Paesi svuotati in silenzio

«Arrivo ad Atina che è quasi ora di pranzo. Parcheggio all’ingresso della piazza. Subito l’Appennino meridionale si fa vivo ai miei occhi. Le case addossate l’una all’altra, l’aria con una pasta tutta sua, lucida e pulita, le montagne che non danno tregua allo sguardo da ogni lato… Le pietre bianche, i balconi come merletti stesi». Sono alcune delle righe dedicate da Franco Arminio in «Terracarne» (Mondadori) all’incursione nel Lazio, nella «calma placida del Lazio interno» (nella foto, scorcio di Atina, immagine pubblicata nel sito del Comune).

Lo diciamo subito in modo chiaro: quello di Arminio, paesologo, è un libro bellissimo. Non solo per la scrittura limpida, scorrevole, descrittiva, ma soprattutto per il ragionamento proposto attraverso il lungo viaggio nei paesi dell’Appennino centrale e meridionale. Percorrendo l’Appennino il nostro paesologo riconosce una linea unitaria che lega Lazio, Abruzzo, Campania e Lucania, una linea con il suo linguaggio, «un suo sistema antropologico, sociale e abitativo, e una sua storia». Un linguaggio che viene ricostruito osservando piazze, bar, paesaggi, cimiteri, strade e che racconta di uno svuotamento profondo.

Ma la paesologia, chiarisce l’autore, non è la paesanologia e non è neanche l’idolatria della cultura locale con il suo sapore ridicolo e reazionario. La paesologia è «la scrittura che viene dopo aver bagnato il corpo nella luce di un luogo» e come tale è una forma di resistenza. A cosa? Ad esempio all’irruzione dell’«urbanesimo al contrario»: se i paesi spariscono in modo silenzioso, spiega Arminio, non è tanto perché i paesani emigrano ma è perché la città «li raggiunge e li distrugge» in molti modi. Una distruzione che, aggiungiamo noi, non è in grado neanche di offrire gli aspetti positivi della città, quelli ad esempio a cui allude Zygmunt Bauman in « Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido» (Laterza), quando scrive: «Le città sono diventate le discariche di problemi concepiti e partoriti a livello globale (…) ma possono anche essere viste come dei laboratori in cui i modi e gli strumenti per convivere con la differenza (…) vengono quotidianamente inventati, messi alla prova, memorizzati e assimilati».

Per capire meglio l’aggressione di cui sono vittima i paesi e le campagne dell’Appennino bisognerebbe partire, almeno per quanto riguarda il Lazio, dall’analisi dei dati Istat proposta da Paolo Berdini su «Comune» («Esplosione metropolitana»). A causa del prezzo delle case migliaia di romani negli ultimi dieci anni si sono trasferiti nell’interland (pur lavorando ogni giorno a Roma…), ma non per ridare vita ai paesi come è avvenuto, ad esempio, con creatività e solidarietà in alcuni centri dell’Aspromonte, quanto per moltiplicare piccoli cittadine. Guidonia, Cerveteri e Monterotondo, ad esempio, sono improvvisamente esplose, ma restano prive di spazi pubblici sociali adeguati. La bassa qualità della vita  delle periferie urbane insomma sembra estendersi a macchia d’olio, mentre i paesi restano sempre più vuoti.

In realtà, nei paesi dell’Appennino centro-meridionale la corsa alla modernizzazione imposta dall’irruzione della città «non è neppure una corsa, ma una spinta svogliata», insomma una storia alla quale credono in modo convinto in pochi, ma che comunque ha provocato cambiamenti profondi. Secondo Franco Arminio i paesi sono oggi luoghi nevralgici, perché vivono, con il precipitare della crisi in modo sempre più evidente, nello stesso momento il fallimento della modernità e quello della civiltà contadina. Per questo, ad esempio, i paesi si trasformano sempre più spesso in ospizi d’inverno e villaggi turistici d’estate.

L’autore, dunque, si inserisce a pieno titolo e in modo orginale nel movimento cultrale e sociale, della critica allo sviluppo. Nei suoi viaggi riconosce facilmente tutte quelle strategie messe in piedi per sostenere il delirio della crescita, «un delirio che sporca il paesaggio e la testa della gente senza produrre ricchiezza». Il delirio di una politica ingorda e miope, fatta di cemento, decibel, automobili, tossine di cui oggi in molti osservano i cocci nei paesi ma anche nelle grandi città. Di fronte a tutto questo servono subito alternative culturali e sociali credibili. Scrive Arminio: «Io la nuova via non la chiamo decrescita, importando ancora una volta il nome da occidente, ma la chiamo «umanesimo delle montagne». Paesologia e umanesimo delle montagne non sono altro che nuove forme e idee della politica, con le quali ricomporre legami sociali e ricostruire territori a dimensione umana.

 

Città invisibile è un piccolo collettivo attento ai temi sociali e della decrescita, nato all’interno dell’omonima libreria (info [at] editoriadellapace [dot] org) dell’ex mattatoio di Testaccio.

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