Non vogliamo denaro, ma Sardex

Nel circuito di credito commerciale Sardex sono le imprese a farsi credito reciprocamente, in un rapporto fondato sulla fiducia e sul mutuo sostegno. Ecco come questa moneta complementare locale prova a mettere in discussione il dominio del denaro nella vita di ogni giorno

di Paolo Cacciari

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C’è chi ha pensato di non aspettare la epocale riforma mondiale della finanza (quella che ci hanno immancabilmente promesso i vari G8 e G20 che si sono susseguiti dallo scoppio della crisi della Lehman Brothers ad oggi) per sottrarsi agli «imperativi di un sistema bancario ipertrofico e disfunzionale», per usare le parole del filosofo Jünrghen Habermas (Reset.it, 3 novembre 2013). C’è chi pensa che non sia impossibile de-finanziarizzare l’economia evitando di soffocarla sotto il peso degli «interessi composti» e relativizzare il ruolo stesso che ha assunto il denaro nelle nostre vite. In questa categoria di persone – a noi care – ci sono i pionieri del Sardex.

Partiti quattro anni fa, hanno già fatto molta strada. Giuseppe Littera, Carlo Mancosu e altri loro giovani amici sardi, economisti e informatici, hanno creato una piattaforma su web che consente la compravendita di beni e servizi (ma anche l’erogazione di bonus, benefit e anticipazioni salariali ai dipendenti) senza l’utilizzo di moneta corrente. Fanno già parte del circuito più di mille e trecento aziende, per un volume di scambi che solo quest’anno ha raggiunto il valore di circa dieci milioni di euro. Un successo che ha contagiato anche la Regione Sardegna la cui giunta è intenzionata a pagare un «reddito di comunità» a diecimila giovani sardi (inoccupati e impegnati in percorsi formativi) spendibili in Sardex, per un valore equivalente di cinquecento euro al mese cadauno.

Rapporto fondato sulla fiducia

I Sardex di fatto funzionano come una moneta complementare locale utilizzabile come mezzo di scambio tra i soggetti economici che decidono di aderire al circuito Sardex.net: un vero e proprio mercato, complementare e supplementare a quello tradizionale, in cui gli operatori comprano e vendono senza ricorrere al denaro, evitando di pagare il prezzo del suo (salatissimo) costo e senza aggravi di interessi. In pratica all’interno del circuito sono le stesse imprese a farsi credito reciprocamente, in un rapporto fondato sulla fiducia e sul mutuo sostegno. E’ evidente che, alla fine delle transazioni (dodici mesi è il tempo concesso per pareggiare ogni singola posizione debitoria), crediti e debiti devono equivalersi. Vale a dire che ciò che una azienda compra in Sardex deve essere compensato dalle sue vendite nella stessa «divisa». Il rischio di insolvenza rimane, inevitabilmente, ma viene minimizzato dal lavoro dei gestori della piattaforma (Sardex srl) che ha il compito sia di selezionare le aziende che chiedono di entrare nel circuito in modo da creare filiere economicamente funzionali, sia di riscuotere eventuali crediti insoluti.

L’aspetto forse più interessante è che in questi circuiti di credito (il più antico è la Wir Bank svizzera), già teorizzati da Keynes e più recentemente rilanciati da Amato e Fantacci (Fine della finanza, Donzelli, 2012), il prezzo (valore di scambio) dei prodotti è fissato dalle aziende stesse sulla base di un rapporto diretto tra produttore e compratore. Solo ai fini fiscali e contabili (fatturazioni, ecc.) il Sardex è convenzionalmente equiparato euro, le fatture sono infatti denominate in euro, a cambiare sono solo le modalità di pagamento.

Il Sardex sta già per essere imitato in Sicilia e in Piemonte. Fare a meno dell’euro, almeno in parte, è finalmente possibile.

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Paolo Cacciari (paolo.cacciari_49@libero.it) ha lavorato all’Unità ed è stato più di un semplice collaboratore del settimanale Carta. È stato consigliere comunale e assessore a Venezia per vari periodi, attualmente collabora con la Rete per la Decrescita con cui è stato tra gli organizzatori della terza conferenza internazionale sulla decrescita (Venezia, 2012). Tra le sue pubblicazioni Pensare la decrescita. Sostenibilità ed equità, Carta e Intra Moenia, 2006. Il comune non pensa solo all’immondizia, in: Cambieresti? La sfida di mille famiglie alla società dei consumi, i libri dell’Altreconomia, 2006. Decrescita o barbarie, Carta, 2008, ora disponibile gratuitamente su decrescita.it (e tradotto anche in spagnolo Decrecimiento o barbarie. Para una salida nonviolenta del capitalismo, Icaria, Barcelona, 2010), e con altri La società dei beni comuni, Ediesse, 2011.

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