Ci vuole il tempo che ci vuole

“A scuola non si ride più, abbiamo dimenticato la saggezza di Gianni Rodari, come se in aula non potessero entrare la calma, un po’ di leggerezza e di allegria. Le cose non vanno meglio a casa. Almeno a scuola i bambini dovrebbero rallentare – scrive Luciana Bertinato, maestra -, imparare e fare le cose con il tempo che ci vuole, avere occasioni per parlare e ascoltare, giocare con la sabbia e le foglie, percepire i profumi e gli odori, scoprire il silenzio, cogliere le sfumature”. La ribellione ai domini della velocità, del Pil e della competitività comincia a scuola

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di Luciana Bertinato*

Un inizio racchiude sempre il tempo sicuro dei ricordi, quello inafferrabile del presente e l’incertezza del domani. Anche nell’educare, almeno per me che mi appresto a vivere tra i banchi una nuova stagione dopo quarant’anni d’insegnamento. Il mio dovrebbe essere un tempo scolastico scaduto, magari occupato da qualche collega più giovane come esercizio di un diritto o un dono da accogliere con intelligenza e passione. Oggi non è più così: anche nella scuola molti insegnanti sono costretti a subire un tempo ingessato, privo di un naturale scambio vitale tra le generazioni.

Allora eccomi qui a riflettere sul tempo educativo, in particolare sul modo migliore di spendere i giorni che dovrò condividere insieme a ventidue bambini e bambine di classe seconda che mi sono stati affidati. Parlare di didattica è parlare di un tempo dinamico che parte dagli elementi dell’occasionalità per costruire conoscenze. Ma quale percezione del tempo adulto hanno i bambini?

Ci vuole il tempo che ci vuole

I loro occhi vedono mamme e papà sempre in affanno, maestre ansiose dalle cento braccia che reggono pile di quaderni da correggere, i-Pad, libri e riviste da consultare, divise tra riunioni collegiali e quotidiane incombenze familiari. A scuola non si ride più, abbiamo dimenticato la saggezza di Gianni Rodari, come se in aula non potessero entrare la calma, un po’ di leggerezza e di allegria. Le cose non vanno meglio a casa, dove troppi genitori sottopongono i figli ad un eccessivo carico di attività dopo l’impegno scolastico: oltre ai compiti, corsi pomeridiani di ogni genere e lunghe ore passate davanti a computer e Tv. Tanti ladri di tempo sottraggono ai bambini quello del gioco con gli amici, dell’ozio creativo, dell’esplorazione della natura programmando la loro vita persino nei minimi dettagli.

“Siamo nell’epoca del tempo senza attesa – scriveva Gianfranco Zavalloni nelle suggestioni de La pedagogia della lumaca – Questo ha delle ripercussioni incredibili sul nostro modo di vivere. Non abbiamo più tempo di attendere, non sappiamo partecipare a un incontro senza essere disturbati da un cellulare, vogliamo tutto e subito, in tempo reale”. Almeno a scuola i bambini dovrebbero rallentare, imparare e fare le cose con il tempo che ci vuole, avere occasioni per parlare e ascoltare, giocare con la sabbia e le foglie, percepire i profumi e gli odori, scoprire il silenzio, cogliere le sfumature esercitando i “Diritti naturali di bimbi e bimbe”, il manifesto scritto in cento lingue diverse.

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Ritorniamo a vivere tempi naturali, a rispettare i diversi ritmi di lavoro di ciascun alunno, soprattutto dei più piccoli che ci inducono a vivere momenti distesi per essere capaci di ascolto e di sguardi attenti. Non esiste buona pratica educativa senza un tempo rallentato, basti pensare soltanto ai problemi legati alla disabilità e all’inclusione.

Per noi maestre si tratta di intraprendere un nuovo itinerario educativo: snellire gli aspetti burocratici, semplificare i contenuti del programma a vantaggio di una didattica attiva che metta al centro il bambino e lavori sull’acquisizione di competenze durature. Fare, riflettere, documentare: sono queste le tappe di buone pratiche didattiche che hanno come punto di partenza l’esperienza e la ricerca-azione cooperativa come cammino. Nel delineare le finalità e i valori che stanno a fondamento della nostra azione educativa e nell’individuarne le priorità, ci vogliono coraggio, una diversa organizzazione del lavoro, risorse adeguate e un patto educativo con le famiglie, in modo che le parole finalmente coincidano con le cose.

 

* Luciana Bertinato vive in un borgo a Soave (Verona). Ogni giorno in bicicletta raggiunge ventidue bambini e bambine, in una classe seconda. Nel locale Museo del Gioco collabora con l’associazione culturale “La Foglia e il Vento” all’organizzazione di esperienze di educazione ambientale e cultura ludica. Dal 1995 fa parte della “Casa delle Arti e del Gioco” (dalla cui pagina facebook sono tratte le foto di questo articolo), fondata da Mario Lodi a Drizzona (Cremona), che promuove corsi di formazione per insegnanti e laboratori creativi per bambini. Dalla cascina del maestro, nel 2011, ha preso vita la Rete di cooperazione educativa “C’è speranza se questo accade a…”: un movimento d’insegnanti e genitori impegnati a promuovere lo scambio di buone pratiche educative fondate sui valori della Costituzione. 
Fonte: La vita scolastica
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5 Risposte a “Ci vuole il tempo che ci vuole”

  1. marta
    17 ottobre 2013 at 23:57 #

    La mia bambina di quattro anni frequenta la scuola steineriana di Casteldebole a Bologna, e siamo molto contenti di questa scelta, che le dona il tempo di essere se stessa senza fretta, grazie a brave maestre come immagino sia anche Luciana

  2. Sandra Dema
    18 ottobre 2013 at 15:41 #

    Buongiorno, ho letto l’articolo e non posso che condividere quanto scritto dall’Insegnante Luciana. Sono un’autrice di libri per l’infanzia e ultimamente è uscito un mio libro/manuale per genitori, insegnanti educatori… dal titolo “Elogio del tempo perso” (La Meridiana Editrice) ove l’argomento TEMPO la fa da padrone.
    Buon tempo!!!
    Sandra

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