Il papa, Grillo e la decrescita

bicipaseo1Proviamo per un momento a mettere da parte le gravi accuse di diversi testimoni e le prove raccolte da Horacio Verbitsky sul ruolo o sui silenzi di Jorge Mario Bergoglio nella dittatura argentina. E mettiamo da parte anche la militanza del giovane Bergoglio in un gruppo della destra o le sue idee circa i diritti degli omosessuali. Di certo, le prime scelte del nuovo papa, a cominciare dal nome, hanno stupito e convinto molti e tanto è stato scritto. Con curiosità abbiamo letto sul sito dei nostri compagni di strada di Dinamopress un articolo di Francesco Raparelli («La potenza della povertà»), che tra l’altro scrive: «L’ispirazione francescana va di gran moda e tanto la Chiesa quanto il M5S, con il mantra della “decrescita felice” e la decurtazione degli stipendi parlamentari, hanno deciso di farsene interpreti… Produrre poveri – attraverso la leva del debito pubblico, la dismissione e privatizzazione del Welfare State, la deregolamentazione del mercato del lavoro… – è il passaggio necessario per definire su nuove basi il rapporto capitalistico di sfruttamento. La moralità pubblica e le ideologie della decrescita sono il puntello politico-culturale di questa violenta operazione». La condivisione dei beni e la vita collettiva di Francesco d’Assisi, spiega poi giustamente Raparelli, sono prima di tutto una forma di resistenza al diritto di proprietà e all’«individualismo possessivo», resistenza che mette in discussione una certa idea di società. Del resto su Francesco hanno ragionato e scritto da sempre in tanti, non solo tra i credenti. Per Toni Negri è l’esempio migliore del militante puro e convinto, come se la ribellione al capitalismo fosse una questione che riguardasse solo o soprattutto i «militanti», in contrapposizione all’idea zapatista, decisamente più interessante, per cui siamo persone comuni e pertanto ribelli. Ma torniamo al ragionamento di Raparelli che merita un approfondimento e una critica.

Molti quando richiamano quello che è uno dei padri della nonviolenza sottovalutano la principale novità della sua vita, ma sarebbe più giusto dire della vita un gruppo di uomini e di donne (a cominciare da Chiara). Come accaduto per altri, l’agiografia del «poverello di Assisi» è stata abbellita, romanticizzata (l’uomo che parlava al lupo e a fratello sole, l’uomo sempre dolce e pacifico) e trasformata dai libri di storia. L’obiettivo era evitare di affrontare la profonda provocazione che porta in sé. Questa riscrittura ha avuto successo: oggi dimentichiamo che «la sua vita – scrive Ernesto Balducci in «Gli ultimi tempi» (Borla) – è stata in realtà un fallimento». Balducci alludeva alle chiese e alla basilica alle quali i francescani hanno dato subito molto importanza ma anche alla timidezza con la quale era stata accolta la scelta di Francesco, quando con la sua irrequietezza tentava di dissuadere i cristiani dall’andare in guerra contro i musulmani. Il moderno business religioso gestito dai francescani ad Assisi, le mercificazione della natura e degli animali o il pacifismo di facciata di molti credenti sembrano confermare ancora oggi la tesi di Balducci.

Non volle farsi prete

2766OP782AU4576In ogni caso, Francesco, figlio di un mercante della borghesia emergente, lasciò tutto e cominciò a vivere in modo diverso, trasformando insieme ad altri le proprie attività quotidiane, ma prima di tutto non volle farsi prete. Eccola la novità, la rottura più importante e sorprendente. Per quale motivo? Perché farsi prete allora (anche oggi?) voleva dire entrare nella casta dei potenti. Papa Innocenzo III, preoccupato per la fratellanza/sororità radicale che emergeva dalle pratiche di quel gruppo di persone che di fatto svuotava di senso la cultura dominante nella Chiesa e nella società, accettò la nascita dell’ordine francescano.

Cosa altro è il presepe, realizzato per la prima volta nella storia dai francescani a Greccio (non con pupazzi da vendere a Natale ma con persone, una sorta di teatro di strada che rompe gli immaginari), se non il simbolo del capovolgimento della storia, del rifiuto del potere? Mostrare un bambino che nasce in una stalla fuori città da una ragazza emarginata, è la storia a quota zero, è l’antistoria che fiorisce dentro e contro le relazioni di dominio. Ieri e oggi, a Betlemme come in molti altri luoghi dell’Impero. Il mondo, dice Francesco, si può cambiare soltanto dal basso, con i senza potere, non ci sono scorciatoie neanche per la Chiesa. E fin quando ci saranno relazioni tra Chiesa e poteri forti, per quanto il pastore della Chiesa possa vivere e proporre la povertà e la condivisione (di fatto alternative al diritto di proprietà), «papa francescano» resta un ossimoro.

Tra socialismo e tradizione anarchica

Tuttavia, e qui veniamo alla critica, ciò che non convince dell’articolo di Raparelli è legare la povertà con la decrescita e questa con l’austerity o la decurtazione degli stipendi parlamentari. Che ci siano idee diverse sulla decrescita è noto, almeno per chi ha approfondito questi temi, ma è anche noto che la gran parte dei gruppi e delle reti che sperimentano le diverse declinazioni della decrescita o chi scrive su questi argomenti ha cominciato a parlare di decrescita come passaggio successivo della critica dello sviluppo, cioè del capitalismo.

Secondo Serge Latouche il progetto della società della decrescita ha cominciato a essere formulato negli anni ’70 (anche se il termine è stato introdotto solo di recente all’interno del dibattito economico, politico e sociale), da teorici come André Gorz, Ivan Illich, Cornelius Castoriadis. Ma «le sue radici – ricorda Latouche – si perdono nel primo socialismo e nella tradizione anarchica rinnovata dal situazionismo». Oggi, aggiunge l’autore di «La scommessa della decrescita» (Fetrinelli) e di «L’invenzione dell’economia» (Bollati Boringhieri), la fioritura di iniziative «decrescenti» e solidali, aiuta «a rimettere in discussione il dominio dell’economia sul resto della vita, ma soprattutto nelle nostre teste. Ciò deve comportare un’aufhebung (rinuncia, abolizione e superamento) della proprietà privata dei mezzi di produzione e dell’accumulazione illimitata di capitale, ma anche a un abbandono dello sviluppo e dei suoi miti fondatori. Questa trasformazione non passa per delle nazionalizzazioni né per una pianificazione centralizzata, ma per azioni, magari contraddittorie, quanto “decrescenti” e solidali».

Non siamo legati alle etichette, ma certo bisogna riconoscere che decrescita è stato finora, non è detto che sia così in futuro, uno slogan di rottura importante che quanto meno costringe a pensare. La decrescita non è solo una critica al primato della crescita né una riduzione quantitativa del Pil, ma nemmeno la riduzione volontaria dei consumi per ragioni etiche, perché la rinuncia implica una valutazione positiva di ciò che si rinuncia. La decrescita cerca di seguire invece il rifiuto di ciò che non serve, ad esempio, il rifiuto di merci che non soddisfano bisogni o possono essere sostituiti con beni autoprodotte oppure scambiate, gratuitamente o tramite un mercato regolamentato. È un elemento che contribuisce prima di tutto a una diversa concezione del mondo, non solo in una prospettiva ecologica (la risorse della terra sono limitate), ma in un fare sociale nel quale si instaurano relazioni che privilegiano la cooperazione sulla competizione e in cui gli affetti contano più del possesso delle cose e del denaro. Non è certo un’ideologia né tanto meno una meta, ma semmai una strada.

Il tempo

Se si riduce la durata del tempo quotidiano che si spende nella produzione di beni (davvero l’aumento dei posti di lavoro tradizionali è un obiettivo auspicabile?), ad esempio, aumenta il tempo disponibile da dedicare alle relazioni, alle attività creative e alla conoscenza, all’autoproduzione di beni e allo scambio di servizi, all’arte o alla lotta, insomma alla vita. In quel caso il Pil forse si riduce ma il benessere, la vita come creazione, trasformazione, relazione, piacere di sicuro aumenta. In questo senso la decrescita si muove in un orizzonte opposto alla società della crescita della produzione e del consumo di merci, in cui la vita delle persone è subordinata a quei fini.

Per questi motivi alcuni sostengono che il concetto a cui allude la decrescita non ha tanto bisogno di buoni amministratori che dall’altro impongono o favoriscono certe scelte, ma ha bisogno di gruppi di cittadini che si autorganizzano per scambiare beni (e non merci) e servizi, gruppi che costruiscono relazioni diverse, gruppi che non hanno un’alternativa pronta e impeccabile ma sono disposti a sperimentare. Molti hanno già cominciato. In fondo la decrescita è un progetto sociale e non politico. E il cambiamento profondo, da Francesco agli obiettori della crescita, con buona pace anche del M5S, non passa per la conquista di alcun potere.

 

Nel quadro, Francesco irrequieto e solo, raccontato al popolo da Caravaggio (il quadro si trova oggi presso la Pinacoteca del Museo civico Ala Ponzone di Cremona).

L’articolo di Francesco Raparelli citato è stato pubblicato originariamente su HuffingtonPost.

 

Leggi anche:

Uscire dall’economia [Serge Latouche]

L’affermazione della decrescita non serve e non si propone di acquisire un potere, un po’ come l’esperienza zapatista. Anzi, costituisce un contropotere sociale. Prima di ogni altra cosa, la decrescita è una provocazione, un grido che contesta l’invenzione stessa dell’economia. L’economia, infatti, come la sua controfigura «green» o il lavoro salariato, esiste solo in un orizzonte di senso, quello del capitalismo. È una ragione di speranza in questi tempi? Sì, in alcune città della Grecia e della Spagna, a differenza di quanto accaduto in Argentina dieci anni fa, pezzi di società che subiscono l’austerità hanno cominciato a incontrare gruppi che sperimentano forme di decrescita. Per questo il potere, che teme il cambiamento profondo dice: «Siate seri, non è il momento di parlare di queste cose

Io ho un chiodo [Ascanio Celestini]

Per ragionare di critica alla crescita in termini molto concreti e con una buona dose di fantasia consigliamo la lettura di questo articolo che Ascanio Celestini ci ha inviato per la nascita di Comune-info.

Conferenza internazionale sulla decrescita. Dossier

Vogliamo un mondo diverso, dicono alla Conferenza internazionale della decrescita (Venezia, 19/ 23 settembre 2012). Rifiutiamo il mito della crescita infinita, spiegano, e sperimentiamo già una conversione ecologico-sociale. Non siamo più disposti ad aspettare

Senza dominio [Marco Calabria]  

«Un tempo si pensava fosse sufficiente pretendere di dominare la terra e i fiumi, gli oceani e le montagne, e poi le donne, i sottomessi, i sottoposti, i servi, gli operai, gli animali e ogni altra specie vivente, la materia. Oggi il virus del dominio si espande attraverso territori e linguaggi evoluti ed è in [……]

La rivoluzione dei poveri è cominciata

Jaean Robert è un architetto svizzero, migrato in Messico da quarant’anni, docente universitario di Storia delle tecnica. Amico e collaboratore di Ivan Illich ha scritto articoli e libri preziosi dedicati ai temi della critica allo sviluppo. Il più importante è «La potenza dei poveri», tradotto e edito in Italia da Jaka book (ne parliamo qui), una lunga conversazione con Majid Rahnema (uno dei relatori alla Conferenza internazionale della decrescita di Venezia). Di seguito, un’intervista a Robert (hanno collaborato Loredana D’Elia e Aldo Zanchetta).

Tags:, , , ,

Iscriviti e seguici

Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere gli aggiornamenti.

3 Risposte a “Il papa, Grillo e la decrescita”

  1. Comune-info
    24 marzo 2013 at 15:32 #

    A proposito di papa Francesco, del suo passato e del suo presente, segnaliamo questo commento di Alessandro Marescotti:

    «A San Salvador il 24 marzo 1980 veniva ucciso monsignor Oscar Romero che, a differenza di Bergoglio, denuncio’ la repressione militare con queste parole:

    “Vorrei fare un appello in maniera speciale agli uomini dell’esercito, e in concreto alle basi della guardia nazionale, della polizia, dei quartieri generali.
    Fratelli, voi appartenete come noi al popolo, voi pero’ uccidete i vostri fratelli contadini. Di fronte all’ordine di uccidere dato da un uomo, e’ la Legge di Dio che deve prevalere, e quella legge dice: TU NON UCCIDERAI. Un soldato non e’ costretto ad obbedire ad un ordine che va contro la Legge di Dio. Una legge immorale non deve essere rispettata. Ora è tempo che recuperiate la vostra coscienza e che obbediscano alle proprie coscienze piuttosto che all’ordine del peccato. La Chiesa che difende i Diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può starsene in silenzio davanti a tanto abominio. Vogliamo che il Governo prenda sul serio che le riforme non serviranno a niente se devono essere imbevute di tanto sangue. In nome di Dio, in nome del Popolo che soffre, i cui lamenti crescenti salgono al cielo ogni giorno più forti, io vi supplico, io vi chiedo, io vi ordino: fermate la repressione!”

    Oggi il papa, durante la Messa delle Palme, non ha ricordato il sacrificio di monsignor Romero»

  2. Leo
    28 marzo 2013 at 09:36 #

    In Italia, dal 2007, è attivo il Movimento per la Decrescita Felice (www.decrescitafelice.it) fondato da Maurizio Paallante. Il Movimento prende sì lo spunto da Latousce, ma ne differisce nettamente soprattutto per le attività pratiche che applica, attraverso la 50ina tra Circoli ufficiali e in formazione presenti in Italia. I soci, nei più svariati modi, attuano percorsi decrescenti come scelta, senza alcuna privazione ma restandone pienamente “felici”. La Decrescita non è la recessione: la Decrescita è una scelta volontaria della rinuncia del superfluo. La recessione è un evento che si subisce e che ci priva di tutto.

Trackbacks/Pingbacks

  1. ValderaSolidale » COMUNICARE, NON FARE MARKETING - 12 aprile 2013

    […] e in molti modi diversi. Del resto mai come oggi c’è bisogno, per dirla con Latouche, di un’aufhebung (rinuncia, abolizione e superamento) non solo della proprietà privata dei mezzi di produzione e […]

Lascia un commento