Pane di farina del nostro sacco

 raccolto-2013-9

di Paolo Cacciari

Si chiamano in modo diverso nelle diverse parti d’Italia: Regole, Comunanze, Partecipanze, Univesità agrarie, Vicinie… e i loro fruitori si chiamano regolieri, partecipanti, utilisti, frazionisti, comunitaristi… commoners, direbbero gli anglosassoni. Sono sfuggite ai codici napoleonici e alle leggi nazionali unitarie che regolano la proprietà sullo schema binario rigido: privato o statale.

Ma non sono affatto marginali: un milione e mezzo di ettari in Italia sono ancora di proprietà collettiva, appartenenti cioè ad una miriade di comunità locali. Sono terre agricole, pascoli, boschi, corsi d’acqua, lagune, paludi, demani civici in genere gestiti secondo modalità consuetudinarie autonome. Sono gli “usi civici”, le “proprietà collettive” o, meglio, i “beni di appartenenza comune”.

Di fatto beni comuni inalienabili, indivisibili, inusucapibili, gestiti con modalità condivise. Forme di “economie del noi”, civili e solidali, che dimostrano, il più delle volte, di essere più efficienti e più capaci di produrre utilità per gli abitanti in confronto alle forme aziendali ordinarie, sia private che pubbliche-statali.

Di esempi ce ne sono molti, come dimostrato dagli studi del premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom. Prendiamo il minuscolo caso della antica Comunità di San Marco, un paese di quattrocento residenti del comune di Mereto di Tomba, in provincia di Udine. Gli abitanti, un paio d’anni fa, si riappropriano e mettono in coltivazione biologica (frumento ed erba medica a rotazione) cinque ettari di terreno d’uso civico. Quest’anno hanno ricavato sessanta quintali di frumento che hanno portano ad un mulino di Codroipo, uno degli ultimi rimasti in Friuli alimentati ad acqua e con molitura in pietra. Parte della farina l’hanno venduta con il marchio “Farine e Pan di San Marc” nei circuiti dei Gruppi di acquisto solidali e delle botteghe del commercio equo, un’altra parte la panificano una volta alla settimana dal fornaio di Mereto, che ci fa anche grissini e biscotti, e da quello di Tramonti, una frazione di montagna.

Il pane l’hanno chiamato “pan di Jole”, in onore di una partigiana che ogni anno viene ricordata nelle due comunità. I ricavati, scontate le spese vive, sono reinvestiti in opere di interesse comune per la collettività e in azioni di solidarietà a favore di persone con difficoltà economiche e sociali. Ma, come dice Paola Fabello, presidente del Comitato frazionale per la gestione dei beni civici di San Marco (www.paisdisanmarc.it): “L’obiettivo primo è quello di creare occasioni di relazione, di formazione, di mutua collaborazione e partecipazione dei residenti, anche dei bambini, attraverso la lavorazione dei terreni – semina, mietitura, raccolta – e la conoscenza del ciclo di vita dei prodotti della terra”.

 

Paolo Cacciari (paolo.cacciari_49@libero.it) ha lavorato all’Unità ed è stato più di un collaboratore del settimanale Carta. Consigliere comunale e assessore a Venezia, oggi collabora con la Rete per la Decrescita con cui è stato tra gli organizzatori della terza conferenza internazionale sulla decrescita (2012). Tra le sue pubblicazioni Pensare la decrescita. Sostenibilità ed equità (Carta/Intra Moenia), Decrescita o barbarie (Carta) e con altri La società dei beni comuni (Ediesse). Questo articolo è stato pubblicato anche su Left. Altri articoli di Cacciari sono qui.

 

Foto tratta da paisdisanmarc.it: “Festa del raccolto” (luglio 2013)

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  1. Pane di farina del nostro sacco | BIT Budrio in Transizione - 12 gennaio 2014

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  2. Pane di farina del nostro sacco | Terracina Social Forum - 20 gennaio 2014

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