Meritocrazia? No, grazie

 stud

 

di Lorenzo Guadagnucci

Una delle parole chiave del lessico contemporaneo è “meritocrazia”. E’ utilizzata spesso e volentieri dagli economisti che si ascoltano in tv e si leggono sui giornali e dai politici che indicano nella selezione in base al merito – appunto la meritocrazia – il toccasana per liberarsi sia dei favoritismi sia del detestato “egualitarismo” (che secondo alcuni sarebbe dominante nella società).

Il concetto di meritocrazia è percepito generalmente in termini decisamente positivi, ma merita d’essere approfondito, perché il suo avvento coincide con la scomparsa dal lessico di termini come “diritti” ed “uguaglianza”. Probabilmente non è un caso se stiamo assistendo a un passaggio del genere. L’idea che il merito debba essere il principale criterio di selezione è sacrosanta: è alla base, per esempio, dei concorsi per accedere all’amministrazione pubblica. E quindi è giusto invocarla per spazzare via favoritismi e clientelismi. I concorsi non devono essere viziati da aiuti e privilegi per amici e sodali.

Disgiungere però la selezione in base ai meriti dall’impegno per i diritti e l’uguaglianza porta su tutt’altre strade. La selezione per merito, nella società, dev’essere la conseguenza di una reale possibilità di esercitare i propri diritti di cittadini, dave cioè avere come base un’effettiva uguaglianza di opportunità, quella che si può ottenere attraverso il diritto allo studio.

Nasce da questa considerazione la scelta di avere – fin nella Costituzione – una scuola pubblica e gratuita. La meritocrazia, disgiunta dall’uguaglianza e dai diritti, è semplice logica del più forte, è ritorno a una società classista, nella quale prevalgono sistematicamente i più forti, i più dotati di “capitale culturale” (cioè appartenenti a famiglie più ricche e più istruite).

L’uso – e l’abuso – della nozione di meritocrazia è quindi assai sospetto in questi tempi di esasperazione della competizione e della logica del libero mercato. In quest’epoca di recessione globale e di impoverimento di massa, nella quale i responsabili del disastro sociale, ambientale ed economico in corso, non paghi, pretendono di infliggere alla società dosi ulteriori di quella stessa ricetta che simili disastri ha prodotto. Chi continua a lodare le virtù del libero mercato, chi invoca la deregulation (i “lacci a lacciuoli” da eliminare di confindustriale memoria), tende ad esaltare l’avvento di una stagione di perentoria meritocrazia.

Sull’ultimo numero della rivista “gli asini”, per l’appunto dedicato al tema “Valutazione e meritocrazia” c’è un bell’articolo di Mauro Boarelli, “Le insidie della valutazione”. A un certo punto Boarelli cita un vecchio testo del sociologo inglese Michael Young, “The rise of meritocracy (1870-2033)”, pubblicato in italia dalle Edizioni di comunità di Adriano Olivetti nel 1962. A Young si deve l’invenzione della parola meritocrazia, che per lui aveva un’accezione negativa, perché aveva portato all’abbandono dell’idea che l’istruzione dovesse colmare le diseguaglianze create dalle origini familiari e dalla ricchezza materiale. La percezione si è poi trasformata e da negativa è diventata positiva.

Boarelli scrive che la nozione di meritocrazia è “seduttiva perché occulta abilmente i presupposti ideologici che la nutrono e che rendono falsa la promessa” (la promessa che le rendite di posizione siano “scardinate da un sistema finalmente in grado di premiare le competenze, lo studio, l’impegno”).

Scrive dunque Boarelli: “Meritocrazia è un concetto che esalta l’individualismo e la competizione, e quindi porta i meccanismi del mercato fin dentro il sistema educativo alterandone in modo irreversibile la fisionomia. La promessa di una società più ugualitaria perché liberata dal privilegio è tradita dall’abbandono degli ideali egualitari e universalistici dell’istruzione”.

Sono considerazioni da tenere a mente e che possono aiutare a leggere che cosa si nasconde dietro il lessico oggi dominante quando si parla di istruzione pubblica (e non solo). In filigrana si intravede l’ennesimo inganno.

 

 

 

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8 Risposte a “Meritocrazia? No, grazie”

  1. gilberto
    3 dicembre 2013 at 02:17 #

    Buongiorno a tutti.
    Il motivo principale, secondo me, per cui “meritocrazia” va chiamata mero egoismo è che la capacità di studiare con alti rendimenti è strettamente legata a strumenti e a doni specifici di cui si beneficia dal concepimento .
    Diversamente da ciò che si pensa, queste qualità non sgorgano grazie a una qualche volontà o decisione dell’individuo perchè la sua stessa volontà comunque gli deriva dall’avere un apprezzabile livello di buona energia e gli è facilitata dal proprio ambiente interno (e spesso anche esterno) favorevole.
    Chi ne fruisce dovrebbe innanzitutto sentirsi grato verso la vita per aver ricevuto doni e doti che madre natura non spalma di certo equanimemente su tutti in egual misura e di conseguenza usare la propria intelligenza per definire in sè meglio il principio della condivisione con gli altri di queste opportunità.
    E a coloro che rivendicano la meritocrazia e sostengono che è solo grazie al proprio “impegno” che sono arrivati dove sono, per giustificare un diritto a stare al di sopra degli altri mi verrebe da togliergli un bel pezzo di quelle loro doti, di risucchiargli via un po di quell’energia vitale di cui son stati beneficiati rispetto ad altri (perchè tanto non ne hanno nemmeno la consapevolezza). E poi gli direi : prova adesso, vediamo ora cosa sai fare.
    Cordialità. Gilberto Fantini

  2. @gilberto
    12 febbraio 2014 at 13:52 #

    ma che cazzo dici, nella vita non esistono solo le doti naturali… l’impegno del singolo dove lo metti?

    • gilberto
      13 febbraio 2014 at 01:28 #

      Questo è un concetto che penso sia meglio riprendere fra qualche decennio quando sarà assai più noto l’effetto di parecchi tipi di lacune presenti direttamente a livello di DNA (purtroppo assai diffuse tra la popolazione in generale) che hanno ricadute pesanti già sul piano della capacità di impegno (o “volontà”, se preferisci).
      Che ti sia chiaro che nessuno che ne abbia in sè l’energia, è poi così stupido da non usarla.
      Cordialità. Gilberto.

  3. 25 maggio 2014 at 14:20 #

    Inserito nel portale Art’Empori, nell’articolo che segue:
    http://www.artempori.it/artempori/2014/05/20/la-meritocrazia-incentiva-quella-competizione-che-genera-sopraffazione-e-illegalita/

    con questa introduzione:
    [di Alessio Masone] Ho voluto condividere un articolo di Lorenzo Guadagnucci sul metodo della meritocrazia perché ho sempre pensato che questo è anche il metodo della criminalità organizzata e delle aziende senza scrupoli.
    .
    Quando si agevola la meritocrazia, in termini di linguaggio esperienziale, si sta comunicando competizione ed esclusione: da qui, la strada verso la sopraffazione e l’illegalità, utili a primeggiare, è a portata di mano, in qualunque ambito.
    .
    Intendo per comunicazione esperienziale il travaso effettivo che, a prescindere dalle buone intenzioni, avviene tra gli stili di azione culturale adottati dall’attore (politico, educatore, giornalista, intellettuale…) e gli stili di vita quotidiana del fruitore dell’evento normativo, educativo, informativo, culturale…
    .
    Per costruire una comunità coesa e, quindi, spontaneamente produttiva ed efficiente, bisognerebbe agevolare tra gli individui il linguaggio non violento dell’inclusione e della complementarietà, non la competizione che promuove il linguaggio della violenza e dell’omologazione.

  4. Alessandro
    25 maggio 2014 at 14:31 #

    Giustificare i propri fallimenti tirando in ballo propri difetti nel dna è veramente da coglioni… i difetti li avete nel cervello voi….

  5. Mic
    6 luglio 2014 at 17:32 #

    Non capisco il senso di questo discorso. In Italia ciò che conta è il portafoglio. Da sempre chi ha sentito di meritare qualcosa è andato all’estero e ha ottenuto molto più di ciò che gli veniva offerto in Italia (riconoscenza tra le tante cose). Qui tutto vien fatto in famiglia oppure attraverso favori (vedi POLITICA). E ciò si nota anche in una scuola pubblica, dove è bene trattare tutti allo stesso modo, ma cosa ne trai?? Che le persone che si sforzano di capire qualcosa rimangono indietro a causa dei menefreghisti. L’impegno deve essere incentivato. Vogliamo dire che ora come ora non ci sono delle élite o delle distinzioni in classi sociali?? Mi vengono in mente un milione di personaggi che non meritano un cazzo, ma gestiscono, dirigono, propongono leggi, perchè sto discorso??

    • Gianluca C.
      6 luglio 2014 at 18:23 #

      La meritocrazia, ovvero un sistema basato esclusivamente sul risultato, frutto di un giudizio dall’alto, è un sistema profondamente ingiusto perché non considera le pari opportunità iniziali, perché presuppone che il giudizio sia obiettivo e neutrale, e perché favorisce la cultura della competizione (“vinca il più forte”) invece che della cooperazione. Mic, vogliamo davvero che fin dai primi anni di scuola siano diffusi i valori della gara, della competizione, della vittoria, simulazione e mimesi della guerra?

      Se le pari opportunità di partenza non sono reali – come è possibile constatare facilmente ovunque -, perché una disuguaglianza economica e di censo impedisce un effettivo accesso alla pari, allora anche la meritocrazia non esiste. Insomma, il merito non può mai essere disgiunto dall’uguaglianza e deve essere subordinato alla cooperazione/solidarietà, per evitare la semplice logica del più forte.

      Molto meglio allora immaginare e sperimentare forme di apprendimento indipendenti dal merito, in cui al centro ci sono il mettere in comune, l’imparare facendo insieme, l’arricchimento culturale inutile…

      • Mic
        7 luglio 2014 at 16:28 #

        Grazie per il chiarimento.
        E quindi la meritocrazia implica che non ci debba essere un principio di redistribuzione? Comunque è una visione fascista e totalmente inadeguata ai nostri tempi quella di educare in base alla “legge del più forte”… e neanche da tenere in considerazione, ormai fa parte del passato, dal mio punto di vista.
        Io non lo vedo così il concetto di “potere al merito”, forse ci confondiamo con il potere dei soggetti che hanno influenza all’interno del sistema economico e/o politico e hanno l’opportunità di far studiare i loro figli in università private (non definibili migliori) oppure di metterli al vertice di grandi società come prestanome?
        Se in una scuola pubblica colui che merita venisse premiato (e ripeto, anche solo con un minimo di riconoscenza) non ci sarebbero questi problemi di ineguaglianza… Il problema dell’alunno che non dà risultati è la svogliatezza (derivante anche dall’educazione familiare ricevuta, non di certo incline alla cooperazione, perchè lo svogliato non coopera, si fa solo i fatti suoi) non il ritardo mentale o il reddito della famiglia.
        Con questo voglio dire che viviamo in una società dove il potere è dato ai furbi.
        E scusate questa polemica, ma la soluzione concreta in teoria quale sarebbe? Dare gli strumenti a tutti per autoaffermarsi però incentivare le persone con meno capacità e lasciare la popolazione media allo sbando totale sperando che il meccanismo di mercato trovi una soluzione a una classe sociale totalmente ignorata perchè non è nè povera, nè ricca?

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