Cittadino è anche chi ha una partita Iva

Sono lavoratori autonomi a partita Iva, lavorano nell’economia dei servizi immateriali come freelance della ricerca o nell’archeologia, in professioni come la consulenza o il graphic design, e non mancano altre professioni «regolamentate» come il giornalismo. La loro attività è fondamentale in una società postfordista dove i servizi, le prestazioni cognitive e le competenze sono importanti per il privato come per la pubblica amministrazione, ciononostante sono esclusi dal welfare. Questa condizione riguarda 1,8 milioni di persone. Le loro proposte

di Roberto Ciccarelli

grafQuella dei lavoratori professionali indipendenti, che Sergio Bologna ha definito «lavoratori autonomi di seconda generazione», è una delle storie più significative del lavoro in Italia. Sono lavoratori autonomi a partita Iva, lavorano nell’economia dei servizi immateriali come freelance della ricerca o nell’archeologia, in professioni come la consulenza o il graphic design, e non mancano altre professioni «regolamentate» come il giornalismo. La loro attività è fondamentale in un’economia postfordista dove i servizi, le prestazioni cognitive e le competenze sono importanti per il privato come per la pubblica amministrazione, ciononostante sono esclusi dal welfare.

Questa condizione riguarda 1,8 milioni di persone di cui 900 mila sono le donne. Tanti erano nel 2011 gli iscritti alla Gestione Separata dell’Inps alla quale questi lavoratori sono obbligati a iscriversi. Tra di loro, 1,5 milioni lavorano con contratti a progetto, occasionali o partite Iva e 282 mila sono i professionisti a partita Iva. Versano le tasse come i lavoratori dipendenti ma non hanno gli stessi diritti. A differenza degli iscritti agli ordini professionali, oppure agli artigiani o ai commercianti, questi indipendenti versano il 27% dei loro guadagni all’Inps, a differenza dei loro «cugini» che versano nelle rispettive casse professionali il 14% o il 21%. Entro il 2018, la riforma Fornero ha previsto un aumento della contribuzione previdenziale al 33%, un aumento che rischia di stritolare i loro guadagni già erosi dalla crisi. Questi lavoratori non hanno alcuna certezza di percepire una pensione dignitosa una volta conclusa la carriera lavorativa. Tutte le previsioni hanno messo in evidenza che si troveranno in condizioni economiche molto peggiori di quelle attuali, che già non brillano per benessere. Senza contare che non hanno alcuna tutela contro la malattia o per la maternità.

Una situazione difficile che ha spinto l’associazione dei consulenti del terziario avanzato (Acta), presieduta dalla ricercatrice freelance Anna Soru, a presentare ieri al governo, ai partiti e ai sindacati la piattaforma «L’Italia ha bisogno di fosforo», cinque proposte con le quali rinegoziare il patto sociale tra lo Stato e i lavoratori indipendenti e immaginare una crescita diversa per l’economia italiana basata sugli «investimenti in capitale umano e servizi immateriali, ricerca e innovazione». Obiettivi che potrebbero essere raggiunti a partire da una consapevolezza: il lavoro cognitivo fa parte del patrimonio del lavoro italiano.

Per tutelarlo bisogna defiscalizzare gli investimenti nei suoi settori in modo che si possa derogare al patto di stabilità come è accaduto per i debiti della pubblica amministrazione. Acta propone inoltre l’istituzione di un regime fiscale agevolato per lavoratori autonomi con fatturato non superiore agli 80 mila euro in modo tale da promuovere l’iniziativa indipendente sul lavoro. Al governo Letta, l’associazione chiede tra l’altro la totale deducibilità delle spese in formazione, la definizione certa dei parametri che rendono obbligatoria la contribuzione Irap, l’obbligatorietà dell’Iva per cassa e l’uso indicativo degli studi di settore e del redditometro senza scaricare sul contribuente l’onere della prova, spesso impossibile da fornire per chi è autonomo. Nel momento in cui si torna a parlare di una nuova riforma delle pensioni, Acta chiede il blocco dell’aumento al 33% dei contributi Inps, usato fino ad oggi da tutti i governi per fare «cassa».

 

Fonte: il manifesto.

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