Alunni senza cittadinanza

I dati dell’ultimo rapporto  «Alunni con cittadinanza non italiana» sono il segno evidente di un paese sempre più interculturale: nell’anno scolastico 2011/2012, gli alunni «stranieri» ma nati in Italia sono 334.284 e rappresentano il 44,2 per cento sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana. Cinque anni fa erano meno di 200mila. Gli alunni rom iscritti invece sono 11.899: è il numero più basso degli ultimi cinque anni, le politiche di non inclusione e il razzismo istituzionale portano il loro frutti

Quadruplicati, in dieci anni. Le nostre scuole, come ormai sappiamo bene, sono cambiate a vista d’occhio in questi ultimi anni. Oggi a Milano è stato presentato il Rapporto “Alunni con cittadinanza non italiana”: ormai è diventato un appuntamento annuale molto interessante, perché permette di fotografare uno degli aspetti di più forte innovazione e “rottura” all’interno del sistena scolastico italiano: quello della presenza tra i banchi di scuola di bambini e ragazzi che hanno un back ground culturale straniero. Una realtà a cui finora – per la verità – non è mai seguita una politica nazionale di supporto. Dal punto di vista della rilevazione dei dati, e dell’analisi degli stessi, va però dato atto al Ministero dell’Istruzione di prestare ormai da anni una grande attenzione. Tant’è che il Rapporto ha fatto un passo avanti, aggiungendo alla consueta rilevazione tra capitoli di approfondimento e analisi: uno sugli alunni nati in Italia, uno sui risultati degli studenti di origine rom e uno sulle scuole a più alta frequenza di ragazzi di origine straniera. Il Rapporto, come già l’anno scorso è curato dal Ministero dell’Istruzione in collaborazione con l’Ismu. Le due persone che fanno da capofila al progetto sono Vinicio Ongini per il Miur e Mariagrazia Santagati per l’Ismu.

Qualche numero. Intanto qualche numero: nel 2001/2002, quindi dieci anni fa, gli alunni stranieri in Italia erano solo il 2,2% sul totale. Ovvero 196.414 persone. Oggi sono l’8,4%: 755.939 persone. Il maggior aumento si rileva sia nelle scuole superiori che nelle scuole dell’infanzia. Ragazzi “ricongiunti”? Che cioè raggiungono i propri genitori dall’estero? Sì, ma non solo. Perché il fenomeno è spiegabile da un lato con la conclusione del ciclo scolastico da parte di una “generazione” – che fa pensare anche a una minore dispersione scolastica rispetto al passato – dall’altra, come vedremo, il dato delle scuole dell’infanzia nasconde una sorpresa rispetto al passato: cresce in modo significativo, infatti, l’incidenza di chi è nato in Italia. E, dunque, può essere considerato “straniero” solo per legge. Una legge che appare sempre più vetusta.

Le diverse scelte scolastiche. Un dato interessante riguarda le diverse scelte scolastiche degli alunni con origine straniera. Intanto per quanto riguarda la scuola statale e non statale: nell’anno scolastico 2011/2012, l’89,8% degli stranieri e l’85,9% degli italiani frequenta le scuole statali, mentre il 10,2% degli stranieri e il 14,1% degli italiani frequenta le scuole non statali. Quindi, per le persone di origine straniera è più probabile scegliere di frequentare una scuola pubblica, rispetto a un alunno italiano. Tuttavia, rispetto all’anno scorso, rileva il Rapporto che “si assiste a un lieve incremento nella scelta della scuola non statale sia per gli italiani sia per gli stranieri”. Una diufferenza, piuttosto nota, tra italiani e “stranieri” riguarda poi la scelta delle scuole di secondo grado: come si sa – e il Rapporto lo conferma anche quest’anno – per i ragazzi di origine straniera è più probabile scegliere un percorso professionale o tecnico rispetto a un ragazzo italiano. Eppure anche su questo fronte le cose stanno lentamente cambiando. Dai dati del Rapporto, infatti, si evince che – da un lato – c’è una leggera crescita degli alunni con cittadinanza non italiana che scelgono il liceo (in un anno la percentuale è cresciuta di un punto). Ma è soprattutto interessante osservare le dinamiche che differenziano i ragazzi di origine straniera nati in Italia da chi è arrivato più tardi (i dati, purtroppo, mettono in uno stesso calderone chi è arrivato a dieci anni rispetto a chi è arrivato a tre): si osserva, ad esempio, che tra i primi ci si indirizza con più facilità verso i tecnici rispetto ai professionali, e con una percentuale maggiore verso i licei. L’elemento di essere nato in Italia, insomma, non è “superfluo” ma evidenzia una maggiore probabilità di adeguare le proprie scelte a quelle dei ragazzi italiani “da generazioni”.

Gli alunni “stranieri” nati in Italia. Uno dei capitoli senza dubbio più interessanti di questo Rapporto riguarda gli alluni con cittadinanza straniera nati in Italia o i “neo arrivati” perché – come rileva Vinicio Ongini nel capitolo da lui curato – si tratta di un argomento che ha molto fatto discutere perché la legge sulla cittadinanza del ’92 è considerata ormai antiquata e inadeguata. Tuttavia, per ora, le proposte sul tavolo sono diverse ma non si è mai giunti a una concreta azione. Eppure i “numeri” premono. Scrive Ongini: “Nell’anno scolastico 2011/2012, gli alunni stranieri ma nati in Italia sono 334.284 e rappresentano il 44,2% sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana. Cinque anni fa erano meno di 200mila, il 34,7%. La crescita progressiva è di quasi dieci punti percentuali. È interessante notare – prosegue Ongini – che nelle scuole dell’infanzia i bambini nati in Italia sono l’80,4%, più di otto su dieci (cfr. Tab. 3.3), ma in alcune regioni la percentuale è ancora più alta e supera ad esempio l’87% in Veneto e l’85% nelle Marche, sfiora l’84% in Lombardia e l’83% in Emilia Romagna; mentre, al contrario, non raggiunge il 50% nel Molise e lo supera di poco in Calabria, Campania e Basilicata”. Quindi: la nuova Italia, quella “meticcia”, fatta di persone a tutti gli effetti italiane (tranne che per il passaporto, almeno per ora…) ma con un back ground culturale straniero sono ormai tantissimi, e lo si vede nelle scuole delle infanzia, quelle frequentate dai bambini dai 3 ai 5 anni, dove rappresentano 8 su 10 alunni “stranieri”. Si può quasi dire che non esistono quasi più “stranieri”, nonostante si debba aggiungere che – ovviamente – è più facile trovare alunni nati in Italia nella fascia d’età infantile: se una mamma ha deciso di venire a lavorare in Italia lasciando il figlio nel paese di origine non lo fa venire in Italia da piccolissimo, ma aspetta che sia più autonomo. Ma il trend esiste eccome, e lo si nota anche dai numeri delle scuole secondarie di secondo grado: “In generale – annota Ongini – negli ultimi cinque anni, ogni dodici mesi, la percentuale di nati in Italia fra gli stranieri è cresciuta di due o tre punti percentuali, dal 34,7% del 2007/2008 al 44,2% del 2011/2012; e, nei singoli ordini di scuola, in tale lasso di tempo è passata dal 71,2% all’80,4% nelle scuole dell’infanzia, dal 41,1% al 54,1% nelle primarie, dal 17,8% al 27,9% nelle secondarie di primo grado e dal 6,8% al 10,2% nelle secondarie di secondo grado. In altri termini, negli ultimi cinque anni gli studenti stranieri nati in Italia sono cresciuti del 60% nelle scuole dell’infanzia (dove hanno raggiunto le 126mila unità, a partire dalle 79mila del 2007/2008) e nelle primarie (145mila), mentre sono più che raddoppiati nelle secondarie di primo grado (46mila) e di secondo grado (17mila)”.

Le scuole a “alto impatto”. In Italia esistono scuole dove la presenza degli alunni con cittadinanza non italiana supera quota 50%. Non sono molte, solo 400, ma il Rapporto quest’anno è andato a vedere chi sono e dove. “In generale negli ultimi cinque anni, ogni dodici mesi, la percentuale di nati in Italia fra gli stranieri è cresciuta di due o tre punti percentuali, dal 34,7% del 2007/2008 al 44,2% del 2011/2012; e, nei singoli ordini di scuola, in tale lasso di tempo è passata dal 71,2% all’80,4% nelle scuole dell’infanzia, dal 41,1% al 54,1% nelle primarie, dal 17,8% al 27,9% nelle secondarie di primo grado e dal 6,8% al 10,2% nelle secondarie di secondo grado. In altri termini, negli ultimi cinque anni gli studenti stranieri nati in Italia sono cresciuti del 60% nelle scuole dell’infanzia (dove hanno raggiunto le 126mila unità, a partire dalle 79mila del 2007/2008) e nelle primarie (145mila), mentre sono più che raddoppiati nelle secondarie di primo grado (46mila) e di secondo grado (17mila)”, scrive Maddalena Colombo. Su questo fronte se da un lato si evidenzia che la famosa “circolare Gelimini” del 2010 che voleva imporre un “tetto” di rpesenza straniera del 30% ha avuto poco successo, dall’altra si evidenzia che le scuole a maggioranza straniera non sono molte, e più che altro hanno una distribuzione geografica molto sbilanciata: quasi assenti al sud, sono maggiormente concentrate nel centro-nord. Inoltre una ulteriore concentrazione viene rilevata in alcuni tipi di scuola: ad esempio negli istituti professionali. Con il rischio che alcune di queste scuole possano essere considerate tuout court delle “enclaves” per stranieri poco dotati: “Le scuole secondarie (e specialmente quelle di secondo grado) a forte concentrazione o a maggioranza straniera registrano una bassa frequenza di ragazzi nati in Italia – osserva Colombo – che possono manifestare problemi di integrazione, non solo sul piano scolastico, ma anche linguistico, familiare, socio-lavorativo, ecc. Si tenga anche presente che la composizione multietnica delle scuole secondarie di secondo grado è dovuta in larga misura a processi di selezione sociale non casuale bensì orientata dal bisogno degli allievi stranieri di un percorso formativo professionalizzante, a cui fa riscontro la minore probabilità di accoglienza e di successo nei percorsi liceali. Si viene così a determinare il rischio, per le scuole secondarie di secondo grado che assorbono una forte domanda di istruzione da parte degli stranieri, di creare delle enclaves di gioventù di origine immigrata. Queste incorrono nella probabilità di rimanere isolate rispetto alla realtà degli autoctoni e lontane dall’idea di una multietnicità equilibrata, nonché dall’obiettivo della piena integrazione. Ne sono un esempio i corsi serali, promossi dagli istituti di istruzione superiore: anche in presenza di un’offerta diversificata di indirizzi di studio (area tecnico-professionale e liceale, con corsi diurni e serali), sovente compaiono tra le scuole a maggioranza straniera.

Gli alunni rom, sinti e caminanti. Un altro interessante capitolo riguarda la rilevazione della frequenza degli alunni rom, sinti e caminanti. E’ questo il capitolo che rileva i dati più “impressionanti”: gli alunni rom iscritti nell’anno scolastico 2011/2012 sono 11.899. E’ il numero più basso degli ultimi cinque anni, in diminuzione del 3,9% rispetto al 2010/2011. Un vero tracollo, e una evidente denuncia nei confronti degli strumenti di integrazione e scolarizzazione rivolte alle comunità rom: con ogni evidenza poco efficaci. Significativo, tra l’altro, è il calo di iscritti nelle scuole superiori di secondo grado (con una variazione del -26% dal 2007/2008 al 2011/2012) scesi a sole 134 unità di cui 10 in tutto il Nord Ovest. Proprio coì: in tutto il nord-ovest, province ricche come quella di Torino, ci sono solo 10 alunni di etnia rom nelle scuoel superiori. Ma il calo è generalizzato: , -5,7% alle elementari rispetto ai cinque anni precedenti, nelle scuole dell’infanzia, -5,8%, mentre risulta leggermente in crescita il numero di iscritti nelle scuole secondarie di primo grado.Con la premessa che il Rapporto prende in esame i dati degli “iscritti” che potrebbero essere diversi dai frequentanti, il quadro riventa ancora più allarmante. Il capitolo del Rapporto dedicato ai rom rivela che la maggiore dispersione avviene tra scuola di primo grado e scuola di secondo grado. E anche qui la province del Nord Ovest sono le più interessanti, perché se da un lato registrano il maggior numero di alunni rom iscritti alle scuole secondarie di primo grado (955), e il più basso numero di alunni rom iscritti nel secondo grado (10). Ma pure alcune regioni non scherzano: in Lombardia, a fronte di 527 rom nelle scuole secondarie di primo grado, gli alunni frequentanti quelle di secondo grado nel 2011/2012 siano solamente 4, ovvero in proporzione inferiore ad uno ogni cento rispetto agli studenti nell’ordine di scuola precedente; in Liguria si passa da 54 iscritti alle secondarie di primo grado a 0 nel secondo grado. Ma quali sono le Regioni in cui i rom vanno di più a scuola (dato ovviamente legato alla maggiore presenza di alunni rom)? Le cinque regioni con il numero più alto di alunni rom sono: il Lazio, 2.227; la Lombardia, 1.727; il Piemonte, 1.316; il Veneto, 1.067; la Calabria, 954. (Tab. 5.5 e Figg. 5.1 e 5.2). Lazio, Lombardia, Piemonte sono, negli ultimi cinque anni, stabilmente al primo posto per numerosità. A questo va aggiunto che la percentuale delle bambine e delle ragazze diminuisce con il crescere degli ordini di scuola. Conclusioni? “Sono dati che dimostrano la scarsa efficacia delle politiche di inclusione e di scolarizzazione attuate in Italia negli ultimi anni – scrive Vinicio Ongini del Miur, che ha curato il capitolo – La scolarizzazione dei bambini e ragazzi rom presenta alcuni nodi specifici non affrontati o affrontati in modo insufficiente, ed esasperati, come è scritto nel rapporto Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), Strategia nazionale d’inclusione dei rom, sinti e caminanti, 2012: “.dai livelli di povertà e di analfabetismo ancora assai diffusi nella popolazione rom, dall’emergenza abitativa che contraddistingue molte famiglie e dagli stereotipi negativi diffusi nella percezione dell’opinione pubblica”. Altri problemi – continua Ongini – chiamano direttamente in causa il Ministero dell’Istruzione, quali la mancanza di un quadro di dati sui minori in obbligo di istruzione e dei tantissimi che neanche sono iscritti a scuola, sull’irregolarità della presenza in classe, sugli esiti scolastici, sui molti alunni rom certificati come portatori di disabilità, sull’uso improprio del sostegno come strategia didattica”.

 

Fonte: Popoff.globalist.it

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