Si allarga la nostra «fotografia» sulle botteghe del commercio equo romane: alle otto già raccontate nelle scorse settimane (nove, considerando le due di Comes), e di cui in fondo trovate i diversi articoli, aggiungiamo le sei botteghe della cooperativa Pangea/Niente Troppo. Di seguito, le risposte collettive inviate da Pangea/Niente Troppo alle nostre domande.
Entriamo nelle vostre botteghe per raccontare una vostra giornata tipo…
Pangea/Niente Troppo è una cooperativa sociale che gestisce sei botteghe del mondo in territori differenti e con modalità gestionali differenti. Per questo, a seconda del contesto, la giornata tipo può differire notevolmente. Ad esempio, le botteghe di Monterotondo e di Passo Corese, le ultime due nate, sono interamente gestite da volontari. Elemento cruciale, quindi, è il ruolo di aggregazione sociale per il territorio. La bottega di via di Ripetta (foto), invece, richiede evidentemente una gestione più professionalizzata, che mira a intercettare persone sino ad ora magari distanti dal commercio equo e solidale o i tanti turisti di passaggio a Roma, con il fine di far conoscere la nostra proposta alternativa e muovere dei volumi importanti per i nostri produttori. Questi esempi di botteghe evidenziano chiaramente come le nostre giornate tipo possano differire molto, a seconda dei casi. Ciò che non cambia è che con accenti e modi differenti, per noi fare commercio equo significa portare avanti un’attività economica e gestire un punto vendita nel quale proporre azioni quotidiane e concrete per un altro mondo possibile.
Come vivete il rapporto sostenibilità economica e dimensione politico sociale della vostra esperienza?
Le due dimensioni sono strettamente connesse. A nostro avviso la peculiarità del commercio equo e solidale e l’innovazione che questa proposta di economia alternativa ha portato qualche decennio fa è stata proprio mettere insieme sostenibilità economica e dimensione politica. Non c’è critica più forte di una proposta alternativa, dicevamo tanti anni fa. Oggi potremmo aggiungere: non c’è alternativa più forte di una proposta che funzioni. Per questo, la sostenibilità economica del nostro lavoro dà forza alla dimensione politica della proposta di produzione e consumo alternativi.
Il fatto ad esempio che ad oggi Pangea/Niente Troppo, da gruppo di soli volontari, dia anche lavoro a quindici persone rafforza notevolmente la credibilità del messaggio di un’economia diversa che proponiamo. Certo, ci pone di fronte in maniera più forte la questione della sostenibilità, perché vi è la responsabilità di uomini e donne che da questa sostenibilità vedono dipendere la loro possibilità di reddito. Ma questo è il mondo reale, quello a cui dobbiamo parlare.
Voi siete una realtà storica che lavora da anni sul commercio equo, cosa significa per voi la relazione con il territorio e che tipo di territorio è quello dove operate?
Come già detto operando su territori differenti, le realtà sono variegate. Ovviamente per le nostre Botteghe “storiche” l’integrazione nel territorio è molto forte. La bottega di via Cinigiano, ad esempio, nel corso del tempo ha sviluppato relazioni e collaborazioni con le diverse espressioni della società civile presenti nell’area: associazioni culturali e ambientali, cooperative sociali, partiti politici…, divenendo un vero e proprio punto di riferimento per il pensiero e la pratica solidale nel proprio territorio.
Quali progetti portate avanti nelle botteghe?
Pangea/Niente Troppo promuove il commercio equo e solidale, quindi tutti i progetti legati agli artigiani e contadini partner del Sud del mondo, attraverso i prodotti presenti sugli scaffali delle nostre Botteghe. Da qualche anno, seguiamo inoltre un progetto di importazione dalla Repubblica Democratica del Congo che ci permette un contatto diretto con gli artigiani marginalizzati di questo difficile paese. La cooperativa, inoltre, è da sempre attiva sul lato culturale ed educativo, attraverso la gestione di progetti europei, la produzione di materiali, le attività nelle scuole, l’organizzazione di eventi e iniziative pubbliche. Sosteniamo, poi, numerose campagne come quella per l’acqua pubblica, la campagna Io.Equo promossa da Altromercato per un’agricoltura sostenibile e contro le speculazioni finanziarie sul cibo, la campagna Avevate Ragione Voi promossa da Agices. Infine, non meno importante, Pangea/Niente Troppo promuove iniziative di finanza solidale e il progetto Servizi solidali, con l’obiettivo di diffondere il commercio equo e solidale fuori dalle botteghe, cioè macchinette per il caffè, vendite a negozi tradizionali, servizio di catering, regalistica aziendale, bomboniere e liste nozze…
Qual è il vostro punto di vista a proposito sulla diffusione del commercio equo nella grande distribuzione?
La grande distribuzione dà l’opportunità a tanti piccoli produttori marginalizzati di accedere al mercato e di poter finanziare i loro progetti di vita. Il rifiuto secco alla grande distribuzione rischia di non considerare la voce dei produttori e di mettere un tappo al loro progetto di affrancamento. Al contempo permette a tanti consumatori di conoscere il commercio equo e solidale e di includerlo nei propri comportamenti di acquisto. Ad oggi in Italia, solo un terzo della popolazione conosce il commercio equo. La presenza di prodotti del commercio equo e solidale peraltro non è una novità: in Italia, i nostri prodotti sono venduti nei supermercati da quasi vent’anni e in Europa, è bene esserne consapevoli, il commercio equo è diffuso principalmente attraverso i canali tradizionali!
Detto ciò, noi crediamo fortemente nel modello italiano di un commercio equo caratterizzato dalla rilevanza delle botteghe e crediamo che questo possa mantenere la sua centralità a patto di pensare ad iniziative per aprirne nuove, per offrire loro opportunità di innovazione, per rendere effettivamente le botteghe luoghi differenti da un supermercato, in termini di informazioni, socialità, gamma di prodotti. Questo è quello che stiamo provando a fare, differenziare modelli di bottega, sperimentare possibilità in centro come in provincia.
Più in generale come valutate lo stato di salute del movimento del commercio equo?
Il momento economico non è facile per chiunque ma è indubbio che il settore del commercio equo e solidale, pur avvertendola, abbia sentito meno la crisi rispetto ad altri comparti. Ciò non dipende solo da una questione di nicchia protetta, ma anche dal fatto che la crisi ha svelato i meccanismi perversi della finanziarizzazione dell’economia e gli effetti di un modello di sviluppo svincolato dall’economia reale, dall’etica, dai beni relazionali e dal bene comune. Pertanto, anche da questo punto di vista, la situazione macro economica offre spazi di protagonismo politico-sociale del movimento del commercio equo e solidale.
Che cosa pensate del commercio equo a Roma e provincia? Cosa occorrerebbe fare per rafforzare queste esperienze nella nostra città?
Il commercio equo e solidale a Roma ha avuto un periodo di vivace sviluppo e intensa collaborazione tra le organizzazioni qualche anno addietro. La molteplicità dei soggetti che insieme a noi compongono il panorama romano sono certamente una ricchezza, pensiamo all’esperienza di Rees, Roma Equa e Solidale, ma talvolta questa «polverizzazione» ha in qualche modo indebolito il movimento romano. Non solo per mere questioni di economie di scala, ma perché di fatto la partecipazione al dibattito nazionale ed alla dimensione nazionale del movimento è stata più difficile e disgregata. In questi ultimi anni poi, l’esperienza di Rees coop per la gestione della Città dell’altra economia ci è parso abbia distolto energie dal confronto e dalla collaborazione fra le organizzazioni sul piano politico. Siamo certi però che il primo passo per rafforzare il movimento sia quello di riprendere un dialogo collettivo. Per questo, come cooperativa, ci stiamo facendo promotori di nuove occasioni di confronto. Più che mai oggi ha senso canalizzare le energie di tutto il movimento verso obiettivi condivisi, riconoscendoci nelle somiglianze e vedendo ricchezza nelle nostre differenze.
A proposito di Città dell’altra economia, progetto al quale avete partecipato con l’Ati per la gestione della promozione e all’interno del bottegone del commercio equo, al di là di punti di vista diversi e legittimi sulla gestione della Cae, in molti si chiedono cosa c’entra la storia di Pangea/Niente Troppo con il brutto «inciucio», cioè l’accordo sottobanco, denunciato dal Consorzio Cae rispetto alla partecipazione al bando? Perché una cooperativa i cui soci hanno segnato la storia dell’economia solidale romana decide di collaborare con associazioni di destra che non hanno nulla a che vedere con l’economia solidale?
Anche Pangea/Niente Troppo il 4 maggio con un comunicato stampa chiese fortemente il ritiro del bando perché ritenevamo auspicabile che si mantenesse la destinazione specifica della Cae ai settori dell’altra economia. Il bando ebbe una lievissima modifica con l’inserimento della legge regionale sull’altra economia quale unico riferimento, ma in sostanza il Comune di Roma ha deciso legittimamente di proseguire il suo iter, essendo quel luogo del Comune a prescindere dal colore della giunta. Il modo a nostro avviso più idoneo per far sì che l’altra economia, come da noi intesa, non abbandonasse la Cae era perciò rimboccarsi le maniche e provare a scrivere progetti validi da sottoporre al Comune. Per questo abbiamo visto con favore la partecipazione dell’Aiab, che attraverso Spazio Bio aveva negli anni passati dimostrato di essere un buon gestore degli spazi avuti in concessione dal Comune di Roma, e ci siamo detti disponibili a collaborare a future iniziative. La gestione è stata quindi assegnata con un bando pubblico ad un consorzio di realtà, tra le quali l’Aiab, che già in questi anni erano state coinvolte nella gestione della Cae ed avevano collaborato con le organizzazioni dell’altra economia presenti. Siamo sinceramente convinti che l’assegnazione sia stata dovuta alla validità del progetto rispetto ai contenuti e alle esperienze gestionali del partenariato, a prescindere dai variegati colori politici.
Crediamo sia cruciale far si che le organizzazioni dell’altra economia siano presenti anche in futuro per animare la Cae, ma soprattutto consideriamo fondamentale che i temi che tutti noi portiamo avanti da anni continuino in quel luogo ad essere promossi. Pertanto riteniamo importante che tutte le realtà dell’altra economia continuino a impegnarsi per portare in quel luogo iniziative di informazione, comunicazione, formazione, nonché di fattiva altra economia. Solo così la Cae potrà continuare ad offrire alla cittadinanza romana spunti per un pensiero critico e per un consumo responsabile. Per questo ci siamo attivati e abbiamo partecipato al bando per l’assegnazione degli spazi, affinché alla Cae continui ad esserci il commercio equo e solidale.
Alla luce delle difficoltà emerse in questi anni, quali dovrebbero essere secondo voi i due, tre presupposti intorno ai quali un nuovo progetto di Città dell’altra economia, e in particolare di commercio equo al suo interno, potrebbe ripartire?
Un presupposto importante è quello di svincolare la gestione degli spazi da quello che è il luogo di confronto tra le organizzazioni dell’altra economia, magari riattivando quello che definivamo Tae, il Tavolo dell’altra economia, sulla base delle organizzazioni iscritte all’albo regionale. La commistione dei due aspetti ha, a nostro avviso, nuociuto sia alla gestione che al dibattito. Il confronto su questioni importanti che stanno avvenendo nel nostro mondo sembra infatti essere scemato perché l’attenzione ormai da troppo tempo si è spostata solo su questioni di gestione e operative. Ad esempio, rispetto al settore del commercio equo e solidale, da qualche mese la Unilever ha lanciato in Italia dei gelati certificati equosolidali. Quali risposte dare? Come si pone il movimento romano di fronte a questi temi? Purtroppo, sembra non esserci tempo e spazio per confrontarci su simili questioni.
Per quanto riguarda poi nello specifico il commercio equo, il primo servizio che vorremmo offrire ai cittadini è rendere belli ed attraenti gli spazi della Cae. Vorremmo far sì che anche coloro che ancora non conoscono il frutto del lavoro dei nostri artigiani o la qualità dei nostri prodotti alimentari sia invogliato a frequentare un luogo come la Cae e, soprattutto, sia successivamente diretto alle botteghe del proprio quartiere. Poi toccherà ingegnarsi per capire come realizzare iniziative valide in campo formativo ed informativo coinvolgendo il più possibile la rete romana e magari ipotizzare alcune iniziative che possano, ad esempio, dare un piccolo supporto alle botteghe, ad esempio sugli stock di magazzino. Partendo da quanto di buono fatto nel corso della precedente esperienza in cogestione e cercando di imparare dalle difficoltà emerse in passato.
E in Italia come sta messo il movimento del commercio equo?
Da un punto di vista politico è un bellissimo momento per il commercio equo e solidale Italiano. In ambito Agices tra tutti gli importatori aderenti all’associazione di categoria si è sviluppato un clima di collaborazione che ha portato a sottoscrivere un protocollo di intesa in cui si esplicita la fattiva volontà di collaborazione. Sempre attraverso Agices, dopo aver ottenuto qualche anno fa la certificazione del sistema di controllo delle organizzazioni italiane, si sta sperimentando un modello condiviso di monitoraggio dei produttori. Si tratta di qualcosa di unico in Europa e nel mondo e, per questa ragione, l’Italia è guardata come un importante punto di riferimento dal movimento mondiale del Fair Trade. Anche a livello istituzionale, il commercio equo è considerato un importante attore. Solo pochi giorni è stata depositata una nuova proposta di legge nazionale che riconosce e supporta il commercio equo e solidale, dopo che già negli ultimi anni ben dieci regioni italiane hanno approvato normative locali dedicate al commercio equo.
Quali relazioni avete con le altre economie nella città?
Negli anni abbiamo coltivato numerosi rapporti con organizzazioni attive sia nei vari campi dell’altra economia, sia partecipando attivamente al progetto della Città dell’altra economia. Turismo responsabile, finanza etica, agricoltura biologica, riciclo e riuso, Gruppi di acquisto sono tutte tematiche che in questi anni abbiamo portato all’attenzione nei nostri consum-attori, non solo tramite incontri con realtà operanti nel settore ma anche attraverso progettualità concrete. La bottega di via Arezzo, ad esempio, vede parte del mobilio fatto con bottiglie e bottiglioni riciclati; le botteghe di via Cinigiano, di via Arezzo e di via Tripolitania ospitano settimanalmente Gas; il Turismo responsabile è una delle attività portate avanti da Pangea/Niente Troppo in collaborazione con ViaggieMiraggi, uno dei principali attori italiani del settore.
Tutte le informazioni sulle botteghe della cooperativa Pangea-Niente Troppo le potete tovare sul sito commercioequo.org
Le precedenti interviste alle botteghe di Roma:
Il Fiore (Ladispoli)





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