Interviste immaginate, indagini tra storia e archeologia al femminile, racconti. Ci sono molti modi per fare emergere punti di vista, storie e paradigmi che aiutano a mettere in discussione idee, politiche, stili di vita, relazioni sociali. Il percorso di ricerca avviato su Comune-info da Daniela Degan, partendo da una prospettiva in cui alcuni spunti del pensiero femminista, ancora poco indagati, si intrecciano con i principi e la pratiche della decrescita, ha interessato molte lettrice e lettori, ma è soprattutto sempre più spesso al centro di iniziative sociali e culturali (come l’incontro internazionale promosso in marzo dall’associazione Laima, «Culture Indigene di Pace», con esperte di studi matriarcali da tutto il mondo).
Nell’articolo «Tracce di mutualità nella storia» vi raccontiamo il senso e gli obiettivi della ricerca avviata su Comune-info. Un gioco molto curato con le vite di alcune «donne di saggezza», antenate che vengono «incontrate» e «intervistate» – grazie a preziose fonti, ad esempio quelle indicate in coda all’articolo, che finalmente cominciano a essere tradotte e diffuse -, per ristabilire la visibilità delle loro storie cancellate. La prima protagonista è stata Ayla, la figlia della terra che visse nell’Europa Preistorica. Qui di seguito, invece, ci spostiamo in un altro tempo lontano dell’Europa Antica (secondo millennio a.C.), a Creta (i link contenuti nell’articolo consentono di approfondire alcuni temi, in particolare il pensiero di Riane Eisler e di Marija Gimbutas).
La ricerca della preistoria è come una sorta di labirinto, ma se abbiamo il filo di Arianna, potrebbe essere più facile arrivare al centro della questione. Possedere il filo di Arianna vuol dire avere una visione, basarsi su intuizioni femminili, non avere pregiudizi di sorta, vedere le connessioni che emergono nelle immagini, nei sigilli e nelle opere artistiche che si sono preservate fino ai giorni nostri. Provare a fare un gioco che è poi l’arte dell’osservare e non di interpretare sulla base di logiche teorizzate dal sistema dominante.
È necessario infrangere schemi che scaturiscono da un sistema di dominazione e dal pregiudizio di molti esperti ricercatori che non vedevano perché intenti a scoprire o confermare un modello sociale e strutturale di tipo patriarcale e gerarchico. Quando nel 1980 venne portata alla luce dopo cinquant’anni di scavi la complessa cultura della Creta minoica, tutti si resero conto che si trattava di una scoperta che sapeva dell’incredibile. E forse le tessere del puzzle che fino ad allora avevano montato sistematicamente per la difesa di un modello guerriero, verticale e patriarcale cominciarono a vacillare. L’«intervista» che pubblichiamo qui di seguito vuole fare emergere attraverso la narrazione di Kulia, sua madre Irani e l’anziana nonna Aranua che vivono in un tempo lontano dell’Europa Antica (secondo millennio a.c.), lo stile di vita dell’epoca e la complessa civiltà del periodo che aveva come punto focale l’amore per la vita, la natura e la bellezza: Creta (nella foto, coperchio di pisside in avorio, altezza 11,5 cm, con la dea cretese che nutre due capre, da Minet el-Beida, porto di Ugarit, XIII sec., Parigi, Louvre; ringrazio la professoressa Carmelina Marciano per avermi procurato questa bella immagine).
Sono le prime luci dell’alba e mi trovo tra il mondo dei sogni e un altro mondo possibile, sulla soglia non distinguo se la dimensione spazio-tempo è reale oppure si tratta di una visione. Accanto al fuoco una donna anziana è accovacciata. Lentamente le si avvicina una ragazzina. Aranua è la Madre del villaggio e la nonna di Kulia. Qualcuno mi ha portata qui: attendo che Kulia si accorga di me. Se sono fatta di materia prima o poi mi vedrà. Kulia ora è preoccupata per la sua nonna, la saggia del villaggio ha avuto un sogno, nel quale tutto si presentava alla rovescia. Ci sono sonni e ci sono sogni, sogni speciali, sogni indagatori e sogni rivelatori, ma una saggezza antica mi dice che le immagini che possono emergere vanno ascoltate.
Sono seduta nel bosco. Aspetto ancora. La natura che mi circonda è accogliente. Poco distante c’è il villaggio di Kulia. E Kulia arriva e si avvicina (i personaggi e la storia sono liberamente tratti da «I racconti di domani» di Sara Morace, Prospettiva Edizioni 2008).
Dan: «Ciao Kulia. Ci sono dei pensieri che ti rendono triste?».
Kulia: «Ciao … ma chi sei?».
Dan: «Io sono Dan del serpente e mi trovo qui, ma non so bene per quale motivo».
Kulia: «Sei arrivata con lei? Con il sogno della nonna, con il gatto …. e con Marija».
Dan: «Marija …. Ma l’unica Marija che conosco con la j è una nota archeologa. Marija Gimbutas. Lei è morta, ma la sua opera vive per tutte noi. Posso incontrare la tua nonna?».
Kulia: «La mia nonna e la mia mamma, con le altre donne del villaggio, stanno facendo un incontro molto importante per tutte/i noi. Dobbiamo aspettare. Ho chiesto alla nonna di fare un nuovo sogno e di mettersi in contatto con la signora che si è già affacciata nella sua mente. Stavolta proveranno a farle delle domande. È in ballo il nostro futuro, il nostro mondo, la nostra cultura e la tradizione mutuale di una vita in armonia con la natura e con gli elementi. Il significativo potere dell’essere donna può essere messo in pericolo… Parlo della sapienza femminile, “non si tratta solo di una somma di abilità da acquisire ma soprattutto di essere guida di tutta la gente. Quella efficace autorevolezza, gentile ma fermissima che emana dalle donne. Uno stile generale per mezzo del quale vengono svolte le opere di attenzione, vigilanza, rassicurazione, creazione, cura e idee. Un’opera incessante che non può essere messa in discussione o venire a mancare. Tutto realizzato sulla base di strettissimi legami fra le donne, senza i quali la loro opera sarebbe stata impossibile da portare a compimento”».
Aspettiamo in silenzio. È un momento importante, mi viene da dire sacro, se non fosse che questa parola è stata utilizzata e trasformata in molti modi. Ci avviciniamo al villaggio fatto di case addossate le une alle altre, con mura bianche. Le donne stanno andando presso la capanna della Madre, Aranua, la nonna di Kulia. Cominciano a uscire: è molto tardi. Arrivano Aranua e Irani. Sono stanche e pensierose. Aspettiamo ancora per devoto e doveroso rispetto del loro grande lavoro di connessione. Infine si accorgono che Kulia è insieme a me. Succedono cose inaspettate quando si aprono le vie dei mille mondi possibili … ci sono passaggi.
Dan: «Vi saluto e vi omaggio care antiche antenate, madri del mare Mediterraneo, io sono Dan del Serpente e mi trovo qui non so bene per quale magia, forse è solo un sogno. Mi è già capitato!».
Irani: «Buona sera a te, Dan del serpente. Hai un ciondolo molto bello, sembra antico. Ed è la nostra Grande Dea».
Avviciniamo le nostre mani per un saluto.
Dan: «Si. È una copia di una statuina di una popolazione antica quanto la vostra, viveva in Anatolia nel 5.000 a.c., si chiamavano Cucuteni- Trypilia. Poi sono arrivati i Kurgan…»
Irani: «I Kurgan? Chi sono?».
Dan: «Voi avete incontrato Marija, Marija Gimbutas? Lei è una studiosa di archeologia … è lei che ha saputo fondare e rifondare la storia del neolitico ed è lei che ci ha narrato, a noi donne moderne, questa sua scoperta attraverso i libri (a lato, la copertina del libro «Kurgan. Le origini della cultura europea», Marija Gimbutas, Medusa). Lei ci ha fatto conoscere quello che era stato nascosto dai vincitori, una visione altra. Lei ha interpretato il linguaggio di centinaia e centinaia di reperti ritrovati in molti siti nell’area che lei chiama dell’Europa Antica, anche della vostra strabiliante cultura. Nella vostra isola avete raggiunto l’apice. Come dice un’altra studiosa: Riane Eisler».
La madre del villaggio ascolta. Poi fa un gesto con la mano per farci accomodare. Ci mettiamo sedute e Aranua comincia a raccontare: «Marija ci ha detto che la nostra vita qui nella nostra isola cambierà. Il buon andamento delle cose non è sufficiente. Gli esseri umani possono capovolgere il giusto ordine della vita e farsi male. Molto male. Ha detto: “La vita nel tempo di domani non è rispettata. Una piccola parte degli umani ha imposto con la forza alla gran parte delle persone regole che uccidono la vita e negano i suoi principi. Da molto tempo noi, donne, ma anche una certo numero di uomini, stiamo operando perché questa disgrazia finisca e si possa vivere felicemente. La nostra opera è anche quella di scoprire e conoscere la vita di chi prima di noi ha percorso strade comunitarie (mutuali) e pacifiche e quella di capire perché ciò non sia stato sufficiente a scongiurare un indirizzo violento e mortifero da parte di coloro li ha seguiti».
Aranua: «E poi seguitando, forse descrivendo quelli che chiamate Kurgan (indoeuropei, dori, achei) Marija ha detto: “Le persone che vi invaderanno sono rozzi, ineleganti, rumorosi, ignoranti. Hanno scelto di uccidere, hanno attrezzi taglienti e duri, armi, che usano per fare del male ad altre persone, per impaurirle, per rubare i frutti del loro lavoro, per rapinare e costringere le donne a giacere con loro. Seminano morte e distruzione, paura e sconforto. Noi sappiamo che la vostra vita non è così. Abbiamo visto e toccato con mano i vostri vasi, i vostri pesi di telaio, i vostri magnifici dipinti, la gioia delle vostre opere. Conserviamo un numero immenso di statuette della Dea. Abbiamo cominciato a comprenderne il linguaggio che è diffuso in molta parte della terra. Le sonore argille ci parlano … e le ho studiate. Così molte donne nel nostro tempo cominciano a riacquistare la consapevolezza e la coscienza di un simbolico diverso, non mortifero. Tutto quello che ha resistito al tempo riemerge e ci mostra la vostra bellezza del vostro canto vitale, il canto armonico di una società del benessere e del piacere”».
Marija: «Non pensate che state commettendo errori, ma ricordatevi che nelle vostre scelte c’è un seme prezioso per tutti gli umani a venire, e che la pianta deve essere coltivata e nutrita, rinforzata perché non crescerà da sola. È una pianta diversa dalle altre, non le basta il sole o la pioggia, il vento e la luna. Ha bisogno di cure e attenzioni continue, che vanno pensate e condivise da ogni singola persona e da tutte insieme. È una pianta speciale che non conclude mai il suo ciclo, che non è mai troppo vecchia anzi e molto giovane, ma che è rigogliosa e in buona salute solo quando ciascuna persona le dedica attenzione e pensieri e li condivide con gli altri. È la pianta della vita felice, e siamo solo noi uomini e donne e persone che possiamo coltivarla. Non possiamo affidarla a nessuno se non a noi stesse/i. Voi avete questa filosofia di vita che sta nella Dea ed è la vostra idea della vita. L’avete immaginata e inventata dotata di capacità che più apprezzate, che riconoscete come preziose. La nascita e la creazione del nuovo, la trasformazione del fiore in frutto, il sonno che rigenera e porta una nuova rinascita. Le avete dato forma e sembianze di una donna perché nella donna riconoscete l’inizio della vita di ciascuno, le migliori capacita umane di curare la vita. Nella natura che vi circonda rintracciate lo stesso principio femminile. E lo amate e lo rispettate. Quindi vi affidate a voi stesse insieme a tutta la gente che guidate e proteggete». Aranua, la madre del villaggio, fece una pausa. Quindi riprese a parlare volendo condividere con noi le ipotesi di soluzioni possibili perché per lei e per le donne di quel luogo era inaccettabile che la violenza e la vendetta, in nome di un dio maschio, divenisse l’unica possibilità per il cosmo intero. Inaccettabile perché, per loro, sono le donne ad essere più vicine alla vita e più capaci di curarla, motivo per cui erano state scelte come guida e i maschi accettavano di porsi al loro fianco con dignità integra. Cosa si poteva fare?
Irani intervenne: «La Madre ha detto che possiamo prepararci. Io dico che dobbiamo ragionarci con calma. Le nostre regole sono lievi e gentili, rigide solo raramente e in casi gravi: le impariamo giorno per giorno fin da piccolissimi. Le manteniamo e trasmettiamo senza sforzo perché sono buone regole, ma se le conoscessimo da adulti in una volta sola avremmo bisogno di lunghissime spiegazioni per comprenderle. E non è detto che le accetteremmo. Dobbiamo andare alla radice della bontà e della piacevolezza delle nostre regole, per poterle offrire agli altri».
La Madre prese la parola e ci informò che per il bene del villaggio ci sarebbe tenuta una festa dedicata alla creazione, alla bellezza, al ringraziamento e quindi avrebbero creato oggetti belli e parlanti nei quali avrebbero trasfuso le proprie idee e il proprio amore. La Madre pensava alla memoria. Irani alla parola. «I segni e i disegni possono parlare per noi anche quando non è presente nessuno del nostro popolo».
Irani: «Parlare a distanza, comunicare con chi non è presente fisicamente. Con chi è in un altro luogo. E con chi è in un altro tempo. Di questo parlava Marija. Pesi di telaio. Tracce durevoli. Discorsi durevoli, pensieri che si possono conservare anche quando chi li ha pensati è tornato alla Dea. Domani, un giorno avanti nel tempo … si narrerà di noi».
Dan: «Care antenate meravigliose, voi ci siete riuscite. I vostri meravigliosi oggetti sono arrivati a noi, alcuni intatti. Ed è vero che ci narrano quello che la vostra cultura ha rappresentato. Le studiose come Marija ci hanno permesso di capire, ci hanno svelato il linguaggio e abbiamo visto una civiltà tecnologicamente ricca e culturalmente avanzata e sensibile che mostra e svela la grazia nella vita e l’amore per la bellezza e la natura. Così possiamo sapere attraverso la vostra arte ispirata alle cose belle della vita che società non bellicose sono esistite e che noi possiamo ispirarci alla vostra grazia. Nel nostro mondo è difficile fare emergere questo punto di vista, ma ci sono donne e alcuni uomini che provano a farlo. Quando per la prima volta ho visto una grande anfora con dentro almeno tredici statuette di dee serpenti ho capito che attraverso il tempo voi ci donavate la fotografia dei vostri riti giocosi, delle vostre feste e delle vostre danze e della vostra capacità estatica di essere vicine alla Natura, intesa come creatrice del tutto. Voi con la vostra creta ci avete fornito la prova che possiamo realizzare altri percorsi, strade differenti e le vostre tracce di mutualità sono una base per la nostra realizzazione di un differente futuro, che io chiamo le società della decrescita». Grazie, grazie di cuore.
Fonti utilizzate:
I racconti di domani, Sara Morace, Prospettiva Edizioni (romanzo)
Il Linguaggio della Dea, Marija Gimbutas, Edizione Le civette di Venexia – I Saggi
Il Calice e la spada. La civiltà della Grande Dea dal Neolitico ad oggi, Riane Eisler, Forum
Quando dio era una Donna, Merline Stone, Edizione Le civette di Venexia – I Saggi
Kurgan. Le origini della cultura europea, Marija Gimbutas, Medusa
Le dee viventi, Marija Gimbutas, Medusa
La dea doppia, Vicky Noble, Edizione Le civette di Venexia – I Saggi
Daniela Degan è impegnata da anni nella ricerca e nella formazione sui temi della nonviolenza, della decrescita e della storia al femminile.





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