La terra offesa

Questo articolo, pubblicato il 3 settembre su Comune-info, è stato rilanciato da il manifesto in edicola in tutta Italia il 12 settembre 2012.

L’Uruguay, come diversi paesi dell’America latina, attraversa un periodo di forte crescita economica. Ma le ricette per assicurare maggiore benessere sociale avviate dal governo di sinistra sembrano dominate da scelte di tipo tradizionale, concentrate sullo sfruttamento del patrimonio naturale. A prevalere è l’idea che che il riscatto sociale di un paese possa prevedere deroghe alla questione ambientale. Diversi movimenti uruguayani si sono resi conto di queste enormi contraddizioni e hanno cominciato a perdere la speranza in un  cambiamento di paradigma, ma anche ad organizzarsi.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia della grande mobilitazione promossa a Montevideo e a Rocha contro due mega progetti di sviluppo economico nazionale. Il presidente uruguayano José Mujica (ex guerrigliero Tupamaros) del Frente Amplio, da quasi due anni capo dello stato, a fine giugno ha firmato un decreto che consente l’avvio dei lavori per la costruzione di un immenso porto commerciale sulla costa atlantica di Rocha, una delle aree naturalistiche più affascinanti dell’America del sud. Il progetto sarà realizzato in un’area incontaminata e prevede l’utilizzo di 2.500 ettari di territorio e l’esproprio di 458 terreni delle comunità locali. Il porto sarà costruito grazie a un accordo pubblico-privato, ossia con il sostegno di capitale privato per lo più di multinazionali interessate al progetto. Il costo complessivo stimato è di oltre 700 milioni di dollari. Secondo il governo «la costruzione e lo sviluppo del porto di acqua profonda a Rocha, fa parte della politica nazionale che vuole favorire una logistica di trasporto efficiente per rinvigorire lo sviluppo della produzione e l’economia nazionale». Tradotto in parole povere significa che le materie prime naturali e fossili estratte nell’area centrale del Mecosur saranno veicolate verso il nuovo colossale porto, facilitando i grandi capitali sempre più interessati allo sfruttamento dei minerali ferrosi e delle risorse petrolifere ed idriche presenti nella regione, senza dimenticare il legname frutto delle deforestazioni e la soia transgenica che sta diventando una monocultura devastante

Il progetto è parte di una strategia più ampia concordata con gli altri Stati del Mecosur attraverso l’Iirsa (Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sud Americana) per favorire la collaborazione commerciale tra i paesi latinoamericani, ma secondo molti è solo una buona occasione per la nuova superpotenza continentale, il Brasile, per ampliare il suo mercato. Una strategia concordata, dunque, che ritaglierebbe un posticino anche al tranquillo Uruguay alla mensa affaristica della globalizzazione liberista.

Questa «grande opera» si lega indissolubilmente a un altro progetto chiamato Aratiri («terra dei lampi», in lingua guarani), anche questo da poco approvato dal governo, per l’estrazione del ferro da un giacimento situato a Cerro Chato. In questo caso lo sfruttamento è portato avanti dalla Zamin Ferrous, multinazionale estrattiva poco nota ma assai agguerrita, con sede a Londra e affari in Asia. Aratiri sarà la miniera più grande mai sviluppata in tutta l’America latina: l’investimento previsto ammonta a 2,5 miliardi di dollari (1,7 milioni di euro) pari a più del 6 per cento del Pil uruguaiano. Una miniera a cielo aperto, con un’estensione di oltre quarantamila ettari da cui estrarre ogni anno almeno 22 milioni di minerale, quindi con un impatto enorme sull’ambiente circostante e sulle popolazioni locali. Quei minerali arriveranno dritti dritti al porto di Rocha attraverso un minerodotto e a un acquedotto che consumerà risorse idriche equivalenti a una città di centomila abitanti (http://movusuruguay.org/).

La denuncia dei movimenti ambientalisti e soprattutto delle popolazioni locali è chiara: l’impatto di queste opere sull’ambiente e sul tessuto sociale ed economico è devastante. Dal punto di vista ambientale, innanzi tutto, la struttura portuaria produrrà impatti significativi sugli ecosistemi marini e terrestri: la zona costiera del dipartimento di Rocha è stata identificata come area di importanza internazionale per i suoi alti valori naturali, per la presenza di particolari ecosistemi, per il suo ruolo nella protezione delle specie migratorie e in via di estinzione. Sulla costa di Rocha sono concentrate tre delle otto aree protette che compongono il Sistema nazionale delle aree protette del paese, tra cui le uniche tre aree marine nazionali. Queste aree mirano a garantire la continuità dei cicli vitali per la biodiversità, come quello delle balene e di una delle colonie di leoni marini più grandi dell’Atlantico Sud.

Altro danno non di poco contro sarà quello alle comunità locali che vivono soprattutto di turismo, di produzioni agricole e di pesca artigianale. «Questo progetto è illegale – dice Gabriela, una donna della comunità di Paloma – Non siamo stati mai consultati, è evidente che vogliono favorire gli interessi delle multinazionali che faranno mangiare qualcuno oggi, ma ci porteranno alla fame domani». Il turismo è una delle attività economiche più importanti in Uruguay, occupa l’8 per cento della forza lavoro attiva del paese. Nel 2010 le entrate del turismo (1.478 milioni di dollari) hanno superato i proventi delle esportazioni di carni bovine. E in un paese dove ci sono 3,5 milioni di abitanti e 13 milioni di mucche questo significa molto. L’area coinvolta nel progetto da qualche decennio è meta turistica internazionale di chi cerca il contatto con una terra incontaminata e una costa non cementificata. Lo stesso governo ha investito capitali importanti insieme alla cooperazione internazionale nella creazione di Clusters di turismo sostenibile per promuovere un sistema economico di piccola scala in armonia con l’ambiente. Queste reti (o clusters) hanno attirato piccoli investimenti e imprenditori amanti della natura che, affascinati dai mestieri locali, come la pesca artigianale, la coltivazione della palma di buttià o l’allevamento dei cavalli selvaggi, si sono insediati in forma definitiva costruendo un interessante contaminazione di fermento economico e rispetto per la travolgente natura. Sono anche loro assieme alla comunità locale che gridano «No» a quest’opera. Lo slogan della loro protesta? «La terra non si vende, la terra si difende!».

«Il destino della Paloma deve essere pensato e costruito in maniera partecipata da chi ogni giorno vive di questa terra e di questo mare – commenta Martín, un pescatore di Rocha – Solo chi comprende quello che può offire questa terra può difenderla, può prendersene cura. Oggi per fortuna siamo consapevoli che questo modello di sviluppo genera ogni giorno resistenza in tutto il mondo, perché non è in grado di risolvere i problemi delle persone. Al contrario, provoca un degrado irreversibile della nostra cultura e aggredisce le nostre risorse naturali essenziali per sostenere la vita sul pianeta».

Oltre ad azioni di protesta diffuse, promosse per bloccare l’avvio dei lavori e per denunciare gli interessi in gioco, i movimenti locali hanno elaborato una proposta alternativa con tanto di piano economico e strategico: chiedono di ristrutturare le costruzioni già esistenti del porto della Paloma per sviluppare un polo turistico sostenibile e rafforzare le attività di pesca artigianale in grado di contrastare la pesca industriale che saccheggia la costa. Del resto, perfino il ministero del turismo ha valutato l’impatto di quest’opera come «devastante» per la rete di turismo locale e per la sua economia di piccola scala in buona salute. Tra le iniziative di informazione, c’è stata anche la realizzazione di un breve documentario, molto diffuso in rete, La verdad ofende (che potete vedere qui).

Di recente nel nord dell’Argentina (ma anche in altri paesi latinoamericani), vari progetti di miniere a cielo aperto sono stati bloccati dalle mobilitazioni popolari, come racconta, tra gli altri, il regista Pino Solanas nel suo film Oro impuro. Di sicuro, anche in questo caso è evidente che i movimenti uruguayani hanno bisogno di un sostegno internazionale per proteggere questi territori, «bene comune dell’umanità».

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  1. Comune-info | Napoli - Cerca News - 5 settembre 2012

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