Eravamo comari o mamme che si scambiavano visite e parlavamo di bambini imitando gli adulti e assumendone gli atteggiamenti; eravamo medici o pazienti, infermiere o fattucchiere. Ci sforzavamo di parlare in italiano ma era soprattutto il dialetto a far da padrone. A sera eravamo stanche e sudate, ma nessuno ci avrebbe invitate a fare la doccia. Le mamme ci rimproveravano perché, correndo e saltando, consumavamo energie e scarpe (zoccoli di legno).

Che appetito, che voglia di cibo! La fetta di pane che ci toccava a merenda era divisa in due parti: la più grande era il pane, la più piccola era il cacio. E noi facevamo un boccone di qua e uno di là sforzandoci di illudere il palato con sapori diversi.

La miniera delle cucinelle era l’area sottostante la casa signorile dei vicini. Di tutto trovavamo: astucci vuoti di rossetto, bottigliette che avevano contenuto il profumo, catenine spezzate, nastrini colorati, anellini rotti e tutto ciò che veniva scartato da una famiglia benestante con “signorine” elegantemente vestite e raffinate. Sul più bello, però, della meticolosa ricerca, a spezzare l’incanto arrivava dall’ alto una bacinella di acqua sporca che ci innaffiava in pieno riducendoci come pulcini. Non credo che la signora lo facesse apposta: lo spazio sottostante alla casa era una vera e propria discarica a cielo aperto.

Cerimonia particolare era il battesimo della “pupotta” (bambola). Imitavamo le nostre mamme e impastavamo i dolci con acqua e segatura, fingendo di mangiarli con gusto.

I giochi poveri che facevamo noi stimolavano molto la fantasia fino a farci creare personaggi e situazioni immaginarie che sostituivano in pieno e integravano la vita semplice delle nostre famiglie. Il gioco era il nostro lavoro; ad esso dedicavamo tutte le risorse e le energie di cui potevamo disporre.

nIn epoca più recente i giocattoli sono diventati più sofisticati e perfetti nella loro struttura. Negli anni ‘60 è arrivata la regina, la Barbie, seguita da Ken, da Big Jim ed altri. Ero adulta sposata con due figli: la bambina ha avuto dodici di quelle bambole con corredo di camper, salone di bellezza, casa e guardaroba assortito per ogni occasione. Le ha amate tutte e ci ha giocato intensamente insieme con l’immancabile Ciccio Bello e relativo passeggino. Mio figlio ha avuto solo Big Jim, pupazzo che ha sempre strattonato sbatacchiandolo di qua e di là; preferiva le macchinine e le costruzioni Lego.

Non bisogna dimenticare che i piccoli giocano e si divertono inventando realtà più accessibili alla propria esperienza reale. Le cucinelle potevano essere di volta in volta soprammobili, pentole, tegami o piatti secondo l’estro del momento. Le pupotte erano signore, regine, principesse o fate.

Purtroppo per loro, però, una macchina è una macchina, un fucile è un fucile! E’ difficile oggi che concedano spazio all’immaginazione del bambino, se non qualche avventura presa dai fumetti o dalla Tv. Nello spazio di 35-40 anni i bambini si sono sempre divertiti, con cucinelle, pupotte e cerchi o con giocattoli sofisticati e se la fantasia è stata la luce che li ha guidati e accompagnati nella fase difficile della loro crescita, allora sono cresciuti in modo sano e consapevole. Che dire dei bambini seduti, oggi, ore e ore a guardare, chiusi negli appartamenti, la televisione o i videogiochi? Anche quelli sono giochi?

 

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* Maria Delli Quadri, professoressa di lettere, oggi in pensione, è nata ad Agnone (Is), ama la musica e la lettura. Cura un’interessante rubrica su Almosava.it – da cui è tratto questo articolo, titolo originale Io gioco, tu giochi… Le Cucinelle – con cui volge lo sguardo sul mondo dell’Alto Sannio (area tra l’Abruzzo e il Molise) e nascono pensieri e ricordi.

DA LEGGERE

Quel che resta del gioco

| La mercificazione ha aggredito ovunque l’arte del gioco: i giocattoli sono diventati personaggi con storie e caratteri già definiti. I bambini hanno sempre meno possibilità di smontare e riassemblare, possono agire esclusivamente in funzione di proprietari, non di creatori

Un due tre… liberi tutti

| “Cominciavamo con la primavera. Quando la luce si allunga e l’aria sa di mandorle. Come gli uccelli, qualcuno fischiava e gli altri arrivavano. Eravamo bambini e bambine e avevamo la strada tutta per noi. Vuota e libera, dove tutto poteva accadere ….. “

L’archeologo dei giocattoli

| Roberto è un mastro giocattolaio che costruisce giocattoli riciclando

Mettiamoci in gioco

“Io conto, tu ti nascondi”, l’audio documentario dedicato al gioco

Cosa bolle nelle nostre pentole? | Le buone ragioni per giocare con vecchie pentole e scarti da cucina

Gli abbiamo rubato pure la creatività

I bambini di oggi hanno perso rispetto ai loro genitori e nonni un dono importante, la creatività. La causa? Sono impegnati in troppe attività organizzate, strutturate e supervisionate dagli adulti e non possono giocare liberamente tra loro, specie fuori casa. Lo spiega lo psicologo Peter Gray del Boston College citando i dati di un recente […]

Non solo videogiochi e pc per bambini. Elenchiamo insieme alcune alternative

Ci vuole il tempo che ci vuole

Almeno a scuola i bambini dovrebbero rallentare, tra allegria e cooperazione

C’è un tempo da preservare

Fatto di ginocchia sbucciate, bisticci e pasticci, sabbia, neve….

Il bambino cresce nella decrescita…

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4 Risposte a “Ladri di fantasia e di strade”

  1. Maria Indiano
    4 giugno 2014 at 19:13 #

    Interi pomeriggi seduti sui gradini a chiacchierare con tutte le persone: zie, nonne, vicine e stradarole. Le rondini allora mi sembravano più rumorose e numerose. E quanti giochi: nascondino, la slitta , il cerchio altro che palestra, danza, ogni bambino la sera età così stanco e felice che non vedeva che il letto. Computer, tv per. fortuna non esistevano!

    (via fb)

  2. Claudia Michelesi
    4 giugno 2014 at 21:10 #

    Io faccio parte della generazione che giocava a campana, a corda, a palla, a nascondino, a nizza, a “signore” , ai quattro cantoni, ad acchiapparella, a mosca cieca. Tutto senza bisogno di un giocattolo particolare. Quanto ci divertivamo in giardino fino a tardi l’estate…

    (via fb)

  3. Gabriella Castelli
    6 giugno 2014 at 23:12 #

    Io in prima elementare ho rivalutato il gioco Mondo ad esempio. .. piace dipendr da come glielo si propone . Utile petaltro per i numeri. Anche il famoso nascondino. Affascina anche questo. Poi ce ne sono tanti altri

    (via fb)

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  1. BLOG : La voce di quasi tutti - 5 giugno 2014

    […] Ai tempi della mia infanzia, la strada dove era situata la mia casa non era asfaltata, per cui d’estate era arida come un greto di torrente, ma diventava un pantano con le piogge d’autunno e le nevi dell’inverno. Questa via era il teatro preferito dei nostri giochi […] […]

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