Le vite spezzate di Roma

Enzo Scandurra è un ingegnere sui generis, perché è al tempo stesso un versatile intellettuale, ma anche un tecnico con una focalizzazione tematica persistente, quasi ossessiva: la città. Lo dichiara esplicitamente nel suo ultimo libro, Vite periferiche. Solitudine e marginalità in dieci quartieri di Roma (presentazione di Bruno Amoroso, Ediesse Roma, 2012). «Come urbanista – egli scrive – o, diciamo meglio, come docente universitario di una disciplina che si chiama Urbanistica, ho passato buona parte della mia vita accademica a cercare di interpretare il mistero delle città: come nasce una città? Chi sono i suoi progettisti e che ruolo hanno gli urbanisti nel modificarla, renderla più o meno bella, più o meno brutta? Possono essi, coi loro progetti, incidere nella vita quotidiana degli abitanti della città?» In questo testo, più esplicitamente che nei suoi precedenti lavori, Scandurra si cimenta in un «genere ibrido» tutto suo, nel quale mescola le analisi specialistiche dell’urbanista, la ricognizione sociologica sui luoghi della città, alla finzione del racconto, dell’invenzione narrativa. Si tratta di due piani, uno scientifico e l’altro letterario, che scivolano l’uno nell’altro e che si tengono insieme in un equilibrio sorprendentemente naturale.

Il libro è infatti composto da brevi saggi che indagano la Roma dei nostri anni – nel suo insieme e nella specificità di alcuni suoi quartieri – con una evidente predilezione per il versante sociale e antropologico della realtà cittadina. Se ne può dare un esempio citando le note efficaci con cui Scandurra tratteggia la fisionomia del quartiere San Basilio oggi: «Avverti che questo è un pezzo di Roma, di quella Roma rappresentata nei film degli anni cinquanta con l’arrivo degli immigrati dal Sud. Una realtà urbano-rurale, un mondo pasoliniano ancora premoderno. Tracce di questo mondo affiorano continuamente: i piccoli edifici a schiera, le corti rimaste non asfaltate, le file dei panni stesi ai balconi come fossero bandiere colorate e, poi ancora, i dialetti».

Ma le notazioni che riguardano il «costruito», i manufatti, il disegno e l’occupazione degli spazi sono solo lo sfondo entro cui si svolgono le vite varie e multiformi di quelle strane creature che sono diventati i cittadini. Ciò che costituisce il vero centro dell’interesse dell’autore. Perciò a queste analisi e ricognizioni si alternano e mescolano brevi racconti, piccole storie di impronta crudamente realistica, che continuano o anticipano in forma letteraria le analisi propriamente saggistiche. E l’autore giustifica e motiva questa mescolanza in maniera semplice e persuasiva, senza ricorrere a lunghe analisi sulla potenza conoscitiva che la letteratura pur sempre possiede. A «me pare – egli scrive – che narrare non sia un cedimento al personale, all’intimo, al confessionale ma una rivalutazione dell’esperienza singolare della via umana in cerca di senso, una testimonianza autentica di vita».

Raccontare storie è uno strumento di conoscenza appropriato al suo oggetto: «Le nostre città brulicano di vite invisibili, uomini e donne comuni, corpi senza parola, senza relazioni, persone affannate dall’alba al tramonto, abitanti indistinti e anonimi, che pure rendono vive e anzi formano queste città». C’è qualcosa di nuovo e non solo di più umanamente partecipato rispetto alle analisi della sociologia novecentesca sull’anomia della vita urbana. A mio avviso Scandurra coglie, con la semplicità di una testimonianza diretta, una specifica e aggiornata condizione del vivere nelle città del nostro tempo. E Roma è diventata amaramente esemplare di una situazione più ampia, forse accentuata, rispetto ad altre città italiane, dalle sue dimensioni metropolitane.

Chi gira oggi per questa città, prende gli autobus, si muove in metropolitana, se ha occhi per osservare può cogliere in certi visi chiusi e rassegnati, in tante donne accasciate sul sedile di un tram, i segni profondi di un dolore pietrificato, diventato quasi tratto fisiognomico degli individui. Accanto alla solita massa frettolosa o alle torme di turisti che fagocitano la spazzatura della società dei consumi, trasuda una una sofferenza umana che ti sfiora continuamente. E’ senza dubbio una condizione inedita, una novità storica. Il portato ormai visibile anche nella vita quotidiana delle nostre città, della violenza del capitalismo neoliberista e delle politiche di austerità. Per i tanti e crescenti «ultimi» che affollano le nostre periferie (extracomunitari, anziani, sbandati) o che si muovono come intrusi spaventati nei nostri quartieri-bene, la vita urbana è oggi un inferno non molto dissimile da quello delle città inglesi della rivoluzione industriale. Se si fa eccezione per il problema della fame, tamponato dalle organizzazioni caritative, la disperazione esistenziale di queste vite, che spesso hanno visto spezzarsi relazioni con figli, mariti, mogli, madri, rimasti in paesi lontani, è forse più irrimediabile di quella dei proletari di due secoli fa.

 

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1 risposta a “Le vite spezzate di Roma”

  1. Luciano Tribuzi
    2 novembre 2012 at 15:37 #

    tutto molto bello, ma sarebbe meglio cambiare la foto: via di San Basilio è in pieno centro di Roma, non nel quartiere San Basilio. ;o)

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