Smettiamola di preoccuparci del lavoro

Il lavoro salariato, quello destinato al mercato, dopo averci tolto qualsiasi possibilità di provvedere a noi stessi, se non prostituendoci in cambio di una miseria da spendere nei supermercati per procurarci ciò che ci serve, diventa un privilegio per pochi. Siamo in trappola. Dobbiamo avere il coraggio di gridare in faccia a mercanti, multinazionali, banche, fondi pensione che possiamo fare a meno di loro. “L’unico modo per conciliare dignità sociale e sostenibilità ambientale è smetterla di preoccuparci per il lavoro – dice Francesco Gesualdi – La domanda giusta da porci non è come si fa a creare lavoro, ma come si fa a garantire a tutti una vita dignitosa, utilizzando meno risorse possibile, producendo meno rifiuti possibili e lavorando il meno possibile”. Qualche passo in questa direzione? Riduzione dell’orario di lavoro, scambi non monetari, sull’esempio delle banche del tempo (foto), cooperative autogestite da lavoratori e consumatori, totale ripensamento dell’economia pubblica
Sel

di Francesco Gesualdi

Globalizzazione e austerità hanno certificato che questo sistema di lavoro non ne creerà più. E non sappiamo se salutare la notizia con un grido di dolore o un urlo di gioia. Per cominciare di quale lavoro stiamo parlando? La domanda è d’obbligo perché se ci guardiamo attorno, di lavoro da fare ne vediamo a bizzeffe: edifici pubblici e privati da rimettere a posto, argini di fiumi da rinforzare, città da ripulire e buche da sistemare, bambini svantaggiati da sostenere e anziani da assistere. Avessimo voglia di fare, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta. Eppure continuiamo a dire che non c’è lavoro. La verità è che non sono le cose da fare che mancano, ma una forma particolare di lavoro, il lavoro salariato, che pur essendo solo una delle tante forme possibili è diventata così dominante da averci fatto dimenticare tutte le altre.

Il lavoro salariato è quello destinato al mercato e dopo averci tolto qualsiasi possibilità di provvedere a noi stessi, se non prostituendoci in cambio di un salario da poter spendere nei supermercati per procurarci ciò che ci serve, oggi ci sentiamo dire che non c’è più bisogno di noi. Noi continuiamo a ritenerci persone, ma per le imprese siamo solo un costo da abbattere e quando robot e bengalesi diventano più convenienti di noi, ci trasformiamo automaticamente in avanzi. Gente in sovrappiù, prima sedotta e poi abbandonata, che, certo, qualche problema al sistema lo dà. Non tanto per la disperazione che ormai si taglia a fette con il coltello, ma per la diminuzione dei consumi che un abbassamento della massa salariale inevitabilmente comporta. Ma per questo, un rimedio fino ad oggi il sistema l’ha trovato. “Indebitati che ti passa” sembrano dirci le concessionarie che ci offrono le auto a rate o i supermercati che ci mettono nel portafoglio una carta prepagata che per un mese ci dà l’illusione di comprare gratis.

Peccato che poi i debiti vanno pagati e passato il tempo breve della cicala, rimane quello lungo, a volte perpetuo, degli stenti, tutto orientato al pagamento di interessi e capitale. Ed allora la situazione si fa peggiore non solo per i malcapitati debitori, ma per l’intero sistema perché l’unico modo per restituire i debiti è tirare la cinghia. Che significa riduzione dei consumi e a ruota contrazione della produzione, come ci insegna l’austerità ormai assunta come principio guida della gestione di ogni bilancio pubblico.

Al punto in cui ci troviamo abbiamo solo due scelte. La prima: buttarci sempre di più nelle braccia del mercato. Che significa concepirci definitivamente come una merce destinata ad apprezzarsi o a svalutarsi in base all’andamento del mercato. Ed oggi che siamo poco richiesti accettare di abbassare il nostro prezzo e i nostri diritti fino al livello di schiavitù, come succedeva nel 1700 allorché si producevano solo beni di superlusso per una esigua minoranza superprivilegiata. Se questa prospettiva non ci piace, non ci rimane che un’altra strada: ammettere di essere stati vittima di un grande imbroglio e organizzare un mega vaffaday all’indirizzo del lavoro salariato.

Avere il coraggio di gridare in faccia a mercanti, affaristi, multinazionali, banche, assicurazioni, fondi pensione, che possiamo fare a meno di loro. Anzi che senza di loro facciamo anche meglio, perché non è vero che il solo modo per provvedere ai nostri bisogni è attraverso il mercato. Esistono anche i  fai da te individuali e collettivi che usano come ingredienti l’uso diretto del lavoro, lo scambio alla pari, la solidarietà collettiva. Per secoli ci hanno ripetuto che senza di loro, i padroni della terra prima, dei capitali dopo, non saremmo andati da nessuna parte. Ed alla fine ci abbiamo creduto, ci siamo convinti di essere dei mentecatti incapaci di organizzarci per soddisfare i nostri bisogni. Ma ora è arrivato il momento di dimostrare il contrario. Non solo per una questione di sopravvivenza, ma per ridare speranza alla dignità, alla libertà, alla sovranità e per finire alla sostenibilità.

In tempi di crisi economica, l’ambiente è il grande protagonista che scompare di scena. Gli sforzi tutti tesi a corteggiare gli investitori per ottenere qualche posto di lavoro e qualche punto di Pil in più per pagare i debiti (a questo serve la crescita), dimentichiamo la drammatica situazione in cui versa il pianeta, sempre più povero di risorse e sempre più intossicato da veleni e rifiuti come mostra il collasso del clima. Ed allora dobbiamo recuperare il dibattito sul lavoro tenendo anche conto che per fare pace col pianeta non dobbiamo produrre di più, ma di meno. O quanto meno diverso, che non è lo stesso progetto della green economny, nuova frontiera del capitalismo per ridare impulso alla crescita in un momento in cui i consumi ristagnano.

L’unico modo per conciliare dignità sociale e sostenibilità ambientale è smetterla di preoccuparci per il lavoro. In una società evoluta, che dà spazio a tutte le dimensioni umane, l’obiettivo non è lavorare tanto, ma lavorare poco. Per cui la domanda giusta da porci non è come si fa a creare lavoro, ma come si fa a garantire a tutti una vita dignitosa, utilizzando meno risorse possibile, producendo meno rifiuti possibili e lavorando il meno possibile in un contesto di piena inclusione lavorativa. Ossia di equa divisione fra tutti del monte lavoro che serve.

orario-di-lavoro_02Un primo passo in questa direzione è rappresentato dalla riduzione dell’orario di lavoro. Subito, per legge, battendosi per una soluzione analoga anche in Europa, in modo da togliere alle imprese il pretesto di opposizione in nome della perdita di competitività. Ma altri quattro passaggi sono fondamentali per avviare la traversata. Il primo: il potenziamento del fai da te a livello individuale. Quante più cose sappiamo fare da noi tanto meno dipenderemo dal denaro e quindi dal lavoro salariato che è garantito solo in presenza di alti consumi. Bisogna crederci nel fai da come espressione di libertà e dignità personale, per cui dobbiamo riformare la scuola affinché ci fornisca tutti gli strumenti di base, ti tipo intellettuale e manuale, per permetterci di saper provvedere quanto più possibile a noi stessi su tutti i piani.

Il secondo passo: potenziare gli scambi di vicinato attraverso formule di scambio autogestite come le banche del tempo e le camere di compensazione.

Il terzo passo: il lancio di cooperative di prosumatori. Di attività produttive, cioè, avviate, possedute e gestite sia da chi ci lavora, sia da chi si è impegnato ad assorbire la produzione. Lo sbocco di mercato sicuro è elemento fondamentale di stabilità lavorativa, produttiva e finanziaria. Per cui andrebbero promosse cooperative cogestite da lavoratori e consumatori, con vantaggio reciproco: dei lavoratori finalmente padroni di se stessi, dei consumatori finalmente controllori di ciò che consumano e non più assoggettati a nessuna forma di rendita. In fin dei conti potrebbe essere un’evoluzione degli attuali Gruppi di acquisto solidali.

Il quarto passo, forse il più difficile, è rappresentato da un totale ripensamento dell’economia pubblica, per compiti, per livelli organizzativi, per formule di funzionamento. Il tutto per farla diventale una triplice area di sicurezza: di garanzia dei bisogni fondamentali per tutti, di tutela dei beni comuni, di lavoro minimo garantito. Tanti i cambiamenti necessari per raggiungere un simile traguardo, ma uno che dobbiamo mettere a fuoco è il bisogno di totale autonomia che significa indipendenza assoluta dell’economia pubblica da quella di mercato. Obiettivo che si raggiunge interrompendo la dipendenza dal gettito fiscale tramite il passaggio dalla tassazione del reddito alla tassazione del tempo. Il tempo è la ricchezza più abbondante che abbiamo, se ciascuno di noi mettesse anche solo un giorno alla settimana, gratuitamente a disposizione della comunità, avremmo così tanto lavoro da non sapere dove metterlo.

Lavoro gratuito, in cambio di beni e servizi gratuiti, può rappresentare il domani. Ma intanto abbiamo un compito urgentissimo da assolvere: impedire che venga demolito tutto ciò che di pubblico ci è rimasto. I picconatori sono annidati in ogni dove, non solo a destra ma anche a sinistra e tutti usano lo stesso pretesto: il pagamento del debito. In suo nome non solo impongono nuove tasse applicate ai più deboli, ma chiudono anche servizi e svendono il patrimonio pubblico. Dobbiamo impedirlo imponendo nuove soluzioni al problema del debito pubblico partendo dall’idea che a pagare non devono essere solo i cittadini, ma anche i creditori.

 

Francesco Gesualdi, del Centro nuovo modello di sviluppo, è promotore di campagne internazionali e autore di diversi libri, tra cui le edizioni della Guida al consumo critico (Emi), Il prezzo del ferro (Emi), Sobrietà (Feltrinelli); l’ultimo è Le catene del debito. E come possiamo spezzarle (Feltrinelli). Questo articolo prosegue il dibattito proposto da Alberto Castagnola in Ripensare la società dal lavoro. Alcune proposte.

Foto: Système d’échange local (Sel), ovvero banca del tempo francese.

DA LEGGERE

Lavorare meno e viver meglio [Florent Marcellesi]

Nei movimenti spagnoli di resistenza all’austerity si ragiona della proposta di riduzione dell’orario di lavoro a ventuno ore e di reddito di cittadinanza. I lavoratori vanno tutelati ma l’idea di lavoro va ripensata. Attività domestiche, di volontariato, artistiche, sociali: c’è vita oltre la crescita

La moneta greca che batte l’euro[Graziano Graziani] 

Si chiama Tem ed è scambiata a un euro. Ne avevamo cominciato a parlare su Comune-info un anno fa (L’evoluzione del trueque). Tra i mercati «alternativi» e la fabbrica recuperata Vio.Me, il paese riscopre l’autogestione contro la crisi

Dalla precarietà alla convivialità [Gustavo Esteva e Irene Ragazzini]

Pezzi di società latinoamericana mettono in discussione le condizioni di precarietà costruendo relazioni di mutuo soccorso e solidarietà tra buen vivir e convivialità. Un lungo saggio le analizza e le confronta con il contesto europeo

Il non-lavoro è un modo di fare la rivoluzione? No, di viverla [Philippe Godard]

Abbiamo interiorizzato il lavoro da non poterlo più mettere in discussione, se non ragionando sul senso della vita. Ebbene, è ora di farlo

 

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23 Risposte a “Smettiamola di preoccuparci del lavoro”

  1. maomao comune
    6 novembre 2013 at 02:25 #

    eccellente, compagno francuccio, davvero eccellente.

  2. 6 novembre 2013 at 18:53 #

    Innanzitutto faccio i complimenti a Francuccio per l’ottimo articolo.

    Suggerisco di leggere anche il Manifesto contro il lavoro, un’analisi lucida elaborata nel lontano 1999 dal Gruppo “Krisis”, che critica i modelli di società basate sul consumo e sulla produzione di merci.

    «Un cadavere domina la società: il cadavere del lavoro…»
    http://www.krisis.org/1999/manifesto-contro-il-lavoro

    Buona lettura.

  3. luigi
    8 novembre 2013 at 03:43 #

    che lavoro fa Francesco Gesualdi?!?

  4. 10 novembre 2013 at 07:35 #

    Grazie, Francesco. Cambiare mentalità è infatti indispensabile per spezzare le catene del condizionamento “culturale” di cui siamo vittime. Ripensando il ruolo delle Istituzioni con l’obiettivo di liberarle dalla schiavitù dei “mercati”, ricordiamo che la strada maestra passa per il recupero della sovranità monetaria. Liberiamoci in fretta della falsa idea che ci hanno inculcato: prendiamo atto che non è vero che lo Stato, per poter spendere, possa solo tassare i cittadini o chiedere soldi in prestito ai mercati. Anziché lasciar creare la moneta al sistema finanziario privato ed internazionale, restituiamo la funzione di creazione e distribuzione della moneta alle Istituzioni Pubbliche, come è giusto che sia e come era fino a qualche decennio fa, e tutto diventa più semplice. A quel punto, il problema del debito si scioglie come neve al sole, assieme allo strapotere dei mercati. A quel punto, le istituzioni tornano ad essere strumento “politico”, responsabile delle scelte che oggi, impropriamente, sono state delegate ai mercati finanziari, privati ed internazionali. Naturalmente, pensando alla nostra parte di responsabilità, non dobbiamo mai più permettere che la politica si allontani così tanto da noi cittadini, come è avvenuto in questi decenni durante i quali troppi di noi sono stati distratti dalle lusinghe del consumismo e della finanza.

  5. 11 novembre 2013 at 02:02 #

    Condivido talmente tanto questo discorso, che infatti tempo fa su zoes.it aprii un gruppo intitolato “cambiamo l’articolo 1 della Costituzione” perchè finchè si dirà che la Repubblica è fondata sul lavoro e visto che quando si parla di lavoro s’intende solo quello salariato, allora non potremmo mai andare verso il mondo che sogna Francuccio ma saremo invece sempre più ricattati da chi propugna il mercato sopra di tutto…

    Quindi lanciamo una campagna per il ricambio dell’articolo magari mettendo come basamento della Repubblica il rispetto per la Vita intesa nelle leggi biologiche e la collaborazione reciproca.

    Questa campagna ci permetterebbe di parlare anche degli argomenti trattati da Francuccio nell’articolo e soprattutto disarmerebbe i nostri “avversari” di una delle loro armi, ovvero l’accusa che siamo dei “signor no” e dei “conservatori”…

    Ciao!
    Massimo Parrini

  6. Maurizio
    24 novembre 2013 at 10:42 #

    Se smettiamo di preoccuparci del lavoro, inutile poi richiedere una diminuzione delle ore di lavoro effettuate: è un chiaro controsenso. L’articolo appare interessante, ma in fondo non lo è: modifica il senso del lavoro, non induce a cambiare mentalità, che è quello che si chiede a milioni di italiani. Chiediamoci allora: “lavoro” o “fatica” ? Nel secondo caso, che riguarda la totale maggioranza, si è pagati una miseria per molte ore; nel secondo caso, in pratica inesistente, io “vivo” per il mio lavoro, che non è – non dovrebbe essere – male. Come attuare questa ricetta ? Bisogna necessariamente tornare ad adottare il punto di vista del ragazzino: “voglio fare questo che ho sognato da sempre di fare”. Studiare, sentirsi “professionisti” (o meno, non è poi così importante) è la base per capire il proprio futuro. Finalizziamo tutto il nostro percorso a un posto di lavoro, non a lavorare. Il concetto di “scambio”, di fatti, parte da lì: avere il coraggio di reclamare un posto nel mondo ma non solo nel mondo del lavoro. Inutile mettere in pratica osservazioni elementari quali banca del tempo, se poi dopo alcuni mesi si torna nella stessa situazione di prima. L’uomo non può sentirsi “impiegato” (si pensi all’etimologia del termine: impiegato da chi ? da cosa ? impiegato nel perdere tempo, la cosa più preziosa di ciascuno), ma imparare a costruire il futuro sul proprio bene: la sua professionalità. E’ per quella che bisogna farsi pagare, non altro. In quest’ottica, la moneta arriva, certamente, ma è una conseguenza di ciò che faccio, non una risultante di quello che compongo a prescindere. Ed è la base della libertà: essere liberi vuol dire avere per sé il proprio tempo, a partire dal lavoro, e non dalla “fatica”. Un saluto, Maurizio

  7. 21 gennaio 2014 at 19:09 #

    Non credo che al momento lo stato (inteso come apparato burocratico controllato da Roma) sia il luogo appropriato a rispondere alle esigenze di giustizia e di beni comuni.
    Penso che le comunità dovrebbero iniziare a trovare delle soluzioni di autogestione economica e di autoprotezione dalle ingerenze della burocrazia e del mercato senza aspettarsi che lo stato (inteso come sopra) ti aiuti perché adesso non c’è né la volontà, ne il potere, né la giusta connessione con il territorio.
    Dal mio punto di vista è probabile che lo stato seguirà nel momento in cui la società civile sarà in grado di trainare le comunità (educate, democratiche e sovrane, come le pensava Olivetti) e l’economia in spazi virtuosi.

  8. nicola petriccione
    9 febbraio 2014 at 18:13 #

    Occorrerà del tempo…ma non possiamo esser merce di scambio e poi buttati via da un sistema che non ti assicura: LAVORO uguale DIGNITA’. questo processo di dilapidazione delle risorse del pianeta dovrà avere una battuta di arresto. Dipendiamo da imprese e multinazionali da apparati finanziari…Mi ricordo come era autonoma la famiglia di mia madre…. una comunità che all’ inizio novecento , lavorava la terra a mano o adoperava animali ed il solo scambio di prodotti era spesso fatto di cose solidali. Eravamo lanciati nell’avventura dell’industrializzazione e consumismo che non abbiamo saputo gestire e ci sta distruggendo.
    Se non troviamo una vera fonte di energia inesauribile e riprogettiamo la nostra esistenza umana sul nostro eco-pianeta azzurro..Ci dobbiamo rassegnare a un futuro……incerto

  9. Angela
    11 marzo 2014 at 23:13 #

    ciao a tutti, spero qualcuno mi risponda perché ho una sincera domanda da fare: ammetto che per me (e non sono certo la sola) è senz’altro così, uno degli aspetti più gravi della situazione è che stata cresciuta una schiera di inetti di cui faccio parte, che vogliono cambiare ma non sanno da dove cominciare… chi o cosa cercare?

    • 14 giugno 2014 at 00:48 #

      Cara Angela, intendi dire che senti di non avere le competenze per affrontare gli enormi problemi in cui siamo immersi e che non si può fare affidamento sul governo dato che è fossilizzato e corrotto? Se può esserti di aiuto, io sono partito da ciò che fonda la nostra società… il denaro. Il modo in cui circola la moneta è a mio parere pessimo e così mi sono messo a riflettere su una teoria economica che renda questa società più propensa a cooperare, lasciando comunque ogni possibilità aperta. Se te la senti ti consiglio di iniziare a leggere un primo post che ho scritto: la vita è necessariamente fondata sul dono: http://ambienteumano.blogspot.it/2014/05/la-vita-e-fondata-sul-dono.html

  10. 14 giugno 2014 at 00:45 #

    Sto riflettendo a fondo su una visione dell’economia che non vada incontro all’irrazionale massimizzazione dei profitti con tutto ciò che comporta. Introdurre un reddito di sopravvivenza senza obbligo di lavoro, potendo dedicarsi al volontariato, e lasciando che i lavori salariati continuino ad esistere è una prospettiva credo molto promettente. Linko solo il secondo post di una serie che sto scrivendo dedicata ai benefici di un reddito di sopravvivenza gratuito: http://ambienteumano.blogspot.it/2014/06/il-reddito-di-sopravvivenza.html

    • 14 giugno 2014 at 15:36 #

      Ciao Silvano, mi fa piacere che ci sia gente che diffonde queste idee, perché anch’io ci credo 🙂
      Inoltro ad alcuni amici i tuoi scritti. Ti faccio una domanda, come mai lo chiami reddito da sopravvivenza, quando esiste il termine, secondo me più dignitoso, di reddito di esistenza (oppure, ma mi piace meno, reddito di cittadinanza)?

      • 14 giugno 2014 at 18:13 #

        Non avevo mai incontrato il termine “reddito di esistenza”, le riflessioni che ho portato avanti evidentemente convergono con quelle di molti altri e sono contento. Il termine “sopravvivenza” l’ho scelto per indicare l’obiettivo minimo, “cittadinanza” è troppo generico e non mette in luce lo scopo, mentre “esistenza” suona bene, se esiste magari lo userò, al momento proseguo con i post mancanti.

  11. 14 giugno 2014 at 01:56 #

    Segnalo la Conferenza Nazionale su decrescita, occupazione e lavoro, che si terrà a Roma il prossimo 16 giugno. Per info e iscrizioni: http://decrescitafelice.it/2014/05/conferenza-nazionale-su-decrescita-occupazione-e-lavoro-roma-16-giugno-2014/

  12. Gianmarco
    6 marzo 2015 at 17:54 #

    Grazie del bell’articolo, sono presente. 🙂 Questa crisi generale è meravigliosa se la utilizziamo per evolvere le nostre coscienze in rapporto con noi stessi e con gli altri. 🙂

  13. 7 marzo 2015 at 19:45 #

    Spero che quando ci saremo o si saranno scrollati di dosso questo torpore residuo di anni di assistenzialismo ad oltranza che di per se non è il male,si arrivi a capire che se la barca affonda ci sono tante probabilità di lasciarci le penne e non serve solo saper nuotare.Facciamo i caso che la vita si svolga nell’ Oceano,anche se si nuota ci sono altri pericoli,gli stessi della vita sulla terra.L’ evoluzione ha creato divari e classi sociali,il bisogno di primeggiare,ma si da il caso che anche chi sta in alto ha bisogno del piccolo per andare avanti.L’ unica cosa da eliminare è l’ egocentrismo.

  14. Michele
    20 dicembre 2015 at 14:09 #

    Praticamente è come attuare il Programma Anarchico di Errico Malatesta…..

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