Il banco dei bambini

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di Rosaria Gasparro

“Cambio posto e ti conosco”. È il nostro alfabeto pratico. Quello della convivenza. L’opera che stiamo componendo. Accade ogni lunedì. Una settimana ci si siede insieme maschi e femmine. La settimana successiva femmine con femmine e maschi con maschi.

I primi tempi ci si sceglie tra amici, si va sul sicuro. Poi si osa per diventare compagni di chi si conosce poco. Quindi ci si arrischia pure con quelli con cui non si va d’accordo, con cui sembra che non ci sia niente in comune. Simpatici e antipatici. Scontrosi e socievoli. Terribili e tranquilli. Ci mescoliamo insieme pian piano.

Magari ci azzuffiamo. E c’impastiamo di noi, della nostra farina e del nostro sale.

Ci ritroviamo di volta in volta più morbidi, meno spigolosi. Certe volte non lievita niente ma il pane è buono anche azzimo. Certe volte rimane duro come una pietra.

12Iniziamo il “Cambiaposto” con dieci minuti per parlare di noi a chi ci sta a fianco e per ascoltarlo. «Io sono… mi piace… detesto… l’altro giorno mi è successo che….ora tocca a te… ti apprezzo quando…». Dieci minuti per guardarsi negli occhi senza scappare. Per conoscersi. Per vincere l’imbarazzo. Per riconoscere le emozioni. Per gestire il rifiuto e la paura. Per imparare a ‘vedersi’. Il colore degli occhi e dei capelli. Il colore dei pensieri. L’odore dell’altro. Il suo volto. Dieci minuti son poca cosa, ma indicano la direzione per diventare amici. Perché solo tra amici si può pensare, e se lo diceva Socrate noi gli crediamo.

«Io ti vedo… Sawu bona» come nel saluto ubuntu. Quindi ti riconosco quindi ti accetto quindi ti rispetto. È un modo giocoso per scaldarsi, per incontrarsi. Il nostro “buongiorno”, il salām ‘alaykum di Sami e Malak. È così che i piccoli cittadini crescono.

Col “Cambiaposto” passa di tutto. C’è chi aspetta che passi la settimana perché con quello o con quella proprio no. Chi invece scopre nuove affiatamenti e via con le confidenze. Li riconosci subito per quanto chiacchierano e perché a ricreazione camminano abbracciati.

Venerdì si è sciolta l’ultima resistenza e la bambina più riottosa a lasciare le sue amiche del cuore – quelle con cui ha formato il club antimaschio – ha avvicinato il suo banchetto a quello di S. che era rimasto solo. Lo ha pure aiutato. Mentre gli sorrideva.

Serve cambiare posto spesso, per cambiare il punto di vista. Per allargare la visione. Dalla parte del banco, a incominciare dai maestri per sentirne la nostalgia. Per continuare a cercare e a imparare.

Sul piano di formica continuiamo a prendere forma. Il banco di scuola semplice e modesto, spesso malridotto, che a volte balla, è il nostro banco di prova. Nei banchi proviamo come si sta al mondo insieme agli altri.

C’è chi trasborda, chi segna il confine, chi non riesce a starci, chi lo cura come un giardino, chi lo tiene in disordine, chi ne fa una discarica, chi gli tira calci… Chi divide le sue cose con l’altro, chi guai a toccarle. Chi non pone limiti e chi alza muri con l’astuccio. Chi sta come un riccio e chi come un micio. Ognuno a suo modo impara a tenere banco. Ognuno ci lascia una traccia. E. ha scritto il suo nome sulla sedia. Grande col pennarello nero indelebile.

P. ha scritto sotto il banco che ama G., con la penna cancellabile.

A. ha scritto viva la squadra per cui tifa.

C. ha disegnato con la matita una casetta con la strada.

M. ha scoperto da poco la matita a carboncino e quella sanguigna e fa le prove. Un sole, un albero, un cuore, una spada.

Ognuno ci lascia un segno, uno scarabocchio, la sua figurina, il suo adesivo. Le gomme da masticare no, quelle non si fa. Un po’ tutti ci scrivono il proprio nome. E lo cancellano.

Nei banchi si scrive e si costruisce la costituzione materiale della classe che si ispira a quella fondamentale con la C maiuscola. Il banco è democratico, si sta da pari a pari, mentre di fianco si siede il mondo.

Non nasciamo uguali ma nei banchi lo diventiamo. Prima della nazione, della lingua, della fede, del genere, del denaro e della povertà, del bisogno ordinario e speciale di cui siamo tutti portatori sani, prima di tutto gli accidenti che ci definiscono accanto siede l’umanità bambina.

Il banco ha la sua etica e la sua economia. La collaborazione o la competizione. La comunanza o la separazione dei beni. I prestiti e i piccoli doni che a volte si reclamano indietro. Lo scambio e il baratto. Le intese e i patti. L’aiuto. Il copiare. Il sottobanco che brulica di segreti e libri. Di lettere d’amore, di barchette e di aerei di carta pronti a volare. Nel banco impariamo a stare vicini senza ferirci. Compagni con il panino diviso a metà.

Noi cambiamo spesso la disposizione dei banchi, in base alle esigenze del lavoro. Li sistemiamo a piccoli gruppi per raccontare le storie e per inventare le poesie. A grandi gruppi per i laboratori d’arte. In cerchio per il circle time, quando vogliamo parlare di noi. Li addossiamo alle pareti per fare teatro.

Il segreto è portarsi il banco che non c’è anche fuori. Poggiare la testa sulle braccia e mettersi in ascolto. Ogni momento, ogni luogo, è quello buono per stare ad occhi aperti ad imparare o a sognare. E funziona bene anche con gli occhi chiusi.

Dal banco ci passiamo tutti, è lì che avviene la nostra educazione sentimentale, una bella finestra per affacciarci sull’altro e sul mondo.

Il banco del futuro prossimo sarà digitale, interattivo, un monitor touchscreen a 32 pollici. Il compagno di classe sarà classmate, un quaderno multimediale che sarà fornito ad ogni bambino. Che sarà ovviamente opportunamente connesso e informato. Che però non vuol dire necessariamente formato e felice.

 

Rosaria Gasparro è maestra di una scuola pubblica. Altri suoi articoli sono qui.

L’adesione di Rosaria a “Ribellarsi facendo”

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