Questa settimana siamo andati a trovare il nostro amico e collaboratore Giuliano Santoro, giornalista ma anche scrittore, autore di numerosi articoli sui movimenti sociali e sulla società in movimento. E del libro «Su due piedi», appena uscito per Rubettino (prefazione di Wu Ming 2). Giuliano abita in un graziosa casa a Roma, nel quartiere popolare di Tor Pignattara, tra i più interculturali d’Europa. Sulla sua scrivania l’ultimo libro di David Harwey «Rebel cities» e un taccuino con appunti che parlano di un imbonitore che saccheggia allo stesso tempo idee ai movimenti e a Forza nuova, e di strani progetti dal nome convincente, Senza dominio. Ai nostri piedi il vero padrone di casa, Mao, occhi e passi felpati da gatto sornione come pochi. Ecco il frutto della conversazione con Giuliano dedicata a «Su due piedi», un libro che dovreste proprio portarvi in vacanza: parla di Calabria, di camminare per raccontare (su questo tema suggeriamo la lettura di un articolo di Franco Arminio «Cammino per smetterla col capitalismo»), di mare, di guerre di lupara postmoderne e di pensiero critico (il libro sarà presentato lunedì 9 luglio alle 21,30 allo Strike Spa, a Roma, via Partini 21 Casal Bertone, con Wu Ming 2 e Antonello Sotgia).
Il libro offre un ragionamento sul muoversi a piedi. Ma camminare è davvero un modo di guardare il mondo?
Camminare per più di un giorno, attraversare un luogo a piedi, oggi è soprattutto una scelta, un atto arbitrario non imposto da condizioni oggettive. Ciò, di questi tempi, mi pare già significativo. Tuttavia, camminare è una delle azioni utili a osservare e raccontare meglio le cose del mondo, ma non è di per sé una condizione sufficiente. Uno dei temi che scorrono lungo le pagine di «Su due piedi» è questo: come si fa a raccontare il mondo senza rendere il proprio sguardo totalizzante, senza ergersi su un piedistallo al di sopra dei lettori e, al contrario, cercando di mescolare la propria storia alle altre? Per farlo, secondo me, bisogna innanzitutto liberarsi dalla logica molto televisiva del «testimone» che vive sulla propria pelle un determinato evento e poi lo racconta, mettendosi in scena in quanto osservatore. Vedere coi propri occhi è ovviamente importante, ma il narratore che ha interesse a costruire una storia solida, che non nasconda le relazioni sociali che gli stanno attorno e non costruisca una specie di ideologia solipsistica, deve anche avere la capacità di connettere tempi e luoghi diversi. Ad esempio, Pasolini afferma che per «sapere» bisogna essere in grado di coordinare «fatti anche lontani», mettere insieme «i pezzi disordinati e frammentati di un intero coerente quadro politico». Wu Ming 2, camminatore e autore della prefazione, mi aveva avvertito: «Camminando si possono coniugare due sguardi quello di Dio e quello del viandante, quello dall’alto di un vetta e quello dal cuore del bosco, l’inquadratura panoramica e la telecamera a spalla». È dall’unione di queste due ottiche che nasce una conoscenza più approfondita del territorio: dal lavoro di documentazione e dalla capacità di osservare dal vivo. Servono le scarpe da trekking ma serve anche il blocco degli appunti. Nel mio caso, poi, il «blocco degli appunti», è stato uno smart-phone, un telefonino di nuova generazione che ha funzionato anche da bussola, macchina fotografica, archivio portatile, porta verso la rete e strumento di scrittura. Una delle sfide del mio cammino di trenta giorni era anche la sperimentazione di nuovi media. Questo libro, infatti, è intrecciato ad altre produzioni multimediali, è il baricentro di un piccolo arcipelago di manufatti: gli articoli che ho scritto giorno per giorno per Il Quotidiano della Calabria, il blog suduepiedi.net, i post sui social network, un progetto di documentario che stiamo cercando di produrre dal basso, forse anche un monologo teatrale.
Ti rivolgi più ai calabresi che vogliono capire dove vivono oppure a tutti gli altri per comprendere cos’è la Calabria?
La domanda centra una questione che mi ha assillato, perché scrivere per chi vive in un posto non è la stessa cosa che scrivere per chi lo osserva a distanza. Io volevo raccontare la Calabria sia ai calabresi che ai non calabresi, dunque ero terrorizzato da questo «in-between», questa sospensione che rischiava di produrre un ibrido insapore. Penso di essermela cavata partendo dalla mia condizione personale, che è quella di essere al tempo stesso sia «dentro» che «fuori» questa terra. L’altro giorno ne discutevo con Tonino Perna, sociologo ed economista calabrese e mediterraneo, il quale mi faceva notare quanto questo mio punto di vista sia diffuso, soprattutto presso la mia generazione, e quanto questo essere «interni» ed «esterni» al tempo stesso sia prezioso. Ho imparato a coltivare questo stile frequentando i movimenti. Sono cresciuto a Cosenza e il solo fatto di frequentare un centro sociale, venti anni fa, significava allargare il proprio orizzonte, capire che in tutto il mondo c’era gente che faceva cose che erano connesse alle nostre.
Dal ragionamento cui accennavo sopra circa la scrittura come connessione di più tempi storici e luoghi geografici, si comprende con quale spirito sia tornato nella mia terra d’origine per attraversarla a piedi: volevo mettere in scena le relazioni profonde che la Calabria ha da sempre col mondo: storicamente questa regione è al centro del Mediterraneo, ha subito invasioni e si è fatta contaminare, è stata luogo di partenze e terra di approdi. Inoltre, secondo me oggi comprendere alcune delle cose che succedono in Calabria significa capire alcune delle caratteristiche della globalizzazione, a partire dalla commistione tra «centro» e «periferia» fino ad arrivare alla commistione tra capitale legale e capitale illegale. È appena il caso di sottolineare, che dalla Calabria – regione più povera d’Europa, almeno secondo le unità di misura ufficiali – è partita la ‘ndrangheta, un colosso arcaico e iper-moderno al tempo stesso, che oggi è a detta di molti l’organizzazione criminale più potente del pianeta, oltre che la prima azienda italiana per fatturato.
Abusivismo edilizio, saccheggio e inquinamento del mare e delle spiagge, criminalità organizzata… Quali relazioni sociali altre e modi di abitare differenti hai trovato?
Si calcola che ogni calabrese disponga in media di ottocento metri quadrati di cemento. Questa incredibile e dissennata politica edilizia è senz’altro frutto della forza delle mafie, della necessità che hanno di riciclare fiumi di denaro nel mercato immobiliare. C’è però anche un dato che oserei definire antropologico: l’ossessione per la «casa al mare» dei calabresi che ha letteralmente devastato le coste, ad esempio, è figlia degli antichi timori per le minacce che venivano dalle coste oltre a derivare dalla voglia di lasciarsi alle spalle la povertà e i sacrifici della vita nell’entroterra, conquistando simbolicamente la battigia, addirittura costruendo a pochi metri dal bagnasciuga.
Ciò non toglie che ci siano segnali importanti di rinnovamento. Pensa alla funzione vitale, quasi profetica, dei migranti, che spesso vivono condizioni tremende che ma che non hanno paura – perché vengono da un altro posto, non conoscono la cultura mafiosa e magari non hanno niente da perdere se non le proprie catene – di ribellarsi alla borghesia mafiosa, come è successo a Rosarno. O considera il caso delle terre confiscate alla ‘ndrangheta e assegnate alle cooperative che poi immettono i loro prodotti nei circuiti dell’altra-economia, ad esempio, sono un caso straordinario di resistenza al capitale criminale. Si tratta di esperimenti che nascono da una prospettiva anche rivoluzionaria, se la si guarda da questo punto di vista: esiste una legge che consente di espropriare beni alla borghesia criminale e di consegnali alla produzione collettiva. Mica male, no?





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