Diciotto giorni in Antartide

Se il riscaldamento globale continuerà, entrò la metà del secolo anche le navi di trasporto tradizionali saranno in grado di navigare liberamente ai Poli. Sono le nuove inquietanti previsioni dei ricercatori dell’Università della California. Eppure, vivere in questi luoghi magici e ancora poco conosciuti, tra silenzi e improbabili partite di calcio, permette di ripensare la relazione tra uomo e natura ma anche quella tra scienziati e artisti, spiega Maria Rosa Jijon. Rientrata da una missione nell’isola di Greenwich, dove ha svolto un lavoro sulla costruzione dell’immaginario dedicato alla condizione di ecuadoriani e periferici, Rosa ha raccolto per i lettori di Comune-info alcune fotografie e appunti scritti alla Pedro Vicente Maldonado, una delle poche stazioni dell’Antartide che non mai è dieventata base militare.

di María Rosa Jijon*

«(…)  la punta di un remo quando gli stranieri si sono fermati all’improvviso, ed iniziarono subito a farfugliare a voce alta, intercalando grida isolate dalle quali si potevano distinguere le parole Anamoo-moo! Lama-lama! Continuarono così per una buona mezz’ora durante la quale potemmo agevolmente osservare il loro aspetto. Nelle quattro canoe, che potevano essere quindici metri linghe, e uno e mezzo larghe, c’erano in totale centodieci selvaggi. Avevano la statura media degli europei, ma era di costituzione più muscolosa e massiccia. Il colore della loro pelle era di un nero scuro con capelli spessi, lunghi e lanosi. Erano vestiti con pellicce nere, morbide, e folte di un animale sconosciuto. Poste sul corpo con una certa abilità, lasciando il pelo all’interno, ad eccezione delle parti vicino al collo, i polsi, le caviglie (…)».

Edgar Allan Poe, Le avventure di Gordon Pym (1838)

 

Molti sono i livelli narrativi che si possono produrre sulla Residencia Sur Antártica: l’esperienza individuale, al confonto impari con l’immensità della natura, la sfida che gli esseri umani si trovano a dover affrontare in un ambiente e geografie estreme, la capacità di elaborazione artistica sviluppata nel continente bianco, le lezioni apprese e le cose che si farebbero meglio, la quantità di materiale prodotto, tutto questo sarà elaborato nei prossimi mesi. Nessuno è però più coinvolgente e importante della dimensione umana di lavoro collettivo che si sviluppa nella base Maldonado.

Per questa ragione ho deciso di fare una cronaca/conversazione che riassuma i miei sentimenti, le mie sensazioni, e le mie reazioni al vivere diciotto giorni nella Stazione Pedro Vicente Maldonado.

Non posso cominciare senza spiegare il significato che ha per l’Ecuador avere una Stazione tecnico-scientifica in Antartide. A capo dell’impresa si trova il comandante José Olmedo, direttore dell’Instituto nacional antártico ecuadoriano (Inae), un uomo indubbiamente illuminato e visionario che è sostegno per tutti coloro che hanno il privilegio di lavorare a Maldonado. Olmedo è stato capace di comprendere l’importanza della fusione tra scienza e arte, come è stato prima ancora capace di intendere l’importanza della collaborazione tra paesi amici, tra istituzioni militari e accademiche, tra sognatori, idealisti e uomini e donne di scienza.

C’è poi Allan Jeffs, artista e coordinatore oltre che sognatore, che con un’enorme generosità ha voluto ampliare quella che era un’esperienza personale per convertirla in un’opportunità per artisti impegnati sui temi dell’ambiente, della sovranità dei popoli, dei patrimoni comuni, e sulla costruzione di processi partecipati e collettivi. Senza la sua visione sarebbe stato impossibile realizzare una tale avventura. Non posso poi dimenticare di citare Mayra Estévez, che con intelligenza, senso dell’opportunità e capacità di gestione ha dato vita ad un approccio all’avanguardia e senza precedenti nel paese, costruendo una cooperazione unica tra Inae, il sottosegretariato alla cultura, e gli altri soggetti coinvolti.

La magia di Maldonado

Così, arrivare in Antartide come artista è un premio, un onore, un privilegio, uno sogno fattosi realtà.

Quello che accade a Maldonado è magico. La nostra missione come paese è quella di svolgere ricerche scientifiche e tecniche che diano un contributo a tutta l’umanità per la tutela dell’Antartide, lo sviluppo della scienza, la medicina, la fisica, studi sui cambiamenti climatici, biologia, microbiologia.

Lì ci sono persone che tengono in piedi il progetto, uomini della pubblica amministrazione e delle forze armate che preparano e manutengono la stazione Maldonado affinché noi, tecnici, scienziati e artisti possiamo andare a realizzare i nostri sogni. Per avere cura di noi e tenerci al sicuro c’è questo gruppo «logistico», che grazie ad una disciplina militare e il lavoro duro e di gruppo assicurano un’organizzazione impeccabile e l’integrità fisica di ognuna delle persone che lì lavorano.

Il senso di comunità, di gruppo, di complicità e sostegno è un ingrediente fondamentale per svolgere le missioni antartiche. La cucina, i gommoni, la navigazione, il mantenimento e la costruzione di strutture, la conoscenza del mare e del clima, ma anche il divertimento collettivo, tutto è in mano alla squadra logistica, a capo della quale ora c’è il comandante Merlo, un’eccellente mediatore, un impeccabile conduttore, un compagno d’avventure sempre sorridente.

Poi c’è la geopolitica della presenza ecuadoriana in Antartide. Non pretendo di scrivere un trattato, perché non ho gli strumenti per farlo, ma la nostra attività (e dico nostra perchè è di tutti gli ecuadoriani) fa una gran differenza. Il tipo di ricerca che si svolge è tecnica, ambientale, scientifica e ora culturale. Si tratta di una stazione tecnico-scientifica che non rivendica territorialità, ma una sorta di sovranità scientifica. Le relazioni di collaborazione con paesi amici rappresentano uno degli aspetti più interessanti dell’attività di ricerca. Nella fase alla quale ho partecipato, erano presenti tre avventurieri venezuelani, Juan, Jesús e Maximiliano, cartografo, lichenologo, geologo. Il loro lavoro è stato, in una certa maniera, quello di portare nella stazione lo spirito dei primi esploratori del continente bianco. In uno sforzo comune e con enorme fatica sono riusciti a organizzare in tempo record le loro attrezzature, e farci partecipare all’estrazione di un pezzetto di mondo, per poi raccontarci da dove veniamo e dove andiamo. La cronaca visiva di questa «epopea venezuelana» sarà il primo video che realizzerò con l’intenzione di mostrarlo in Venezuela, perché non vedo l’ora di mettermi a montare e divertirmi con tutto il magnifico materiale raccolto.

Il rifiuto della territorialità

Allo stesso tempo abbiamo contato con la presenza di Belén, membro spagnolo e scienziata, che assieme a Daniela, esperta in turismo e attivista, ha passato il suo tempo prendendo le misure di sentieri nella terra di Barrientos (Isla Barrientos). Hanno analizzato gli effetti del turismo di massa sulle zone abitate dai pinguini, conquistandoci con la loro amabilità e gentilezza. Questi scambi e collaborazioni arricchiscono ancor di più le attività e i risultati delle ricerche che si realizzano a Maldonado. Si tratta di pietre fondamentali per la costruzione di una geopolitica sud-sud, che tracci nuove forme di intendere gli equilibri e le relazioni tra i popoli, e che, al di là di un’interpretazione tradizionale da politica di potenza, si pone in maniera solidale al servizio delle generazioni presenti e future.

Pedro Vicente Maldonado é una stazione scientifica, non una base militare. L’Ecuador ha una missione che non rivendica territorialità, ma sovranità, attraverso la ricerca scientifica e i contributi che la stessa può generare per il bene comune dell’umanità. Ciò caratterizza la nostra presenza in una chiave di interpretazione all’avanguardia rispetto alle tradizionali rivendicazioni territoriali di altri paesi, ed è in linea con il trattato Antartico, lo statuto del territorio del continente bianco.

Il lavoro che ho realizzato è la continuazione di un percorso di riflessione che svolgo da alcuni anni, ovvero la costruzione dell’immaginario sulla nostra condizione di ecuadoriani e periferici. Ho tracciato la linea dell’Equatore in varie parti dell’isola di Greenwich, lasciando un gesto minimo a testimonianza di questo pensiero, sul centro del mondo, la linea immaginaria, il nostro paese pensato e la sua presenza in Antartide. Le immagini finali di questo lavoro sono registri video e foto, che saranno parte centrale delle esposizioni del progetto «Archivio del Ghiaccio o come superare il terrore del bianco».

Altra azione realizzata è stata quella di chiedere ai presenti di collaborare nella realizzazione di un gesto territoriale al contrario, ossia piantare una bandiera in territorio antartico. La bandiera antartica stampata in vari colori, è l’oggetto che viene proposto a tutti i presenti in un atto di restituzione al territorio del continente bianco , dell’universalità che lo stesso deve avere, dando volti e nomi a questa restituzione. Tutti i partecipanti potevano scegliere il colore della bandiera, e il luogo nel quale decidevano di farsi fotografare. Sono stata assai fortunata perchè a tutti è piaciuta l’idea e tutti hanno partecipato con entusiasmo e con proposte proprie.

L’«Archivio del ghiaccio»

L’«Archivio del ghiaccio» è un archivio dell’impossibile, dell’incapacità collettiva di possedere, conquistare, dominare, assimilare, un patrimonio dell’umanità intera. Riflette anche sull’uso simbolico di questa terra, sulla soggettivizzazione possibile di questa entità naturale, e di come attraverso questo esercizio si possano evocare approssimazioni inverse della relazione tra uomo e natura.

Il possibile a Pedro Vicente Maldonado è un sentimento di affiatamento, solidarietà, ed anche sport. Già perché in effetti ci si allena al calcio e si corre nei dintorni della stazione. Esiste una squadra che io ho chiamato la Tri (soprannome della nazionale di calcio dell’Ecuador) più bella del mondo. Si allenano almeno tre volte a settimana per poi affrontare le squadre delle basi vicine. La principale è la Base Arturo Prat, nella penisola Guesalaga, Isola di Greenwich, Shetland del Sud, a pochi chilometri dalla nostra.

Prat, una base permanente, è anche un ponte di comunicazione per la spedizione ecuadoriana. Una volta a settimana ci regalavano alcune ore di navigazione su internet, affinché si potesse comunicare con i propri familiari e amici. Non sempre è possibile andare, il tempo e le condizioni atmosferiche a volte lo impediscono, però si tratta di costruire uno spazio sociale parallelo che rende meno pesanti i lunghi mesi di permanenza nelle basi e nelle stazioni.

Pedro Vicente Maldonado in una certa maniera riesce ad essere un pezzo di Ecuador; la stessa isola offre una topografia gentile, ma non per quello dominabile. Le persone nella stazione riescono a riprodurre lo spirito allegro e ospitale degli ecuadoriani, inseguendo il desiderio di dimenticare per alcuni istanti che ci si trova nel territorio più inospitale, misterioso e meno conosciuto della terra.

 

*María Rosa Jijon è un’artista nata a Quito in Ecuador, dove ha studiato nella facoltà di Arte dell’Università Centrale, per poi specializzarsi a Cuba e in Svezia, occupandosi si serigrafia, incisione, video e fotografia (un suo video sui temi dell’indipendenza dei paesi latinoamericani è stato ospitato alla Biennale di Venezia 2011). In Italia da oltre dieci anni, ha lavorato come mediatrice culturale e ha collaborato con associazioni di migranti e movimenti europei e internazionali. Il tema delle migrazioni è spesso al centro della sua attività artistica. Una video-intervista a Rosa Jijon, curata da Immigrazione oggi, la trovate QUI.

 

 

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