App non significa apprendere

Ai genitori degli alunni della prima B della Iqbal Masih, a Roma, non è piaciuto il progetto piovuto dall’alto che prevedeva un utilizzo “diffuso e continuo” dei supporti digitali, che avrebbe accompagnato i bambini nel corso dell’anno: ad ogni alunno il suo tablet, collegato a una rete Wi-Fi, e alla maestra una lavagna elettronica. Hanno protestato, discusso e approfondito, rifiutando quel progetto e sostituendolo con un laboratorio di informatica. “Non si tratta di essere contro o a favore del digitale – dice Roberto Casati filosofo e direttore del Cnrs dell’Ecole Normale di Parigi, che ha incontrato i genitori della Iqbal Masih – La questione è capire che uso farne, e soprattutto che uso farne fare ai più giovani e come introdurle all’interno di un percorso scolastico”. La sua teoria è che i supporti digitali sono apparecchi molto distraenti. Per Casati la storia che le nuove generazioni, quelle cresciute a bagnomaria nelle tecnologie, siano in grado di fare più cose contemporaneamente e di farle bene, grazie alle loro “competenze”, è una bufala. “Ma di che competenze stiamo parlando? Della capacità di passare da un’applicazione a un’altra o di spostarsi tra diversi link? Se queste sono capacità, mi sembra che valgano ben poco. I bambini sono in grado di fare funzionare un I Pad perché il design tecnologico si fa ogni giorno più semplice e intuitivo. Anche mia zia sarebbe in grado di utilizzarlo, se volesse”

kids

di Marzia Coronati*

Ricordo che una mattina di quattro anni fa, camminando per le vie di una periferia nord di Roma, mi sono imbattuta in due alte pile di tomi verde scuro, disposti affianco a un cassonetto dell’immondizia. Era un’enciclopedia completa dalla A alla Z, di quelle classiche che si usavano per le tesine a scuola. Sono corsa subito a recuperare la mia automobile e sono tornata di gran fretta al cassonetto. Sorpresa: i libri erano ancora lì, intoccati. Li ho caricati nel porta bagagli, non senza una certa fatica, e li ho portati a casa, cinque piani a piedi.

Ai tempi vivevo in una soffitta di circa quattordici metri quadri, nove calpestabili. Avevo fatto fatica a fare entrare un minuscolo scaffale e i pochi libri che vi avevo disposto erano frutto di una selezione serratissima. Quella mattina, presa dall’entusiasmo di quell’imperdibile affare, non avevo pensato a quel dettaglio. Non c’era niente da fare, non sarebbero entrati neanche sotto il letto, avevo un futon. Non mi sono persa d’animo, sono corsa a casa di mio fratello, ho scaricato i tomi sul pianerottolo (fortunatamente stavolta al piano terra) e ho suonato. Il mio sorriso soddisfatto per quel regalo straordinario che stavo per consegnargli non mi sembrò totalmente ricambiato, ancor meno dalla moglie, intenta a inscatolare le ultime cose per il trasloco imminente che stavano per affrontare. “Li sistemiamo in cima a quell’armadio solo sino a quando non gli troverai un altro posto” è il massimo che sono riuscita a ottenere. Da quel giorno ho iniziato una serie di telefonate, dagli amici. “Un’enciclopedia? macchè sei fuori? Ma che ci dovrei fare?”, alle scuole “No guardi ne abbiamo già una, ogni tanto dobbiamo ricordarci di spolverarla”. Alla fine, disperata, ho deciso di regalare i libri a un negozio dell’usato. “E’ un vero peccato, ma non sono riuscita a trovare nessuno che li vuole, però è una fortuna per voi, ecco, sono come nuovi, ho spiegato al commesso, intento a sistemare qualcosa sugli scaffali. “Può anche tenerseli”, ha risposto secco, senza neanche guardarmi “queste cose non le vuole più nessuno”.

Un contratto di attenzione

Ho abbandonato l’enciclopedia vicino a un cassonetto, di notte, un mese dopo averla trovata. Questa volta l’ho lasciata in una periferia e est della città. “Nessuno si stamperebbe mai Wikipedia. Per quale motivo dovrebbe farlo? Per avere gli scaffali pieni di cose che non guarderesti mai?”, mi ha detto Roberto Casati, filosofo e direttore del Cnrs dell’Ecole Normale di Parigi. “Ci sono tanti testi che stanno migrando automaticamente al digitale, ma i libri non sono tutti uguali … ci sono i saggi, i romanzi, le favole, le enciclopedie, i ricettari. Un saggio a mio parere non potrebbe mai essere digitalizzato. Uno scrittore di saggi scrive per un lettore attento, non per uno che fa zapping, un saggista si rivolge a qualcuno che segue dall’inizio alla fine un certo tipo di discorso. Credo che il libro di carta stipuli con il lettore un contratto di attenzione, che impegna chi legge a rimanere concentrato su quanto è scritto sino a che non si chiude il libro”.

Casati non è un detrattore delle tecnologie, mentre parliamo tira fuori dalla tasca due telefoni cellulari e poggia sul tavolo un tablet con cui lavora ogni giorno. “Non si tratta di essere contro o a favore del digitale, le tecnologie esistono e le utilizziamo tutti. La questione è capire che uso farne, e soprattutto che uso farne fare ai più giovani e come introdurle all’interno di un percorso scolastico”. La sua teoria è che i tablet e i supporti digitali in genere sono apparecchi altamente distraenti. “Credere senza riserva all’idea che l’educazione passi per un oggetto come l’iPad che ha milioni di applicazioni superinteressanti a tiro di click è come pensare di mettere mia figlia a scuola in una classe nella quale è circondata da decine di televisori in stand-by di cui lei sa che stanno trasmettendo video divertentissimi, e che basterebbe un gesto, che dico, un pensiero, per vederseli tutti, magari anche tutti insieme”.

kIl multitasking, spiega il ricercatore, non esiste, l’attenzione è una cosa che nessuno sa bene cosa sia, ma l’unica certezza che si ha è che non ne abbiamo molta a disposizione. E’ impossibile insomma fare due attività contemporaneamente dedicando a entrambe la stessa attenzione che potremmo dedicargli facendone una alla volta. “Sto parlando di multitasking cosciente” – precisa Casati – siamo in grado di parlare e gesticolare allo stesso tempo, questo è ovvio, ma non potremmo mai compilare una dichiarazione dei redditi recitando L’infinito di Leopardi”. La storia che le nuove generazioni – quelle cresciute a bagnomaria nelle tecnologie – siano in grado di fare più cose contemporaneamente e di farle bene, per Casati è una bufala. Così come, secondo il filosofo, non è vera la “favola dei nativi digitali”, la teoria che si basa sull’assunto che i giovani di oggi abbiano competenze innate diverse rispetto alle generazioni precedenti, per il solo fatto di essere cresciuti a pane e tablet. “Ma di che competenze stiamo parlando? Della capacità di passare da un’applicazione a un’altra o di spostarsi tra diversi link? Se queste sono capacità, mi sembra che valgano ben poco. I bambini sono in grado di fare funzionare un I Pad perché il design tecnologico si fa ogni giorno più semplice e intuitiva. Anche mia zia sarebbe in grado di utilizzarlo, se volesse”.

Cl@ss 2.0

Parliamo di questi temi con il professore in un’aula della scuola primaria di Roma, l’Iqbal Masih del quartiere Centocelle. Tra pochi minuti il professore racconterà le stesse cose di fronte a un pubblico di maestre e genitori, che lo hanno chiamato per ragionare insieme a proposito del ruolo delle tecnologie nelle scuole. E’ cominciato tutto nel settembre 2013, quando i genitori degli alunni della prima B sono venuti a sapere che la classe dei loro figli era stata selezionata per una sperimentazione voluta dal ministero dell’istruzione (Miur). Si tratta di una delle misure previste dal Piano nazionale Scuola digitale, volte a introdurre nei percorsi didattici degli istituti pubblici italiani elementi tecnologici quali la lavagna digitale (Lim) e i tablet. Il programmaCl@ss2.0, così si chiama l’esperimento a cui la classe prima B avrebbe dovuto partecipare, prevedeva un utilizzo “diffuso e continuo” dei supporti digitali, che avrebbero accompagnato i discenti nel corso dell’anno: ad ogni alunno il suo tablet, collegato a una rete Wi-Fi, e alla maestra una Lim. Un esperimento che sta coinvolgendo decine di classi di prima elementare in tutta Italia e che viene incentivato dal Miur con un finanziamento di 14.600 euro a scuola.

Dopo una lunga serie di confronti e discussioni, i genitori della prima B hanno deciso di opporsi al progetto. “Non vogliamo che i nostri figli facciano da cavie. Deve valere un principio di precauzione”, hanno scritto nella lettera indirizzata al dirigente scolastico. Nella petizione hanno anche proposto di inserire un laboratorio di informatica tra le attività scolastiche, dichiarandosi però fermamente contrari a un uso diffuso e costante dei supporti digitali. “Il problema è che nessuno sa quali siano gli scopi didattici di questi esperimenti – mi ha detto un giorno la libraia e educatrice Deborah Soria – Se le maestre fossero davvero convinte di quello che si sta andando a fare, se conoscessero i benefici di un’eventuale digitalizzazione della didattica, sarebbero loro stesse in grado di rassicurare i genitori”. Deborah lavora con i bambini ed è esperta in letteratura per l’infanzia: “Ho provato e sto provando ad utilizzare anche i libri digitali, ma ancora non mi è chiaro come fare stare attenti i bambini su una cosa che si muove così tanto. Qualsiasi stimolo che renda i piccoli curiosi è prezioso, ma credo che sia necessario cambiare alla base i termini del discorso: ci sono delle storie in digitale bellissime, ma io non le chiamerei libri, sono delle bellissime “altre cose””.

La classe prima B della scuola Iqbal Masih dunque non ha accettato la sperimentazione voluta dal Miur, ma nel frattempo centinaia di altre bambine e bambini in tutta Italia si stanno prestando all’esperimento. Su quali principi si basa questa scelta? Esistono evidenze scientifiche del nesso tra attenzione e tecnologia? Marco Gui, ricercatore dell’università La Bicocca di Milano, ha analizzato a fondo i dati della ricerca Pisa Ocse del 2011, per ora l’unico studio italiano esistente mirato ad analizzare il rapporto tra la frequenza d’uso dei media digitali e i processi di apprendimento. Secondo la ricerca l’introduzione della tecnologia a scuola potrebbe essere vantaggiosa per i discenti se impartita a piccole dosi, ma diventerebbe controproducente all’aumentare del tempo dedicatole. “I nuovi media a scuola servono, questo è indubbio – spiega Gui  – ma non si può ancora dire che favoriscano l’apprendimento, questa relazione è ancora in discussione”. Prima di iniziare a parlare con noi, Roberto Casati ha disegnato un coltellino multiuso su un foglio. “La scuola oggi sembra vedere nei tablet una sorta di coltellino svizzero, uno strumento cioè che permette di fare tutto, ed è per questo che si sta dirigendo nella direzione della sostituzione degli strumenti didattici con questo supporto digitale. Ma, pensateci bene, nessuno chef sostituirebbe i suoi strumenti da cucina con un coltellino svizzero”.

 

* Terranave. L’adesione di Terranave alla campagna Ribellarsi facendo è qui.

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4 Risposte a “App non significa apprendere”

  1. Luther Blisset
    26 febbraio 2014 at 12:15 #

    Sarebbe interessante che ogni tanto pubblicaste anche qualche voce competente sui temi della tecnologia e la didattica.

    Casati NON si è mai occupato di didattica, tranne che in un capitolo del suo libro. Le sue teorie sulla tecnologia sono basate sulla propria esperienza personale, peraltro con descrizioni di alcune tecnologie perlomeno imprecise.

    Capisco che siate ideologicamente contro le tecnologie e che abbiate paura che la tecnologia serva a diminuire i docenti, ma segnalo lo stesso questo interessante incontro con Silvano Tagliagambe, filosofo e epistemologo esperto di apprendimento e tecnologie:
    https://www.youtube.com/watch?v=MXx80wL_M-Q

    buon lavoro
    m

  2. mauro giordani
    4 marzo 2014 at 11:30 #

    In riferimento al commento di “m” del 26 febbraio 2014, io non mi permetterei mai di denigrare delle persone di cui non conosco nulla, solo al fine di avvalorare la mia tesi.
    Potrei rischiare di dimostrare la mia ignoranza su fatti e persone e otterrei come effetto di indebolire la mia posizione (che in questo caso non si capisce quale sia).
    Roberto Casati, non è solo direttore di ricerca presso il CNRS di Parigi (la preminente e più grande organizzazione di ricerca pubblica in Francia, al settimo posto del ranking mondiale e al primo del ranking europeo, prima del CERN europeo e della Società Max Planck tedesca), ma è anche docente di Filosofia e di Scienze Cognitive in master e dottorati universitari, cioè insegna ai futuri docenti. Se questo significa non essersi mai occupato di didattica…
    D’altra parte, il valore delle opinioni non può essere legato solo ai titoli accademici, ci sono decine di professoroni che non hanno il minimo spirito critico.
    Ritengo che il grande contributo portato da Casati nel dibattito sul ruolo dei media digitali nell’apprendimento (in riferimento in particolare a bambini e bambine di scuola primaria), sia legato alla sua lucidità, all’assenza di pregiudizi ideologici, alla capacità di documentare le proprie affermazioni con saldi riferimenti bibliografici, di studi e ricerche internazionali, come può ben constatare chi abbia letto il suo ultimo libro, “Contro il colonialismo digitale”.
    Ho il sospetto che troppe persone esprimano posizioni visibilmente irritate perché dettate da interessi materiali, di lavoro, di scelta di vita, piuttosto che ispirate al desiderio di capire, di approfondire….
    Complimenti al sito e a Marzia Coronati: fate un ottimo lavoro di messa in discussione del dominio culturale esercitato sui “dominati” al fine di estorcerne il consenso.
    Mauro Giordani

  3. Massimo
    20 giugno 2014 at 11:55 #

    La scuola digitale è la scuola del futuro che è dominato dall’uso delle tecnologie multimediali, dall’interesse costante degli alunni, degli studenti, ad apprendere in modo diverso rispetto al passato, dominato dalle lezioni cattedratiche, dalle interrogazioni monotone e insignificanti, dalle verifiche centrate sull’apprendimento pedissequo di contenuti obsoleti e sotto ogni profilo inaccettabili e improduttivi di ricadute formative. Si tratta di una scuola che ormai ha fatto il suo tempo e per questa ragione viene spesso rifiutata e contestata dagli studenti e dai genitori. E’ giunto il momento di adeguare le nostre istituzioni scolastiche alle esigenze poste dalla cultura contemporanea, che chiede radicali trasformazioni delle strutture scolastiche, degli obiettivi e delle procedure didattiche finalizzate non esclusivamente all’apprendimento di contenuti disciplinari, ma alla formazione di competenze specifiche, che vanno oltre il saper fare e il saper essere, per concretizzarsi nella creatività, nella collaborazione, nell’impegno costante a promuovere ogni iniziativa di sviluppo e di benessere nell’intera società.
    Allora, ai detrattori della scuola digitale, bisogna far osservare che l’uso delle tecnologie non fiene a stesso, è uno strumento innovativo nelle mani dei docenti, la cui competenza multimediale, disciplinare e didattica, è condizione preliminare e necessaria alla piena realizzazione della nuova scuola che vogliamo.

  4. marco
    31 ottobre 2014 at 11:48 #

    Temo che Casati (o forse Marzia Coronati) facciano confusione quando parlano di digitalizzazione del libro.
    Che vogliono dire esattamente?
    Fare di un testo un pdf da leggere su computer o tablet? oppure fare di un testo un ebook da leggere su un ebook reader?

    Quando si parla di tencologia bisognerebbe essere precisi.
    Un ebook reader non ha nulla a che vedere con un tablet. E’ una tecnologia differente.
    Non è affatto distraente, può non piacere, ma non è un Tablet.
    E’ fatto per essere concentrati sulla lettura, si possono prendere appunti, inserire note, consultare un dizionario. Tutte cose che trovo molto utili, a maggior ragione se si leggono dei saggi su ebook (cosa che mi capita di fare spesso).

    Più interessante sarebbe una critica all’uso delle tecnologie assumendo un punto di vista che tenga conto degli interessi delle multinazionali, delle possibilità di gestione dal basso dei processi tecnologici, delle potenzialità del software libero.

    A me sembra che gridare al lupo, come fa Casati, piuttosto che cercare di capire, spiegare e indicare possibili soluzioni alternative (anche conflittuali, nessuno regala nulla) non serva a nessuno!

    A questo proposito, consiglio la lettura dell’ultimo saggio di Ippolita (volendo anche in formato ebook), “La Rete è libera e democratica” Falso!, edito da Laterza:
    http://www.ippolita.net/

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