Il silenzio delle fabbriche d’armi

E’ passato un anno dalla strage nella scuola elementare di Newtown. Nei giorni scorsi una delegazione della Metro Industrial Areas Foundation si è recata a Brescia per protestare e per incontrare il proprietario della Fabbrica d’Armi Beretta, tra i più grandi esportatori al mondo di armi. Ecco come è andata a finire

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di Giorgio Beretta

Niente incontro. Ma controllo meticoloso e fotocopia dei documenti d’identità. Così è stata ricevuta mercoledì scorso dalla Fabbrica d’armi Beretta alla sede di Gardone Val Trompia una delegazione della Metro Industrial Areas Foundation (Metro IAF) che, ad un anno dalla strage nella scuola elementare di Newton, chiedeva di poter incontrare il presidente Ugo Gussalli Beretta per illustrargli il contenuto di una lettera nella quale chiede al principale esportatore italiano di armi di farsi promotore di misure concrete per ridurre il numero di vittime da armi da fuoco e regolamentare il mercato.

«Abbiamo fatto più di 4mila miglia (oltre 6mila chilometri) – ha dichiarato a nome della delegazione il vescovo della Chiesa Battista della città di Baltimora, Douglas I. Miles – per incontrare il Cavaliere Ugo Gussalli Beretta e crediamo che se non lui almeno qualche dirigente della sua azienda avrebbe potuto fare qualche passo per incontrarci e ascoltarci». La delegazione americana ha deciso di presentarsi di persona alla portineria della Beretta di Gardone V.T. in quanto la Beretta aveva rifiutato di incontrare la delegazione dagli Stati Uniti.

Beretta_1361799807La delegazione di Metro IAF è stata accolta a Brescia dall’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (OPAL), con sede nella città lombarda che ha promosso una conferenza stampa e un incontro con la cittadinanza. «Abbiamo accolto la delegazione – ha detto Piergiulio Biatta, presidente di OPAL Brescia – perché crediamo sia importante sostenere ogni sforzo come quello promosso dalla Metro IAF per una regolamentazione rigorosa delle armi in ogni paese del mondo. Come cittadini di associazioni che hanno sede nella provincia italiana maggior produttrice ed esportatrice di armi da fuoco abbiamo una particolare responsabilità e non possiamo permetterci di sottovalutare le implicazioni sociali e sulla sicurezza dell’uso di queste armi».

La visita faceva parte del tour europeo della Metro Industrial Areas Foundation (Metro IAF), una rete di più di 2.500 congregazioni religiose, sindacati locali, associazioni civiche e altri gruppi di cittadini degli Stati Uniti che ha recentemente lanciato una campagna sulla regolamentazione della vendita di armi denominata “Do not stand idly by” (Non restare indifferente). Ogni anno l’uso indiscriminato di armi da fuoco provoca negli Stati Uniti 30mila morti, un numero di vittime maggiore di qualsiasi guerra dopo la seconda guerra mondiale, l’equivalente di una Newtown ogni giorno.

18775_a39461La delegazione è venuta in Europa per incontrare i tre maggiori fornitori europei di armi agli Stati Uniti: l’azienda austriaca Glock, l’azienda svizzero-tedesca SIG Sauer e la Fabbrica d’Armi Pietro Beretta con sede a Gardone Val Trompia (Brescia). La Metro IAF ha espressamente chiesto ai proprietari delle tre aziende europee maggiori esportatrici di armi da fuoco verso gli Stati Uniti di «smettere di operare con un doppio standard, cioè in un modo nei loro paesi d’origine e uno diverso del tipo “tutto è permesso” negli USA». La Metro IAF ha chiesto inoltre ai tre produttori di armi di «smettere di interferire nel processo politico statunitense» e cessare «ogni tipo di lobbying in particolare verso quelle misure che sono di gran lunga più moderate di quelle in vigore in Europa».

E quanto siano forti le pressioni della lobby armiera negli Stati Uniti lo dimostra una indagine svolta dal New York Times:  ad un anno dalla strage di Newtown, 109 leggi sono state approvate ma solo solo 39 rafforzano effettivamente le restrizioni sulle armi, mentre le altre 70 tendono ad ammorbidirle. “Quasi ogni stato ha approvato almeno una nuova legge sulle armi. Circa due terzi delle nuove leggi alleggeriscono le restrizioni e estendono i diritti dei proprietari di armi: la maggior parte di queste leggi sono state approvate in Stati controllati dai Repubblicani. Quelle a sostegno di una regolamentazione più rigida hanno registrato qualche vittoria soprattutto in Stati governati dai Democratici” riporta il sito del quotidiano americano.

Oggi nell’anniversario della strage di Newtown, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama e la moglie Michelle, hanno osservato un minuto di silenzio per ricordare gli innocenti della scuola elementare Sandy Hook. Va ricordato che nel 1986 Barack Obama lasciò gli studi all’Università di Harvard per partecipare a un training di 10 giorni a Los Angeles organizzato proprio dall’Industrial Areas Foundation, a seguito del quale iniziò una carriera durata circa tre anni come “Community Organizer” a Chicago.

Intanto negli Stati Uniti continuano le sparatorie. Proprio ieri due studenti sono stati feriti, uno dei quali in modo grave, da un giovane che ha aperto il fuoco nell’“Arapahoe High School” di Centennial, vicino a Denver nel Colorado. L’aggressore, che si era barricato nella scuola, era un allievo dello stesso istituto: dopo aver sparato il giovane si è tolto al vita. Il Liceso Centennial si trova a poca distanza da Aurora, teatro sempre nel 2012 di un’altra carneficina, avvenuta peraltro in un cinema, con dodici morti. Il liceo di Centennial dista appena 13 chilometri dalla “Columbine High School” di Littleton, dove il 20 aprile del 1999 due studenti armati aprirono il fuoco su compagni di scuola e docenti, uccidendo 13 persone e ferendone 24. I due, asserragliati nella scuola e circondati dalle unità speciali della polizia, si tolsero in seguito la vita. Fu il più sanguinoso episodio di violenza in una struttura scolastica degli Stati Uniti, prima del massacro al “Virginia Poliytechnic Institute” del 2007 che registrò 33 morti e 23 feriti.

Una lunga scia di sangue che i produttori di armi, anche europei e italiani, non sembrano intenzionati a voler fermare. Anche con la silente complicità dei media italiani: alla conferenza stampa indetta da Metro IAF e OPAL a Brescia mercoledì scorso non si è presentata nessuna testata giornalistica né locale né nazionale. Ne ha dato notizia solo Unimondo, Redattore Sociale e qualche sito bresciano (si veda la rassegna stampa sul sito di OPAL). Sbattere il mostro in prima pagina evidentemente fa vendere copie. Approfondire le responsabilità – anche delle rinomate fabbriche d’armi italiane – mette a rischio interessi acquisiti. Mi sbaglio?

articolo pubblicato anche su www.unimondo.org

 

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