Di seguito un testo scritto da John Berger, pubblicato da La Jornada e da rebelion.org, un frammento del suo libro più recente «Bento’s Sketchbook» (Pantheon Books, 2012).
Ciò che distingue la tirannia globale di oggi è che non ha un volto. Non è il Führer, né Stalin, né un Cortes. Le sue manovre variano a seconda del continente e le sue vie sono modificate in base alla storia locale, ma la sua visione è la stessa: la circolarità. La divisione tra poveri e relativamente ricchi diventa una voragine. Restrizioni e raccomandazioni tradizionali vanno in frantumi. Il consumismo consuma qualsiasi ambito. Il passato diventa obsoleto. Come conseguenza le persone perdono la loro individualità, il loro senso di identità che dunque si rafforza e cerca un nemico per definire se stessi. Il nemico, non importa la denominazione religiosa o etnica, si incontra sempre tra i poveri. Da qui comincia il circolo vizioso. Dal punto di vista economico, il sistema produce insieme più ricchezza e più povertà, sempre più famiglie senzatetto, mentre promuove allo stesso tempo le ideologie politiche che articolano e giustificano l’esclusione e l’eventuale eliminazione delle orde dei nuovi poveri. È questo nuovo circolo politico-economico che oggi incoraggia la capacità umana di continuare a infliggere crudeltà inimmaginabili.
«La scorsa notte mi ha chiamato un’amica da Vadodara. Piangeva. Ci sono voluti quindici minuti per potermi dire che cosa era sbagliato. Non è stato molto complicato. Era solo che una sua amica, Sayeeda, era stato colpita in mezzo alla folla. Era solo che le avevano aperto l’addome e lo avevano riempito con stracci bruciati . Era solo che dopo la sua morte, qualcuno le ha segnato la fronte con la scritta ‘OM’, firma sacra degli indù». Queste erano le parole di Arundhati Roy per descrivere il massacro di migliaia di musulmani da parte di fanatici indù in Gujarat, nella primavera del 2002.
Noi scriviamo, mi disse una volta, nelle crepe dei muri che un tempo erano le finestre. E le persone che hanno ancora le finestre, a volte non riescono a capire. Andiamo ad analizzare i fatti, osserviamo, indaghiamo, informiamo, riscriviamo, scriviamo una versione finale; si pubblica, molte persone la leggono, anche se non abbiamo la giusta misura delle cose –, diventiamo scrittori controversi, spesso minacciati, ma anche sostenuti, abbiamo scritto della situazione di milioni di persone, donne, uomini, ragazzi; siamo accusati di arroganza, continuiamo a scrivere, sveliamo nei dettagliati i progetti dei potenti che portano a tragedie immense e che si possono prevenire; prendiamo appunti, giriamo e rigiriamo il continente, siamo testimoni della disperazione evidente, continuiamo a pubblicare, discutiamo tra noi di nuovo e ancora e ancora, mese dopo mese e i mesi si trasformano in anni. Penso a te, Arundhati. E tuttavia vediamo che quello contro cui protestiamo va avanti in modo costante senza che nulla gli ponga un freno. Continua irresistibile. Continua come se fosse avvolto in un silenzio permissivo mai interrotto. Continua come se nessuno avesse mai scritto una sola parola. Allora ci chiediamo: sono importanti le parole? E a volte può ritornarci una risposta come questa: le parole sono come le pietre che vengono poste sui prigionieri legati prima di essere gettati in un fiume.
Analizziamolo: una manifestazione politica profonda è una chiamata a una giustizia assente, e accompagna la speranza che in futuro la giustizia sarà esercitata. Ma la speranza non è la ragione principale per organizzare una manifestazione. La gente protesta perché è troppo umiliata, troppo schiacciata... La gente protesta (monta una barricata, prende le armi, partecipa a uno sciopero della fame, prende le mani per gridare o scrivere) per salvare il momento presente, non importa che cosa il futuro porta con sé.
Protestare è rifiutare di essere ridotti a zero, di essere ridotti al silenzio. Così, ogni volta che qualcuno fa una protesta, per farla, ottiene una piccola vittoria. I quel momento… acquista un certo carattere indelebile. Lascia un segno. La cosa principale di una protesta non è fare un sacrificio verso un futuro alternativo più equo. La cosa principale è il riscatto del presente, qualcosa che sembra non avere conseguenze, vale a dire un’azione che sembra non avere significato, senza logica, senza futuro, irrilevante. Il problema è come vivere più e più volte con la presunta mancanza di conseguenze, con l’insignificante.
Il problema qui, in realtà, replica Arundhati è: che cosa abbiamo fatto per la democrazia? in cosa l’abbiamo trasformata? cosa accade a una democrazia completamente consumata quando viene svuotata di contenuto fino a farla diventare vuota? cosa succede quando tutte le sue istituzioni hanno metastatizzato e formato una cosa così pericolosa?, cosa succede ora che la democrazia e il libero commercio sono stati fusi in un unico organismo predatorio con un immaginario così vincolato e sottile che ruota quasi interamente attorno all’idea della massimizzazione del profitto? È possibile invertire questo processo? Può qualcosa che è mutato, ritornare ad esser quello che una volta era?
Come vivere con l’insignificante? L’aggettivo è temporaneo. Forse una risposta possibile e adeguata è «in modo speciale». E poi cosa vuol dire avvicinarsi sempre più a quello che redime il presente (dentro i cuori di coloro che si rifiutano di accettare la logica del presente). A volte un narratore può fare proprio questo. In una storia il rifiuto di chi protesta diventa un grido selvaggio, la rabbia, l’umorismo, le intuizioni delle donne, degli uomini e dei bambini. Le storie sono un altro modo indelebile, perché quando le storie sono raccontate viene interrotto il flusso unilineare del tempo e ciò che non ha conseguenze perde totalmente il suo senso.
Prima di essere assassinato nel Gulag, Osip Mandelstam ha detto: «Per Dante, il tempo è il contenuto della storia che si sente in un singolo evento sincrono. E in modo contrario, lo scopo della storia è mantenere unito il tempo, perché siamo tutti fratelli e compagni nella stessa ricerca e nella stessa conquista del tempo».
Nato a Londra nel 1926 e da oltre trent’anni residente in un piccolo villaggio delle Alpi francesi, John Berger è noto in tutto il mondo come critico d’arte, poeta, giornalista, narratore, sceneggiatore cinematografico, autore teatrale e disegnatore. Tra i suoi libri di narrativa tradotti in italiano, ricordiamo Qui, dove ci incontriamo (Bollati Boringhieri, 2005), Una volta in Europa e Lillà e Bandiera (Bollati Boringhieri, 2003 e 2006), Festa di nozze (Il Saggiatore, 1996), Ritratto di un pittore (Bompiani, 1961). Tra le altre opere: Modi di vedere (Bollati Boringhieri, 2004), Questione di sguardi (Il Saggiatore, 1998) e Sul guardare (Bruno Mondadori, 2003) e G (Neri Pozza, scritto nel 1972 e ripubblicato in Italia nel 2012). Insomma, uno strordinario narratore che ha trascorso la vita dalla parte degli oppressi.





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