Chiara, la ciclofficina e le candele

Se non siete mai stati in una ciclofficina, ci sono buone probabilità che la lettura di questo articolo vi costringa a fare due passi per cercare quella più vicina. A Roma potreste fare un salto alla Ciclofficina nomade del Gazometro, a Ostiense. Qui ci si viene per riparare la propria bicicletta o quella degli amici, oppure per far riparare la bici, ma anche per curiosare o passare un pò di tempo in ottima compagnia. Un paio di raccomandazioni: se siete allergici al caos, se pensate di andare in un luogo commerciale e se nutrite dubbi sulle capacità di una donna nel regolare i mozzi di una bici, beh, lasciate stare.

di Riccardo Troisi

Nella capitale il numero delle persone che usano quasi ogni giorno la bicicletta è quadruplicato in pochi anni, nonostante la città non sia attrezzata per gli spostamenti in bici. Le ciclofficine sono state una parte importante di questa trasformazione, laboratori nei quali fioriscono non solo idee di mobilità diversa ma soprattutto relazioni sociali. Abbiamo trascorso qualche ora nella Ciclofficina del Gazometro/nomade, nel quartiere Ostiense di Roma, incontrando Chiara e scoprendo meglio la loro esperienza di cabiamento.

Chiara come mai la ciclofficina ha la sede qui al Gazometro?

La ciclofficina attuale è una costola di quella che ha vissuto l’esperienza dell’Angelo mai al rione Monti dal 2004 al 2006, un’occupazione particolare perché metteva assieme la questione abitativa con il tentativo, peraltro molto riuscito, di creare un laboratorio culturale – in particolare teatrale – permanente. La ciclofficina completava il quadro sperimentale spronando a nuove connessioni mondi diversi fino ad allora distanti. Con lo sgombero dell’ottobre 2006, siamo approdati al Gazometro, nella vecchia bottega di un tornitore. La scelta territoriale è nata dall’incontro con la  cooperativa Blow-up che stava in quel periodo cominciando un progetto di recupero/inserimento di detenuti e ex detenuti, in collaborazione con il ministero della giustizia, che prevedeva un servizio di trasporto a pedali: i risciò che si possono incontrare per le strade del centro di Roma. Poco dopo, non riuscendo a pagare l’affitto, ci siamo trasferiti neI locali vicini della Blow-up. per la stessa ragione insieme alla coop Blow-up nel 2010 abbiamo deciso di occupare lo spazio in cui ci troviamo oggi in via Caboto 15, una traversa di via del Gazometro, negli spazi dell’Ater un tempo assegnati a un falegname e prima ancora a un «vini e oli», e rimasti abbandonati da dieci anni.

Siamo qui già da un po’ di ore e abbiamo visto un bel via vai nella ciclofficina, ma è sempre così? Come funziona una ciclofficina? Cosa succede ogni giorno?

Anche peggio! La ciclofficina è governata dal caos, ciò significa che ogni pomeriggio è diverso dall’altro: a seconda delle cose da fare, e soprattutto a seconda di chi approda e con quali bisogni. E di quanti approdano! Basta alzare la serranda perché arrivi qualcuno, per chiacchierare, chiedere informazioni, orari, con una bici appena uscita dalla cantina o con le ruote sgonfie. Considerando che non c’è mai stata la corrente elettrica, che via Caboto è una delle strade più buie e fredde della città per mancanza di sole, e che non c’è molto spazio, soprattutto quando piove… gli avventori della ciclofficina sono incredibilmente tanti! Ovviamente con la bella stagione occupiamo una fascia del marciapiede e l’antistante posto auto, che non sarebbe tale, ma, di fatto, lo è diventato, ahi noi. In ciclofficina ci si viene per riparare la propria bici, quella degli amici, o per far riparare la bici, per curiosare, o semplicemente per passare un pò di tempo.

Come siete organizzati? Che tipo di realtà sociale siete? Ci interessa capire che valore ha per voi l’autorganizzazione…

A differenza delle altre ciclofficine che operano completamente su base volontaria, non fanno lavori per altri e tutto passa per la condivisione dei saperi, noi abbiamo scelto di scommettere la nostra esistenza sulle biciclette, di sperimentare una commistione di piani, e quindi di mantenere l’attività di condivisione-formazione a fianco a quella di riparazione per gli altri. Cerchiamo di autosostenerci restando nell’ambito di una pratica profondamente sociale. La nostra tariffa è unica: il contributo volontario che mette in crisi tanti, quasi tutti. Se vieni a riparare la tua bici, noi lo facciamo per te, se non ti vuoi sporcare le mani. Ti spieghiamo per filo e per segno quello che abbiamo fatto e perché, come puoi evitare il problema o cercare di accorgerti per tempo di alcuni problemi. per non dover cambiare pezzi economicamente importanti, poi tu scegli quanto e cosa donare alla ciclofficina. Pensiamo che la coscienza delle persone si possa smuovere e sollecitare in tanti modi. Alcuni, più e più volte sollecitati, hanno impiegato un paio di anni a mettere mano sulla propria bici.  Ora sono felicissimi di aver superato il «confine», ma hanno avuto bisogno del loro tempo.

Tutti dovrebbero essere facilitati allo spostamento in bici, il mezzo più efficiente che esista, e diciamolo, il più bello! Quindi il denaro non può essere considerato uno spartiacque adeguato. e nemmeno il fare subito qualcosa che non si vuole fare, ognuno con le sue motivazioni. Confidiamo nelle relazioni che generiamo attraverso le pratiche, le parole, i pensieri che sfociano dalla banale relazione tra due persone, ma facilmente aumentano: chi ha bisogno di aiuto-riparazione-della-sua-bici e chi ripara… o tra chi aspetta…!

Un’ultima considerazione, per noi importantissima, a proposito di autorganizzazione. La persona di riferimento, quella che apre e chiude, che gestisce quasi tutto, quella alla quale tutti si devono rivolgere prima o poi, è una donna, la sottoscritta. Ciò ha generato le reazioni più disparate: dal «ma sei capace di centrare una ruota? e di regolare i mozzi?», al «ma mi posso fidare davvero di te?»,  o banalmente c’è chi disperatamente chiede informazioni a tutti i maschi presenti, bambini compresi, pur di non considerare che una donna possa capirci qualcosa di meccanica!  …per poi ricredersi ed esagerare fino all’eccesso opposto, spesso imbarazzante. Posso affermare che la mia presenza, in quanto femmina, ha destrutturato tanti cervelli…

Riuscite a sostenervi con la vostra attività?

Più o meno si, con fatica a seconda delle stagioni. per fortuna siamo persone con pochi bisogni, che hanno scelto di non avere figli, che non vanno in vacanza…  non è semplice, spesso ragioniamo su come poter estendere questo modello… ma servono anche persone che non si fanno prendere la mano dal commercio… Per noi il concetto di contributo volontario non può essere messo in discussione, altrimenti ci trasformeremmo in artigiani-commercianti, che hanno il nostro rispetto, ma sono un’altra cosa.

Chi viene da voi?

Tutte e tutti! Ogni sesso e tendenza sessuale, ogni classe  sociale, ogni generazione. I bambini dell’occupazione del Porto fluviale, ormai i primi sono grandicelli, i ragazzi delle soprastanti case popolari e di Testaccio con le bmx semidistrutte, gli anziani di zona che si fanno due sgambate, i ciclisti critici, le signorine eleganti dei vicini studi un pò chic, i patiti del ciclismo con le bici in carbonio sempre nuove, gli stranieri delle più varie tipologie, le giornaliste controcorrente di matrix (un pò disperate!)… i rotafissari, i senza fissa dimora in giro per l’Italia e il mondo, gli studenti squattrinati… il fatto di essere su strada garantisce una varietà incredibile di persone, che si incontrano, si confrontano, si stupiscono, con amplissima libertà, si aprono a modi di vedere il mondo differente dal proprio e al cambiamento. Il dibattito su qualsiasi argomento è garantito! E ciò per noi è una delle più grandi ricchezze della ciclofficina.

Cosa significa per voi la relazione con il territorio  e che tipo di territorio è questo? 

Alcuni socio-antropologi, definirebbero l’Ostiense un quartiere  liquido. In effetti nell’arco di un secolo è cambiato rapidamente e notevolmente dalla campagna a territorio di industria, con la costruzione di case per operai all’inizio del ‘900, l’edilizia popolare degli anni ’50, ’60 e ’70…, il gazometro, che per alcuni romani potrebbe essere ancora in funzione! E i mercati generali che per decenni hanno dato lavoro a tanti romani e migranti dal sud… E’ anche uno dei quartieri di Pasolini, delle «bande del buco»… e poi i nuovi locali, le discoteche, i ristoranti, i bar aperti fino a tardi… Pochi ormai conoscono i confini esatti dell’Ostiense con i limitrofi Testaccio e Garbatella, anche se tra chi lo  vive da anni serpeggia una specie di orgoglio di quartiere. Fluttuante nei confini e nei cambiamenti: il gazometro è stato «bonificato» da una colata di cemento sui serbatoi, ma non si sa bene che cosa ci sia rimasto all’interno e come si dovrebbe realmente bonificare, però in occasione della prima Notte bianca ha fatto da vetrina tutto dipinto di bianco e illuminato.

Gli ex-mercati generali da decenni stanno per essere trasformati in… ? Ogni hanno cambiano il progetto, gli assegnatari e intanto la natura si ribella: a seguito dei lavori delle fondamenta dei mercati e del vicino ponte sospeso, le acque del fiume Almone, deviato anni fa, sono riemerse!  Interi palazzi sono stati recentemente acquisti e  ristrutturati da grandi gruppi e marchi commerciali. È recentissima l’istituzione sperimentale della Ztl per «pulire» il quartiere…

Noi ascoltiamo e stimoliamo le voci di chi vive, dorme, transita in queste strade da anni oppure da un mese, ne percepiamo i cambiamenti e i sentimenti. Intercettiamo segnali di contentezza per la vitalità, come di insofferenza, come se ci fossero universi paralleli che si attraversano continuamente. Diamo il nostro contributo anche «portando un po’ di gioventù» come ci ringrazia sempre una nostra anziana vicina!

Quali progetti portate avanti come ciclofficina?

Il generatore a pedali. Abbiamo avuto sempre un cattivo rapporto con la corrente alternata, sempre queste bollette… Siamo stati mesi e mesi senza luce anche in via del Gazometro. Per vari motivi, qui non abbiamo neanche fatto l’allaccio. Abbiamo usato chili di candele e lampade da campeggio per due anni, da un mese abbiamo finalmente montato tre lampadine led, più una striscia in bagno, alimentate dalle vecchie batterie dei risciò, così non abbiamo nemmeno il problema di doverle smaltire. Anche lo stereo è diventato quotidiano. E forse questo sarà anche l’anno del generatore a pedali. È vero che oggi è diventato di moda, ma sono anni che cerchiamo di realizzarlo: il caso ci ha remato contro… Tutto ciò ci ha fatto molto riflettere sull’energia, la sua produzione, la definizione dei bisogni legata ad essa, su gli strumenti. Abbiamo riscoperto attrezzi manuali come il trapano, la mola, il saldatore a stagno che stavano per essere dimenticati. Con tutti i limiti, che non neghiamo, il loro uso, come l’uso appropriato di tanti altri strumenti più comuni, ci ha enormemente ampliato la consapevolezza della meccanica e direi anche più in generale dell’esistenza. Ogni strumento porta con sé un sapere e una pratica, ha bisogno di una persona che lo sappia usare e il suo uso – come dire – di base, è facilmente comprensibile. Poi c’è chi riesce a fare miracoli con un martello, ma è solo con un sapere trasmesso oralmente e un po’ di pratica e applicazione che si può far suonare un martello «a dovere». È un’esperienza prettamente umana, non da pochi eletti, ma per chi ne ha bisogno. Se non hai bisogno di un martello, non c’è motivo di usarlo o di imparare a usarlo. Se non hai bisogno di una saldatrice, perché puoi agire in altri modi, per fare ciò che vuoi, non avrai bisogno della corrente alternata. Inoltre gli attrezzi elettrici a 12 volt sono solitamente più semplici da usare e riparare, meno pericolosi, in un certo senso più alla portata di tutti. Ho visto diversi telai distrutti da flessibili e da trapani troppo potenti… e soprattutto dalla superficialità con la quale ci si approccia ad essi. Questi sono strumenti che bisogna saper usare in maniera consapevole, altrimenti sono dannosi oltre che pericolosi, per se, per chi sta attorno e per le bici!. Con un generatore a pedali, possiamo produrre l’energia che consumiamo senza interferire troppo con il resto di questa palla. Ci piace cercare di essere il più liberi ed ecologisti. Abbiamo per le mani un mezzo costruito con metallo e plastica. Già questo ci pone tanti interrogativi sulla produzione… riutilizziamo il più possibile qualsiasi cosa, suggeriamo sempre un uso calmierato di prodotti chimici per pulire  e manutenere la bici. Dopo il generatore vorremmo impegnarci nella autoproduzione di sgrassanti naturali, un passo alla volta!

Che rapporti avete con le altre ciclofficine? Esiste una progettualità comune, una rete?

Da diversi anni è attiva la rete delle Ciclofficine popolari. A Roma ci sono undici ciclofficine, e tante altre in Italia, raccolte nel sito omonimo. La rete romana promuove diverse iniziative collettive e delle singole ciclofficine. Noi siamo un po’ eretici a riguardo, perché all’interno del coordinamento c’è chi non vede di buon occhio il concetto di autoreddito, e noi non vediamo di buon occhio l’uso di mezzi a motore, come un furgone, per promuovere l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto quotidiano… a ognuno la sua filosofia, e la sua ciclofficina! Sono molto più interessanti le finalità che ci uniscono. A noi piace molto la diversità.

Esiste un movimento per la mobilità sostenibile a Roma?

Il concetto di sostenibilità è al quanto superato, mi pare. È un campo in cui si può giocare al rialzo o al ribasso, a seconda dei punti di vista e degli interessi. Come dire che se, ben stipate, duecento automobili possono parcheggiare in via del Gazometro, facciamo duecento posti auto. Ma la qualità della vita della vita peggiora. Quando l’autosauro-automobilista esce dalla propria scatola, diventa un pedone che deve attraversare la strada o riuscire a scendere dal marciapiede. Ogni strada di questa città è ricoperta di automobili il cui uso è in parte uno status simbol che ci portiamo appresso dal boom economico, e sarebbe ora di superare il pleistocene, in parte dipende da una totale mancanza di  un’idea di mobilità da parte degli amministratori della città. Bisognerebbe diminuire le automobili circolanti e con qualche miracolo far capire qualche minima idea di civiltà e rispetto agli autosauri, miracolo per la scarsa capacità di intendere e di volere.

Raccontaci qualche evento o un’iniziativa che vi piace ricordare pensando alla vostra esperienza…

Nel 2007 cominciammo due percorsi interessanti. Da un lato con la prima gestione del bike sharing di Roma, quando le bici erano rosse: ci occupammo della formazione dei meccanici e della manutenzione on the road a chiamata, per non sacrificare il tempo della ciclofficina. Spesso ci scambiavano per ladri di bici, ma in realtà, il controllo assiduo dei mezzi ha evitato tanti furti, oltre a garantire un servizio degno di questo nome. Da quando la gestione è cambiata, le poche bici che si trovano, sono inutilizzabili. Con la Cycom, associazione dei ciclisti della Fao, portiamo la ciclofficina in territorio internazionale, nei parcheggi per bici della Fao. Qui ripariamo le bici di tanti stranieri magari spaesati e timorosi e di italiani «comodosi».

Per quasi due anni avevamo un avamposto agricolo agli Orti Urbani di Garbatella, e lì sperimentavamo metodi di agricoltura naturale. I risultati orticoli sono stati deludenti, in compenso abbiamo rallegrato tutti con il nostro piccolo deserto ricoperto di paglia! In generale l’esperienza ci è piaciuta molto per le relazioni sociali instaurate e abbiamo ceduto solo per la mancanza di tempo. Dall’anno scorso partecipiamo al laboratorio urbano Reset, nato dall’esperienza del ex-mattatoio e portiamo la ciclofficina al mercato Ecosolpop ogni prima domenica del mese. Dal 15 marzo cominceremo a frequentare la Casa internazionale delle Donne. A grande richiesta stiamo per dare il via al primo corso – vagamente strutturato – di meccanica ciclistica. Gli eventi che ci piacciono di più sono quelli che in maniera estemporanea nascono ed esplodono. Tanti vorrebbero una videocamera fissa per riprendere scene incredibili e incredibilmente naturali. Per questioni di privacy non lo faremo mai, quindi tocca fare un salto in ciclofficina!

Ciclofficina Gazometro Roma

via Caboto 15, ciclofficina.nomade@gmail.com

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8 Risposte a “Chiara, la ciclofficina e le candele”

  1. Michelangelo
    12 marzo 2013 at 22:02 #

    La Puffa è la mejo ciclo-meccanica de Roma.
    M!!!

  2. Mauro
    13 marzo 2013 at 10:47 #

    Brava, mille volte brava e coraggiosa, appena capito a Roma vengo a far visita.

    M. P.

  3. Marco
    13 marzo 2013 at 17:48 #

    Conoscere persone come Chiara e Guido cambia la vita

  4. Ramon
    15 marzo 2013 at 13:51 #

    “Colui che pretende un posto su un veicolo più rapido sostiene di fatto che il proprio tempo vale più di quello del passeggero di un veicolo più lento.”(Ivan Illich)

    Chiara, grazie di avermi aiutato a cambiarmi la vita!

  5. Luigi
    19 aprile 2013 at 17:12 #

    per favore è possibile avere qualche informazione sul corso di ciclomeccanica di cui parla chiara nell’intervista?
    grazie

  6. Citta invisibile*
    28 settembre 2013 at 12:24 #

    CAMPIONATI DI CICLOMECCANICA a Milano, domenica 29 settembre (ore 10/17), promossi da numerose ciclofficine del centro-nord a Cascina Monluè. I campionati includono una grande asta di beneficenza delle biciclette sistemate durante la gara. Tutte le informazioni e il regolamento lo trovate qui http://campionaticiclomeccanica.wordpress.com/, qui invece trovate un ottimo video http://www.bicilive.it/i-campionati-ciclomeccanica-2013/

    .
    Città invisibile è un piccolo collettivo romano che sbircia tra i temi sociali, della decrescita e del pensiero critico

  7. Alessandro De Francesco
    18 ottobre 2016 at 11:00 #

    Buongiorno,
    devo liberarmi di 2 vecchie bici, una da bambina ed una vecchia da corsa. Posso portarvele in regalo?
    In che orari siete aperti?

    Saluti

Trackbacks/Pingbacks

  1. Chiara, la ciclofficina e le candele | Terracina Social Forum - 18 marzo 2013

    […] Dal sito Internet http://comune-info.net/2013/03/ciclofficina-a-corrente-continua/ […]

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