Soli, ostinati e senza paura

Mai, a memoria nostra, era avvenuto che in un paese «a democrazia matura» si sparassero lacrimogeni dai ministeri – il ministero della giustizia, tra l’altro, – sulle manifestazioni di giovani che protestano (qui, alcuni articoli e foto sul 14 novembre). È chiaro che non si può più parlare dell’Italia come un paese «a democrazia matura». Difficile anche che un’inchiesta possa dire una verità su quanto accaduto che possa essere recepita come credibile dall’opinione pubblica. Quanto accaduto è gravissimo. E mette in evidenza il grado di crisi ormai irrecuperabile delle nostre istituzioni repubblicane. Sono la dimostrazione di come le istituzioni siano non solo lontane dai cittadini ma siano proprio contro.

Siamo alla guerra generazionale, anche se nessuno osa usare questa parola. I nostri giovani sono stati derisi, presi in giro, dileggiati, maltrattati. È stato rubato loro ogni briciolo di futuro. Praticamente, il mondo degli adulti in questi anni ha saputo dir loro solo una cosa, la peggiore che si possa dire a un giovane: sei nato nel momento sbagliato. E, come se ciò non bastasse, di fronte alle loro disperate proteste, è stata messa in scena la solita vecchia narrativa: quella degli scontri, della violenza. Senza ascoltarli minimamente sulle ragioni del loro malcontento, sulle loro giuste e inevitabili preoccupazioni, sul loro disagio conclamato. Come? Con la vecchia tesi di alcuni gruppi prevaricatori che rovinano la festa. Così tutta l’attenzione è andata alla prevaricazione e non a tutti gli altri.

A questo servono i lacrimogeni. Il solito stratagemma stantio del cosiddetto mondo adulto al potere per rifiutare ogni dialogo. È così dall’inizio dei tempi. I gruppi prevaricatori e i lacrimogeni che avvelenano la protesta pacifica, non sono «neutri». Ma funzionali a chi non vuole ascoltare. A chi invoca l’avvelenamento. Ha paura del dialogo e del confronto. I media, poi. Pare non aspettino altro che l’atto di violenza, senza chiedersi più neppure da che parte venga. È il copione che si ripete da anni.

In sintesi, i ragazzi sono sempre più soli. Nessuno ha intenzione non solo di difenderli, ma neppure di ascoltarli. L’equazione che ci propone la falsa narrazione dei nostri governanti, amplificata dai media a loro asserviti? Sempre la stessa: manifestare contro qualcosa o qualcuno, equivale a commettere atti di violenza, a delinquere. Anche se non è vero. Questa non è solo una falsità, ma un atto di violenza. Il risultato che si vuole ottenere è sempre lo stesso: far capire all’opinione pubblica che ogni forma di critica oggi è bandita, specie se proviene da giovani nullatenenti. L’unico valore è l’ubbidienza cieca e amorfa, con tanti saluti alle parole contro l’obbedienza di un educatore come don Milani.

È vero, i giovani del movimento sono soli come mai nessuna categoria sociale è stata negli ultimi decenni. E ne sono consapevoli. Sinceramente, non credo che arriveranno persone adulte capaci di toglierli dal vicolo cieco nel quale sono stati messi. Neppure i loro genitori sono più in grado di aiutarli. Al massimo ci sarà chi, come al solito, cercherà di cavalcare l’onda della loro protesta, se un’onda ci sarà e riuscirà a rimanere abbastanza alta per un certo periodo di tempo. O troveranno da soli una strada per cambiare le cose, o le cose non cambieranno. Soprattutto per loro. Non c’è altra possibilità. E loro lo sanno. La strada è lunga. Ma di fronte all’ostinazione e alla disperazione, di fonte alla consapevolezza che non si ha nulla da perdere, nulla fa paura.

 

Giuseppe Calicetti è insegnante e scrittore, autore di numerosi libri per bambini, ragazzi e adulti (tra cui Italiani, per esempio. L’Italia vista dai bambini immigrati, Feltrinelli): questo commento è stato pubblicato da il manifesto di domenica 18 novembre. La foto è di Alessandro Di Ciommo.

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