Le insurrezioni delle persone comuni

Gustavo Esteva si definisce un intellettuale deprofessionalizzato ed è un compagno di strada degli zapatisti di tutto il mondo e dei sostenitori della decrescita. «Antistasis. L’insurrezione in corso» è il suo nuovo libro (Asterios). Bellissimo. Lo abbiamo intervistato

Gustavo Esteva ama dichiararsi un intellettuale deprofessionalizzato. Oggi non si ferma un momento, nonostante qualche bizza del cuore, per sostenere la straordinaria esperienza dell’Universidad de la Tierra, che ha fondato a Oaxaca, lo stato più meridionale del Messico (foto a lato, mural al Palacio de Gobierno, Oaxaca, México). La sua vita, racconta Gustavo, è fatta di molte rotture: nei primi anni ’60 è giovane dirigente della Ibm e poi della Banca pubblica del commercio, mentre comincia il suo impegno in gruppi di ispirazione marxista che poi abbandona per le loro posizioni sulle lotte contadine. Dal 1970 al 1976 è un funzionario del governo del presidente Echeverría. «Quando ho accettato una posizione di rilievo nel governo – ha detto Esteva -, non l’ho fatto con l’idea di fare la rivoluzione dall’interno del governo. Avevo bisogno di uno stipendio». Economia e alienazione è il titolo del suo primo libro, scritto per mettere in discussione lo sviluppo statalista. Poco dopo comincia il suo lavoro per organizzazioni non profit (tra cui il Centro per il dialogo interculturale e gli scambi), diventa amico e collaboratore di Ivan Illich, consulente per l’Esercito zapatista di liberazione nazionale in Chiapas ai negoziati con il governo. «Ho il sospetto che la rottura più importante della mia vita – ha raccontato – si è verificata quando ho cominciato a ricordare le esperienze con mia nonna da bambino. Non poteva venire a casa nostra a Città del Messico perché era indigena. Mia madre non le permetteva di parlare con noi in zapoteco o raccontarci storie della sua comunità. Ma io adoravo mia nonna e durante le vacanze riuscivo a stare con lei…». Dalla fine degli anni ’80 Gustavo vive nel villaggio di San Pablo Etla, nello stato di Oaxaca, quando matura una critica profonda all’idea di modernità occidentale, preferendo il punto di vista di alcune comunità indigene che nutrono speranza nel cambiamento senza pretesa di controllare il futuro e gli altri.

Esteva è stato autore di numerosi saggi per riviste e giornali e di diversi libri (tra quelli tradotti in italiano, Elogio dello zapatismo per Karma edizioni e La comune di Oaxaca per Carta, nella foto in basso una donna dello stato di Oaxaca durante i giorni della rivolta del 2006, quelli della «comune»). Le prima copie di Antistasis. L’insurrezione in corso, edito da Asterios, sono disponibili a Roma, prima di raggiungere le librerie di tutta Italia, al Salone dell’editoria sociale (18/21 ottobre, Porta Futuro), dedicato all’Americhe. Il libro è una vera perla, un’analisi brillante di come alcune trasformazioni sociali autodeterminate e diffuse nel nord e nel sud del mondo abbiano cominciato ad aprire fessure inedite nella quotidianità di milioni di persone comuni, nelle loro relazioni e nei loro pensieri. In attesa di incontrarlo in marzo, quando sarà a Roma per un seminario, ecco un’intervista a Esteva realizzata grazie all’instancabile Aldo Zanchetta (tra le molte cose, curatore di Kanakil.it) dedicata ai temi del libro, in cui si ragiona delle nuove forme del cambiamento sociale, di buen vivir, ma perfino di elezioni di cui a Roma ormai parlano tutti. Intanto cercate subito Antistasis. L’insurrezione in corso al Salone dell’editoria sociale (ci sarà anche Comune-info con questa iniziativa dedicata ai Gas) oppure prenotate una copia dal vostro libraio di fiducia: ma siete avvisati, la lettura di questo saggio potrebbe provocare pericolose rotture nella vita di molti.

L’insurrezione in corso al centro della tua analisi è una sfida al regime politico dominante, al capitalismo, che appare sotto la forma di una ribellione dispersa, senza organizzazione. Quali sono le sue caratteristiche?

È chiaro che si tratta di una ribellione frammentata e dispersa, ma che non manca di organizzazione. Ciò che è importante è il non avere le forme delle organizzazioni del passato. Da un lato la gente comune del popolo semplice, i cosiddetti poveri e informali, non possono sopravvivere senza organizzazione: è una condizione per la loro esistenza. Ciò che accade è che oggi mettono in piedi questa organizzazione per andare al di là della loro situazione attuale. Dall’altro lato le coalizioni degli scontenti che si sono andate formando in forma più o meno spontanea, quando persone con differenti progetti di vita, ideologie e motivazioni cominciano a convergere in iniziative che esprimono rabbia, indignazione, anche disperazione: si tratta di opportunità di incontro che generano spontaneamente una potenza organizzativa.

Queste iniziative si prestano a malintesi, perché lo stesso tipo di azione, ad esempio coltivare in casa, può essere una pura reazione di sopravvivenza, all’interno del quadro esistente, oppure può implicare esplicitamente una sfida al regime politico dominante e costituire la base di nuove relazioni sociali che alla fine lacerano quelle che caratterizzano il capitalismo. Come si dice fino dal tempo di Marx, la nuova società nasce dal ventre di quella vecchia. In generale, solo più tardi si comprende ciò che era accaduto, perché si continua a impiegare la mentalità del vecchio regime per giudicare le nuove iniziative.

Sempre a proposito di sfida al regime politico dominante, condividi l’opinione di John Holloway, articolata in Crack capitalism, secondo il quale non dobbiamo distruggere il capitalismo ma smettere di crearlo, perché dipende da noi, sperimentando un fare sociale creativo, quotidiano, concreto e cooperativo, come movimenti e perfino come singoli?

Come ho commentato a John, il mio problema con l’idea del crack, delle crepe, è che l’immagine si applica a un edificio solido, stabile, nel quale possono apparire crepe: Lui sostiene che il capitalismo può essere liquido… però nell’acqua non ci possono essere crepe! Quello che voglio dire è che ciò che chiamiamo capitalismo è sempre fragile e instabile, sebbene appaia con l’immensa forza delle corporazioni, dei media e delle istituzioni statali. Che alla fine questo regime che chiamiamo capitalismo, una parola che Marx non ha usato, si basa e si esprime con relazioni sociali specifiche, nelle quali siamo coinvolti e compromessi. Oggi si tratta di dissolverle e questo permette di smantellare la costruzione capitalista, il regime di produzione. Si tratta di agire, in effetti, recuperando il controllo dei frutti del proprio lavoro e soprattutto il significato della nostra attività, non lasciare che si alieni nella logica del capitale. Però, sebbene questo parta dalla responsabilità personale, non può restare nel «che fare» individuale: le nuove relazioni sociali si forgiano nel legame con l’altro, non nell’isolamento individuale che caratterizza le vecchie relazioni.

All’inizio del tuo saggio scrivi: «Il recupero dei verbi sembra essere il denominatore comune delle iniziative che si stanno prendendo nella base sociale. La gente sostituisce sostantivi come educazione, salute o alloggio, che sarebbero le «necessità», la cui soddisfazione dipende da enti pubblici o privati, con verbi come apprendere, guarire o abitare». Quali conseguenze comporta questo modo diverso di pensare e vivere la trasformazione sociale?

Stiamo respirando. Non abbiamo necessità di aria. Se all’improvviso fossimo scagliati in mezzo all’oceano senza saper nuotare, avremmo disperatamente bisogno di ossigeno. Ogni «necessità» suppone una spoliazione. Il regime capitalista nasce con la recinzione degli ambiti di comunità; i comuneros depredati ebbero subito bisogno di lavoro, alimentazione, casa… Le «necessità» ridefiniscono la condizione umana. Se considero che ho necessità di educazione, dipendo da un educatore pubblico o privato che mi fornisca questo servizio. Se abbandono quest’idea colonizzatrice e soggiogante e recupero l’idea di imparare, recupero anche l’autonomia, la rappresentanza: nessuno impara per me, io imparo. Posso imparare anche da solo, come tutti abbiamo fatto: imparare a pensare, a parlare, a camminare, senza educatore né maestro, attraverso l’interazione diretta con gli altri, oppure posso imparare con qualcuno che sa ciò che voglio imparare, come suo apprendista, come storicamente abbiamo imparato quasi tutto quello che sappiamo.

Recuperando i verbi recuperiamo iniziativa per la trasformazione invece di star chiedendo pere all’olmo, presentando le nostre domande agli orecchi sempre più sordi del mercato e dello Stato, non possiamo dedicarci a organizzare in modo autonomo e orizzontale le condizioni nelle quali possiamo imparare, sognare, abitare…

In America latina, un’espressione come buen vivir, a cui fai riferimento nel libro, è al centro delle pratiche e dei principi di molti tra i nuovi movimenti sociali. In alcuni paesi europei, sulla scia delle analisi di critica allo sviluppo di Ivan Illich e del lavoro, tra gli altri, di Serge Latouche, si parla invece di decrescita. Al di là di una questione nominalista, perché queste espressioni sono importanti?

«Buen vivir» esprime sopratutto l’abbandono dell’illusione insensata dello «sviluppo», vale a dire che si tratta di vivere come gli «sviluppati» e adottare il loro modello della «buona vita», che è la American way of life. Non solo sappiamo che ciò è impossibile, in termini ecologici e economici. Sappiamo che è insensato. Il buen vivir, è per definizione plurale, allude alle molto diverse forme di vivere bene per varie persone e «culture» e climi, e consente di andare al di là dello «sviluppo»… Che gli «sviluppati» trovano oggi insostenibile e inadeguato. Se qualcosa continua a crescere nel mio corpo oggi mi diagnosticano cancro, un tumore. Nelle società attuali vi sono moltissime cose che sono cresciute troppo e sono autentici cancri sociali; dobbiamo ridurli. Altre cose devono ampliarsi. Si deve ridurre il consumismo, la speculazione, il consumo di energia pro capite, il lavoro imposto… Si deve accrescere la sfera dell’autonomia, la libertà, del far da sé…ovunque, nelle società industrialmente avanzate e nelle altre, possiamo adottare la decrescita come meta sociale e proporsi seriamente le diverse forme del ben vivir.

Dal mio punto di vista, entrambi gli atteggiamenti sono indispensabili per la trasformazione attuale. La prosecuzione della crescita economica risulta ogni volta più irrazionale e catastrofica. Insistere nel modello attuale della «buona vita» è sempre più stolto. Si tratta di impegnarsi in percorsi economicamente fattibili, socialmente giusti e ecologicamente sensati…e quelli non lo sono!

Nel libro citi Foucault ad esempio a proposito del «con-muovere», cioè di come i promotori del cambiamento sociale oggi non abbiano bisogno di sviluppare, coscientizzare, organizzare le persone ma di agire per emulazione, contagio, come in una danza, muoversi con l’altro, con il cuore e con la testa. Ci fai qualche esempio? Non credi che questo tipo di prospettiva, questo «salto nel vuoto» rischi di essere soffocato dai poteri ma anche dai movimenti che preferiscono altre strategie?

Siamo esposti a due tipi di proposte: cambiare le ideologie, senza modificare le istituzioni, oppure cambiare queste senza modificare le ideologie. Per alcuni basta sostituire chi è a capo, un Sarkozy per esempio, con un Holland, presumendo che questo cambiamento nell’orientamento ideologico permetterà di affrontare la crisi e uscirne fuori, senza bisogno di modificare le istituzioni stesse.

Altri propongono di riformare le istituzioni senza modificare l’orientamento ideologico. Come abbiamo visto nel mondo intero entrambe queste strade sono condannate al fallimento. Abbiamo necessità, come suggeriva Foucault, di una conmoción simultanea delle ideologie e delle istituzioni, scuoterci di dosso il peso morto che portano con sé. Questo comincia dal basso, in queste iniziative contagiose che invece di promuovere, muovere l’altro, ci promuoviamo, ci muoviamo uniti per disegnare nuove rotte e fare le cose in modo differente.

Le istituzioni non sono questi edifici e queste norme costruite dall’alto ma le pratiche sociali in cui siamo coinvolti. Noi stessi possiamo abbandonarli, modificarli. Lungi dall’essere un salto nel vuoto è un camminare calcando il terreno solido, sfuggendo dal crollo inevitabile di tutte le istituzioni dominanti che abbiamo sotto gli occhi. Poiché questo non rappresenta un attacco diretto alle istituzioni non risulta facile allo Stato giustificare l’aggressione, sempre possibile. Però nella misura in cui si estende, il potere diviene incapace di affrontare questo genere di ribellione. Vi sono cose che nelle condizioni attuali è necessario che i movimenti sociali continuino a esigere dallo Stato. E in ciò non c’è fondamentalismo alcuno. Non si tratta di condannare coloro che continuano a cercare di ottenere dal capitale o dallo Stato ciò di cui hanno bisogno. Ma anche questi movimenti rivendicativi possono conciliare l’azione autonoma con la loro lotta di richiesta.

In queste settimane a Roma e in Italia si parla molto di elezioni e dalla possibilità che a livello locale, regionale e nazionale ci sia un ritorno al potere delle forze progressiste. Tu invece nel libro parli di dissolvere le istituzioni. Cosa intendi? Cosa pensi delle elezioni e della democrazia rappresentiva?

Non posso generalizzare. Nel nostro caso, in Messico, molti di noi pensano che la democrazia rappresentativa, come tutte le istituzioni moderne, produce il contrario di ciò che dice: genera dispotismo invece che autentica democrazia. Non crediamo che i processi elettorali consentano l’espressione di una vera «volontà popolare», sebbene la formalità del suffragio sia effettiva. Non solo a causa delle manipolazioni a monte, ma anche perché riduciamo la nostra capacità sociale reale, in reti e in organizzazioni, all’individualità statistica e avventurosa. Neppure crediamo che i rappresentanti eletti, quale che sia il procedimento, sia esso il più «democratico», rappresentino realmente gli interessi delle persone.

Il modo in cui si vedono obbligati a prendere decisioni e a operare, nel quadro delle istituzioni dominanti, rende impossibile che essi realizzino a fondo ciò di cui c’è necessità. A volte il trionfo di candidati «progressisti» risulta anch’esso controproduttivo, perché smobilita la gente: già hanno fatto la loro parte, hanno eletto i propri funzionari appropriati e pertanto tocca a loro, ora al potere, realizzare i compiti. Nelle circostanze attuali non credo che alcun leader al governo sia capace di fare ciò che è necessario. Soltanto le persone possono farlo. Detto ciò, non considero irrilevante l’uso della trincea elettorale Per la lotta presente può essere preferibile evitare il logorio inevitabile di star lottando quotidianamente contro governanti impegnati dogmaticamente a spingerci verso il precipizio e contare su qualcuno, là in alto, che può essere alleato o per lo meno non ostile alle nostre iniziative.

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