Da merci a beni: diciassette tonellate di cibo, di cui il 50% pane, 25% frutta, 15% vario (conserve, latticini, preparati di carne), 10% verdura. Questi i dati sul cibo recuperato in un anno attraverso cittadini volontari e destinato alla mensa gestita dalla Caritas di Viterbo per la preparazione di oltre 30.000 pasti. Pochi sanno che anche nel Lazio, da più di un anno è stato sperimentato con successo il progetto di decrescita Last minute market (Lmm), con il quale viene recuperato cibo a scopo sociale.
I primi progetti di Lmm sono nati nel 2000 grazie a un gruppo di docenti e ricercatori dell’Università di Bologna, coordinati da Andrea Segrè, docente di agraria, autore di «Economia a colori» (Einaudi) e «Last minute market» (Pebdragon). Ad oggi sono più di quaranta gli enti locali italiani coinvolti in queste azioni di recupero del cibo nei supermercati. A Viterbo come negli altri casi di Lmm, il progetto cerca infatti di recuperare prodotti alimentari che, per vari motivi, restano invenduti nei supermercati e, pur essendo ancora utilizzabili, vengono di solito destinati al cassonetto.
Promosso dal Comune di Viterbo e dall’Università, in collaborazione con il gruppo bolognese di Last minute market, il progetto coinvolge la locale mensa della Caritas, alla quale vengono destinati i beni recuperati. Nei primi dodici mesi di attività, si legge nel sito curato dal Cursa (Consorzio universitario per la ricerca socioeconomica e per l’ambiente), il recupero si è svolto per circa trecento giornate, con una quantità media recuperata che varia da 700 a oltre 1.800 chilogrammi al mese (40-70 kg al giorno). In totale il recupero ha portato nella dispensa della Caritas oltre 17 tonellate di beni alimentari. Il valore dei prodotti recuperati ha raggiunto i 30.000 euro, moltiplicando di tre volte l’investimento pubblico iniziale effettuato dal Comune.
Diciamolo in modo chiaro, i progetti di Lmm, a Viterbo come in altre città, intrecciano alcuni limiti e aspetti interessanti di vario tipo. I limiti principali ci sembrano tre: per soggetti della grande distribuzione, uno dei volti principali del capitalismo neoliberista, sono un’occasione per tinteggiare di verde e di sociale le loro azioni; sono pensati con un eccessivo protagonismo di soggetti istituzionali, che non favorisce la reciprocità; sfruttano il volontariato (per il recupero del cibo) come risorsa di welfare a costo zero. Al tempo stesso, gli aspetti interessanti invece sono almeno due: sono un pezzo di conversione ecologica (riduzione dei rifiuti) e sociale (sostegno alle mense che distribuiscono cibo gratuitamente a un numero sempre maggiore di cittadini aggrediti dalla crisi) immediata della grande distribuzione; sono promossi attraverso il tempo e la solidarietà concreta messi gratuitamente a disposizione da cittadini per altri cittadini, relazioni non capitaliste all’interno di un ingranaggio capitalista.
Città invisibile è un piccolo collettivo attento ai temi sociali e della decrescita, nato all’interno dell’omonima libreria (info [at] editoriadellapace [dot] org) dell’ex mattatoio di Testaccio.





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