Stralci di un articolo pubblicato da la repubblica il 20 luglio 2012. Nell’interessante analisi qui proposta dal filosofo statunitense, autore tra l’altro di «Esodo e rivoluzione» (Fentrinelli), ci sembrano sottovalutati due punti di vista. Il primo è considerare movimenti anche quelli cosituiti da piccoli gruppi e singoli cittadini (dunque non solo i «grandi» movimenti) che, in modo disarticolato e sparso, sperimentano relazioni sociali diverse in molti modi, resistendo e creando alternative. Il secondo elemento sottovalutato è l’idea che buona parte dei movimenti, a differenza di quanto probabilmente accade negli Stati uniti (su cui ragiona Walzer), siano in realtà sempre meno attenti alle elezioni e ai rapporti con la poltiica tradizionale, la priorità per loro resta la trasformazione del tessuto sociale e culturale profondo e dei territori, sulla quale di certo incidono più dei partiti da diverso tempo.
I movimenti sociali su cui intendo concentrare la mia attenzione sono spinti da passione morale o ideologica, ma anche dall’interesse collettivo. Essi hanno uno scopo, spesso inteso in senso stretto – il voto per le donne, il sindacato per i lavoratori, i diritti civili per i neri. «Stretto», qui, non vuol dire di scarse vedute o irrilevante. In effetti, questi scopi si connettono a fini più ampi: superare l’oppressione, ottenere l’eguaglianza. Tuttavia essi si focalizzano su un singolo traguardo raggiungibile o su un insieme di obiettivi strettamente connessi: qui c’è qualcosa che va fatta, ora; qui c’è una lotta che può essere vinta. I movimenti ottengono il sostegno delle persone a cui intendono giovare. (…)
La causa non è monolitica o esclusiva: i suoi sostenitori possono riconoscere che esistono altre cause meritevoli, alcune delle quali sono pronti a sostenere. Eppure per via della loro passione morale e della loro stretta attenzione e poiché perseguono un bene comune a loro caro, essi tendono ad alimentare tra loro un forte senso di solidarietà e di impegno che non accetta facilmente il compromesso. Non pensano in termini di scambio tra una causa e un’altra. Sono concentrati in maniera radicale sul proprio progetto e, quindi, non possono dire: «Va bene, rimandiamo le richieste di sindacalizzazione (si fa per dire), se si aprono nuove opportunità per le donne».
Il famoso 99% di Occupy Wall Street non fa un movimento, non finché un numero significativo di loro sia visibile in incontri e manifestazioni. Non sono sicuro su come e se ciò possa accadere. Il 99% non ha un’identità coerente come quella dei gruppi impegnati in movimenti precedenti: donne, lavoratori, neri. Tuttavia, considerato il carattere estremo della diseguaglianza nel nostro paese, possiamo plausibilmente aspirare a un movimento dei poveri tradizionali e dei nuovi vulnerabili – ampie fasce di popolazione maschile e femminile mobilitati, in marcia, che chiedono cambiamenti specifici nell’ordine sociale, senza ammettere alcun compromesso.
I movimenti possono rendere il mondo sociale migliore, ma non possono farlo da soli. Nelle
democrazie, essi devono lavorare attraverso le istituzioni dello Stato: il successo dipende da un ordine esecutivo o da un voto in Congresso. Questo tipo di sostegno istituzionale è mediato dai nostri partiti politici, i quali a volte possono essere persuasi o costretti a far proprie le richieste di un movimento. I partiti, però, hanno la caratteristica di essere pronti al compromesso rispetto alle loro posizioni dichiarate (…) pertanto ciò che ottengono è sempre meno rispetto a quanto sperato dai militanti del movimento. Quindi come dovrebbero relazionarsi i movimenti sociali ai partiti politici?
A volte questi ultimi vengono creati dai movimenti sociali, come i partiti socialisti della fine del diciannovesimo secolo in Europa. (…) Idealmente, in questi casi, la coerenza delle posizioni è garantita dagli interessi collettivi e dalla passione morale dei movimenti. I partiti di sinistra in Europa non sono più così, e negli Stati uniti, nessuno dei nostri principali partiti politici è mai stato così. I partiti americani sono macchine guidate da un obiettivo: vincere le elezioni. Hanno un carattere vagamente ideologico, a destra come a sinistra, che fornisce loro una base organizzativa, ma devono competere con i voti del centro e la maggior parte delle volte la loro vera ideologia è semplicemente centrista (…).
L’obiettivo dei militanti è modificare la direzione delle correnti, costringere i politici a riconoscere nuovi elettori e nuove preferenze popolari. (…) I partiti raccolgono voti; i movimenti mobilitano potenziali elettori e cercano di modificare i termini della raccolta voti. «Se volete questi voti – dicono i militanti ai politici – questo è quello che dovete fare. La vostra ricompensa è l’incarico politico, la nostra la politica pubblica». Il valore della prima ricompensa è ovvia, quello della seconda deve essere giustificato ideologicamente. Ecco perché i movimenti sono «cause», mentre i partiti sono macchine. Non confondeteli: non chiedete ai partiti più di quanto possano dare. Molti a sinistra sognano un partito-movimento, come in Europa ai vecchi tempi, ma ciò non è possibile nelle democrazie pluraliste contemporanee. Viviamo in società frammentate e celebriamo la frammentazione perché è il prodotto della libertà di associazione, della diversità etnica di una società di immigrati e del pluralismo religioso, tutto ciò gioca a sfavore di partiti politici ideologicamente coerenti. (…)
I militanti dei movimenti non devono permettere a se stessi di farsi cooptare dai partiti; devono usare qualunque potere governativo ottengono solo finché è realmente utile alla loro causa. E poi devono lasciare il governo: mantenere l’incarico non è la loro professione. Perché persino dopo le vittorie, in cui noi (a sinistra) speriamo, ci saranno ancora persone in difficoltà, abusate, oppresse, discriminate che occorre mobilitare in modo che possano cambiare le proprie vite. La politica dei partiti è modulata dalle scadenze elettorali, quella dei movimenti è un lavoro costante.





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