Due idee per Roma che viene

C’è bisogno di guardare a Roma in modo diverso. Due punti di partenza devono essere il grande dinamismo sociale e la capacità di autorganizzazione dei territori (foto, la biblioteca popolare di Scup, una delle occupazioni che i cittadini hanno regalato a Roma nel 2012), e il tema del ri-abitare

Il dibattito sulla città di Roma e sul suo futuro sembra languire e, soprattutto, non sembra svilupparsi in maniera strutturata ed approfondita. E’ affidato ad un vago scambio di opinioni e a molti impliciti, senza svilupparsi in un dibattito pubblico serio e di ampia portata per la città. Obiettivo fondamentale di un confronto è di ragionare sulle prospettive della città, anche a partire dai processi in atto, da quello che Roma è, come capitale e come città.

Il primo interrogativo è quindi sul modello di sviluppo di Roma e, in particolare, quali economie possano essere praticate e sviluppate, che siano legate a una produzione di beni e servizi e a una crescita qualificata della città, piuttosto che alle tradizionali economie della capitale (come, ad esempio, il settore edilizio) che spesso fanno leva su un consumo di risorse (in questo caso un consumo di suolo, ma anche di struttura e qualità urbana esistenti, e di urbanità), spesso in forma avventizia (per non dire speculativa), senza apportare un valore aggiunto alla qualità della città stessa e alla sostenibilità del suo sviluppo.

Non si intende guardare alle prospettive della città soltanto in senso economico, o urbanistico, ma ci si pone l’obiettivo di cogliere e sviluppare un’interpretazione sintetica della città di Roma, che sappia coglierne i caratteri, le potenzialità e le risorse profonde e più radicate e quindi trarne un orientamento fondante per il futuro; così come Gogol seppe fare a fine ‘800 mettendo a confronto la “sacralità” di Roma con la “modernità” di Parigi.

Un elemento fortemente caratterizzante la realtà romana è il grande dinamismo sociale e la capacità di autorganizzazione sui territori delle diverse realtà sociali. E’ una città che, per molti versi, si auto produce. Questo aspetto può essere colto in tanti aspetti: dalla miriade di comitati e realtà associative che si organizzano sui territori per la loro tutela, il loro sviluppo, la loro riqualificazione, ma anche per affrontare temi specifici o, viceversa, più ampi e complessi; dall’impegno nel sociale di tanti gruppi e di tante realtà; dalla produzione culturale che, anche se spesso underground, caratterizza fortemente la realtà romana, soprattutto (ma non solo) giovanile e della periferia; le mobilitazioni su diverse questioni, dall’acqua al problema della casa; l’appropriazione e la ri-appropriazione di tanti spazi della città (parchi, orti, spazi pubblici, edifici o complessi abbandonati, aree agricole abbandonate, spazi interstiziali, ecc.), e in alcuni casi di sue parti consistenti, che portano con sé la cura, l’autogestione, il riconoscimento identitario, la ri-significazione, ecc. Sarebbe importante che queste realtà mettessero al lavoro la propria capacità critica (ed antagonista) nella costruzione di una politica (o di politiche) a livello urbano.

Bisogna anche riconoscere che tale dinamismo sociale e tendenza all’autorganizzazione spesso derivano da una necessità, da una carenza di politiche ed interventi adeguati da parte della pubblica amministrazione e quindi si configura come una sorta di “sussidiarietà sociale” e la copertura di un bisogno e di una mancanza, svolgendo un ruolo sostitutivo. D’altra parte, ciò non toglie che rappresentino comunque una grande risorsa e una grande potenzialità, un elemento comunque fortemente caratterizzante.

Roma appare, per converso, una città senza politiche; o, meglio, si coglie una situazione senza politiche che guardano alla città, che cerchino di interpretarla, che ne colgano le dinamiche e i processi e li inseriscano in una prospettiva costruttiva. Roma appare, per molti versi, una città non interpretata.

Ci sembra importante spostare l’attenzione sulla dimensione dell’abitare. Questo permette di cogliere un aspetto importante della città, molto ricercato dai suoi abitanti, ma anche da tanti turisti e suoi frequentatori, e cioè la dimensione della socialità, della convivenza, e che esprime la potenzialità della città dell’accoglienza. Ma questo permette anche di porre la qualità dell’abitare come prospettiva per il futuro, pone il tema del ri-abitare la città abitata. Obbliga a porre l’attenzione sulle attività e sulle pratiche esistenti e a interpretare la città per come viene abitata e vissuta. Bisogna ripensare una politica urbana non più orientata a offrire più case nuove, ma a offrire una maggiore qualità dell’abitare, più modi diversi di abitare, un sostegno alla città a rigenerarsi dal suo interno, che si interroghi sulle reali esigenze di chi la abita. Ne sono un altro tipico esempio le aree di margine, i cosiddetti “vuoti” e gli interstizi, che invece sono pieni di vitalità e di attività ricche di significati per la città. Non si tratta più solo di azzerare il consumo di suolo (che pure costituisce un obiettivo fondamentale), ma di cambiare il paradigma stesso con cui interpretiamo oggi lo sviluppo della città. Non più la città della crescita, ma dell’esistente, della contrazione, della manutenzione, della qualità dell’abitare.

L’esperienza degli anni passati e l’evoluzione globale complessiva spinge a ripensare anche il ruolo del pubblico, del soggetto pubblico. Da una parte, la progressiva confusione tra interesse pubblico e interesse privato, la contrattazione tra pubblico e privato e la logica della mediazione degli interessi derivati da un’interpretazione della città come merce e come campo di operazioni immobiliari e finanziarie, che ha visto spesso l’amministrazione pubblica essere connivente, almeno culturalmente, spinge ad un profondo recupero della dimensione dell’interesse collettivo, e di quei contesti e quei processi che lo esprimono come produzione politica e sociale di una collettività, di una polis che vive uno spazio comune. Dall’altra, il riformismo ha mostrato i suoi limiti ed i suoi fallimenti, e non può pensare di ricorrere agli strumenti del controllo e dell’azione tutta pubblica, dove il coinvolgimento dei diversi soggetti non si impone per una convenienza ed una ineluttabilità della scomparsa del welfare state, ma per la significatività, per la valorizzazione delle forze sociali, per la necessità di mobilitare le risorse sociali, culturali ed economiche della città. Infine, da un altro punto di vista ancora, i tentativi di delega ad altri soggetti autorganizzati ha mostrato i suoi limiti, porgendo il fianco ad una sorta di “urbanistica condominiale” (di condominio); mentre appare, viceversa, più forte l’esigenza di “maggiore politica” e di “maggiore dimensione pubblica”.

(foto di Alessandro Di Ciommo; per un approfondimento su Scup suggeriamo la lettura di Una palestra di democrazia ribelle)

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