La città senza orologi

La tavola rotonda promossa dal Cinema Palazzo per ragionare di città e scuola a misura di bambini ha mostrato almeno un paio di cose. Il cambiamento è prima di tutto riappropriazione del tempo, contro l’orologio della produttività. A spingere in questa direzione sono in molti
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di Gianluca Carmosino

“La neve è uno scherzo del cielo, attiva una correzione temporanea del sistema sociale

portando felicità e giustizia per il bene dei bambini”

Aldo Van Eyck, architetto olandese

(frase scritta con un gessetto sul muro di ingresso del Nuovo Cinema Palazzo, Roma)

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1476286_556613417761237_854701810_nPiazza dei Sanniti, quartiere San Lorenzo, Roma. La Banca e la Gioielleria compro oro sabato pomeriggio sono chiuse, alcune biciclette sono legate ai pali della luce. Il sole cala tra i palazzi rossi e gialli di via dei Volsci: sembra fare capolino un’ultima volta per ringraziare i bambini che questa mattina hanno passeggiato per il quartiere e hanno giocato con la “neve” al Nuovo Cinema Palazzo.

La tavola rotonda delle ore 16, alla quale partecipano un centinaio di persone, è il secondo momento forte della giornata “Infanzia alla ribalta – Ribalta la città” (promossa dal Cinema Palazzo con ZaLab, Mce, Cemea, Edizioni dell’Asino, Scuola popolare P. Bruno e Dynamis teatro), dopo il laboratorio per bambini organizzato da Dynamis su “ripensare la città”, attività che si è conclusa con la bizzarra nevicata.

Autonomia, creatività, diritto allo spazio, esperienze, tecniche e conflitti sono le parole chiave della tavola rotonda. Si comincia con un documentario: raccoglie interventi di Danilo Dolci, Francesco Tonucci, Gianni Rodari, altri e altre che si alternano a immagini di bambini e bambine che giocano in strada. Tonucci, pedagogista e maestro ora al Cnr, parla del progetto “La città dei bambini e delle bambine”: “Una città di questo tipo non esiste, è una tendenza – dice – Non si tratta però di un progetto educativo, ma politico, perché gli adulti capiscano di più dai bambini”. La proposta è di sostituire il cittadino adulto, maschio e lavoratore con il bambino e la bambina. Non tanto per realizzare iniziative e strutture nuove per i bambini, quanto per cambiare sguardo, per abbassare l’ottica del fare e del vivere la città fino all’altezza del bambino, per non perdere nessuno. Si presume che quando una città sarà più adatta ai bambini e alle bambine, sarà più adatta per tutti.

Tonucci ricorda alcune frasi scritte da bambini: “Dovrebbero trattarci almeno come le automobili”, “In città ci sono troppi parcheggi, facciamo almeno a metà”, per mostrare come il punto di vista dei bambini possa dare linfa vitale a esperienze di trasformazione urbana. A tal proposito, ha sentenziato un bambino di Rosarno: “Io penso che gli adulti possano aiutarci, però da lontano”. L’autore di “La città dei bambini” (Laterza) spiega anche come siano numerosi i modi, inclusi vandalismo e bullismo, con i quali bambini e ragazzi rifiutano le città. Del resto, le città sembrano in grado soltanto di recintare qualche giardinetto buttando dentro dei giochi, naturalmente sempre gli stessi, tanto per “umiliare i bambini”, che in quei “giardini non sono pensati come inventori di giochi ma soltanto come utilizzatori”.

Spazi ludici

Viviana di Cantieri comuni e Anna Lisa di Città bambina di Firenze fanno parte della rete Slurp, acronimo inventato per definire Spazi ludici urbani a responsabilità partecipata, cioè tutti quegli spazi nei quali si svolgono pratiche ludiche e di condivisione, per lo più attraverso azioni dirette. Durante la tavola rotonda suggeriscono un gioco i cui risultati sono sempre piuttosto sorprendenti: chiedere ai bambini o agli adulti di disegnare quali sono “i luoghi preferiti dell’infanzia”. Di sicuro, non troverete mai i luoghi disegnati dai moderni urbanisti…

Marco Pollano del Movimento di cooperazione educatica (Mce, movimento internazionale nato negli anni Cinquanta intorno al pensiero pedagogico e sociale di Célestin ed Elise Freinet) ragiona su come alcune intuizioni dei diversi movimenti di pedagogia attiva (mettiamo i bambini in cerchio, proponiamo l’utilizzo in classe di alcuni materiali, favoriamo il contatto con l’ambiente naturale…) sono state in realtà assorbite dai palazzi. E di fatto svuotate di senso, perché mai pienamente realizzate. Intanto, aumentano gli insegnanti che hanno paura di portare i bambini in giardino e la scuola resta ancora costruita intorno a banchi con bambini seduti…. “Cerchiamo insieme nelle pratiche – suggerisce Marco – di sperimentare cose nuove”.

In questa prospettiva, aggiunge Nicoletta: “L’Mce ogni due anni promuove un incontro mondiale con maestri ed educatori: il prossimo sarà in Italia, a fine giugno, a Reggio Emilia”. Dieci giorni di laboratori. Il tema sarà: “Sguardi che cambiano il mondo. Abitare insieme la città dei bambini”. L’Mce ha anche promosso il progetto dell’e-book collettivo “Non tacere”, per raccogliere storie di diritti negati, violati e ricostruiti.

Teodora e Fabio del Gruppo Pedagogia del cielo, un gruppo nazionale dell’Mce, raccontano invece come partendo dalla diffusione dei saperi astronomici sia possibile favorire tra bambini e tra gli educatori l’apertura all’altro, sperimentare cooperazione, vivere un tempo di esplorazione, lento e ragionato. Chi gioca invece con l’arte sono i centri del Cemea del Mezzogiorno (Centri di esercitazione ai metodi dell’educazione attiva). “Con il progetto romano di “Città come scuola’ da alcuni anni proponiamo laboratori nei musei – racconta Viviana – Non visite guidate ma visite animate per scoprire l’arte con l’arte. Così, ad esempio, al museo dedicato agli antichi romani i bambini si ritrovano a giocare con grande soddisfazione i giochi dei bambini e delle bambine dell’antica Roma”.

Moni Ovadia ricorda Janusz Korczak

1425757_620371468019313_24507415_nTra i partecipanti alla tavola rotonda c’è anche Moni Ovadia che ricorda Janusz Korczak, pedagogo, medico e scrittore polacco, che non sopportava le discriminazioni e il fatto di essere nato ricco. Per questo dedicò buona parte della sua vita all’orfanotrofio (gestito con i bambini e ricco di attività culturali di gioco), del ghetto di Varsavia. Nell’agosto del ’42 fu deportato nel campo di sterminio di Treblinka insieme a tutti i bambini dell’orfanotrofio: Korczak si sarebbe potuto salvare ma si rifiutò di abbandonare i bambini. La sua resistenza al nazismo e la sua lotta per “il diritto del bambino alla consapevolezza della morte” sono stati raccontati dal regista Andrzej Wajda nel film Dottor Korczak del 1990.

Ovadia legge alcuni stralci del primo capitolo di “Il diritto del bambino al rispetto”, testo scritto da Korczak nel 1929, dedicati al rispetto e alla complicità. Rispetto del bambino, prima di tutto, per mettere in discussione la sua sottomissione all’adulto, perché grande non è migliore di piccolo. E complicità, quale invito agli adulti ad essere complici dei bambini fin dal primo momento della loro vita. Korczak vedeva infatti nel comportamento del bambino l’atteggiamento del ribelle giusto, libero negli atti, e proprio grazie a questa caratteristica in grado di crescere. “Noi oggi commettiamo l’assassinio più grande – commenta Ovadia – uccidiamo la nostra infanzia. Per questo siamo ossequianti al potere”.

A raccontare un altro pezzo di società, che si muove per “ripensare facendo” l’idea di apprendimento, è Amedeo della Scuola popolare Piero Bruno di Garbatella, Roma: “Il progetto è nato nel 2009 nel centro sociale La Strada come forma diversa di lotta alla dispersione scolastica, un progetto che parte dallo sguardo sulla città più che sulla scuola”. Le attività della scuola popolare sono proposte in tre pomeriggi a settimana: prevedono gruppi di lavoro e gruppi di studio rivolti ad adolescenti. Lo scorso anno, grazie alla collaborazione della ciclofficina de La Strada è nata un’attività di esplorazione spontanea del quartiere, raccontata in un video. La scuola è oggi in rete con altre cinque esperienze analoghe della città.

Maria dell’associazione Soqquadro, invece, segnala il progetto della nascente scuola libertaria/democratica all’interno di Scup. L’obiettivo è costruire una scuola popolare autogestita in grado mettere al centro i bambini ma anche gli adulti. Prende parola Carla, insegnante a Roma, per presentare il cantiere sociale promosso presso la scuola Di Donato in collaborazione della cooperativa editoriale Sensibili alle foglie: “Un vero percorso aperto di analisi socio-narrativa sull’educazione e sulla scuola in quanto istituzione”. Si comincia martedì 10 dicembre.

Nonostante siano trascorse quasi due ore dall’inizio dell’incontro, l’attenzione e la partecipazione restano alte. Ci pensa Luca del gruppo Assalti frontali, in arte Militant A, ad arricchirle: “La scuola per cambiare ha bisogno dei genitori perché le scuole siano aperte e partecipate”. Negli ultimi anni Luca ha promosso nella scuola Iqbal Masih di Roma dei laboratori di rap. “Dopo il lavoro delle insegnanti sulla Costituzione abbiamo provato a scrivere dei testi con i bambini. Qualche esempio: ‘La Costituzione? E’ un librone e per farlo è servita una grande riunione’. Oppure, a proposito dell’articolo 11: ‘La bomba butta a terra per questo l’Italia ripudia la guerra’”.

Il tempo del capitalismo e quello dei bambini

1460014_556613427761236_269986827_nRenata Puleo, ex dirigente della scuola Maffi (quartiere Primavalle, Roma), indica quella che probabilmente è la parola che meglio raccoglie il desiderio di profondo cambiamento emerso dalla tavola rotonda: il tempo. Per riappropriarci della città e della scuola ci serve prima di tutto tempo: lentezza, cioè l’arte del costruire con pazienza, e destrezza, per resistere e raggiungere risultati importanti qui e ora. “Tempo in greco ha tre significati: c’è il tempo intimo, quello destinato agli altri e quello dell’orologio. Oggi abbiamo un problema: il tempo dell’orologio si è divorato gli altri due significati, è il tempo che governa il mondo organizzato dalla produttività. Il tempo del capitalismo”. Tuttavia, è possibile aprire crepe in questo muro. Spiega ancora Renata Puleo: “Il tempo dei bambini, per dirla con Elvio Facchinelli (neuropsichiatra milanese, ndr), è un tempo estatico, cioè fuori dal tempo cronologico, è il tempo del gioco, dell’immaginazione, della creatività. È il tempo con il quale i bambini escono dai binari degli adulti. Mettere al centro questa idea di tempo significa provocare cambiamenti veri. Nella scuola elementare Maffi di Roma, ad esempio, ci sono laboratori di lettura estatica, spazi liberi dalla produttività, luoghi ospitali dove non mancano grandi cuscini colorati, e nei quali alcune insegnanti leggono ai bambini, ma la lettura non ha un fine particolare, non ci sono attività didattiche successive. In una scuola elementare di Zafferana etnea, provincia di Catania, invece, il tempo estatico si traduce in modo straordinario: ogni mattina i bambini sono accolti da mezz’ora di musica a cui segue la lettura di storie”.

Simonetta Salacone, ex dirigente della Iqbal Masih, infine, indaga il tema “come la scuola dovrebbe aprirsi al territorio”, parlando del ruolo dei genitori, dell’opportunità di costruire relazioni intergenerazionali, dell’importanza di promuovere laboratori con le associazioni locali, del tempo lento dell’apprendimento e dell’esigenza di far circolare e conoscere di più le pratiche liberatorie sperimentate in tanti territori e scuole.

All’incontro del pomeriggio è seguito il monologo di Roberto Magnani del Teatro delle Albe (Ravenna): una lettura di estratti inediti da una trasmissione radiofonica per bambini e genitori (1933-1938) ideata da Janusz Korczak. A chiudere, la proiezione del film “La Prima Neve”, e l’incontro con il regista Andrea Segre e gli attori.

Cosa resta di questa giornata intensa? Non solo il desiderio di fare rete tra pezzi di società diversi, prima di tutto resta la consapevolezza che questo è il tempo della creatività collettiva, quello del lento superamento degli argini, anche se poco visibile. Il tempo della città dei bambini e delle bambine.

 

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DA LEGGERE

Ci vuole il tempo che ci vuole

“A scuola non si ride più, abbiamo dimenticato la saggezza di Gianni Rodari, come se in aula non potessero entrare la calma, un po’ di leggerezza e di allegria. Le cose non vanno meglio a casa. Almeno a scuola i bambini dovrebbero rallentare – scrive Luciana Bertinato, maestra -, imparare e fare le cose con il tempo che ci vuole, avere occasioni per parlare e ascoltare, giocare con la sabbia e le foglie, percepire i profumi e gli odori, scoprire il silenzio, cogliere le sfumature”. La ribellione ai domini della velocità, del Pil e della competitività comincia a scuola

Quel che resta del gioco

La mercificazione ha aggredito ovunque l’arte del gioco: i giocattoli sono diventati personaggi con storie e caratteri già definiti. I bambini hanno sempre meno possibilità di smontare e riassemblare, possono agire esclusivamente in funzione di proprietari, non di creatori

La gioia di educare. Il maestro Zavalloni

Per una scuola che sappia riscoprire manualità e contatto con la terra

Attacco ludico alla Biennale

Azione creativa alla Biennale d’architettura: le Slurptruppen si riappropriano delle città

 

DA ASCOLTARE

La città è dei bambini

Le città sono pensate per l’adulto, maschio, lavoratore. I bambini si ribellano. Se ne parla a Terranave, radiotrasmissione di Amisnet

 

DA VEDERE

Moni Ovadia legge Janusz Korczak

Il trailer de La prima neve

 

 

 

 

 

 

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4 Risposte a “La città senza orologi”

  1. maomao comune
    8 dicembre 2013 at 13:47 #

    Eccolo, il cuore del problema: “…Il tempo dell’orologio si è divorato gli altri due significati, è il tempo che governa il mondo organizzato dalla produttività. Il tempo del capitalismo”. E oggi, invece di sparare ai campanili, potremmo imparare ad ascoltare i bambini:avete presente quando cominciano a giocare senza sapere di farlo? Tanti, tanti complimenti a Renata Puleo

  2. 18 agosto 2014 at 05:40 #

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