Manifesti, provocazioni, nomi che si rincorrono sulle colonne dei quotidiani cittadini: già da qualche mese nella Capitale è salita la febbre elettorale. Nel 2013, infatti, i romani hanno appuntamento alle urne per scegliere il nuovo (speriamo) sindaco. Dopo l’ultima scadenza delle amministrative, che ha visto nella Regione ben otto comuni passare da destra a sinistra, sembra chiaro a tutti che la credibilità e il progetto di cui ciascun candidato si farà portatore saranno decisivi per il futuro di una città che deve tornare indietro al cuore nero della sua storia democristiana per ritrovare livelli di degrado amministrativo, culturale e produttivo analoghi a quelli del momento.
Un tasso di disoccupazione al 10,5%, in rialzo di 2,1 punti percentuali rispetto al 2011, un lavoro sempre più nero e insicuro all’ombra della speculazione edilizia, la devastazione dei territori e dell’agro romano. Redditi in caduta libera come la coesione sociale e la qualità della vita più in generale. Ci sorprendiamo quasi tutti rassegnati ad una Roma fagottara: una vetrina da “pacco” per turisti abbagliati, che ciascuno morde quanto può prima di fuggire, quando realizza che quella quinta patinata da città storica verrà smontata di lì a poco, quanto basta per pagare lo sponsor di turno.
Maratone, parate, grandi cartelloni, tendoni e svendite di beni comuni: il teschio diamantato di Hirst accozzato con la mutanda di Nadal, la processione di Pentecoste tra le rovine a rischio crolli: questa mancanza di visione nell’amministrazione capitolina non è una novità dell’epoca alemanna. La cultura come codice per circoli autistici e concentrici, i diritti affidati a Pr rampanti e alle loro liste “social”, la partecipazione come alibi per oligarchie bipartigiane per nascita o matrimonio, costituiscono da molti anni le trame delle guide rosse su cui sfila la politica cittadina.
Sotto al tappeto, però, c’è molto di più. C’è popolo, e c’è Comune, potremmo dire se pensiamo a quell’autorganizzazione testarda, localizzata, micro mondiale, che, come proviamo a raccontare in queste pagine virtuali, sta continuando a lavorare, produrre, pensare, animare concretamente la nostra città senza rassegnarsi al mantra della crisi senza alternative. Fuori da quella pubblica vetrina e privata greppia c’è uno spazio pubblico di diritti e di opportunità che cerca di rappresentarsi e rappresentare una Roma diversa, anche in vista delle elezioni prossime venture. Primarie aperte, anzi spalancate sulla realtà, potrebbero trasformare un esercizio rituale e assolutorio in un vero laboratorio a sinistra verso il Comune che vogliamo. Oggi pomeriggio alle 18 a Largo Spartaco, Cinecittà, Sandro Medici si lancia in quest’avventura raccontando Roma vista da quel Decimo Municipio che presiede ormai da anni. Una città europea per dimensioni, territorio ed economia, che si è sempre rivendicata diversa, inclusiva, solidale, partecipata, anche in conflitto con gli occupanti capitolini, quando è stato necessario.
Il 23 giugno dalle 9,30 alle 13,30 presso la Città dell’Altra economia (all’interno dell’ex Campo Boario) il Laboratorio della città e l’urbanista Paolo Berdini, che da anni denuncia le speculazioni e il ruolo parassitario della rendita fondiaria, si confrontano insieme all’economista della Cgil Lazio Antonio Castronovi e il prete delle periferie don Roberto Sardelli su una città più giusta, più vivibile, più solidale. Solo così il futuro della città potrà sfuggire dal tappeto rosso obbligato dei poteri forti cittadini, per suonare ai citofoni di tutti i romani. E, soprattutto, ascoltarli.





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