L’euro degli orti urbani

Luca D’Eusebio di Zappata romana ha raccontato nelle pagine di Comune come oltre cento orti urbani siano nati in modo spontaneo e abbiano cominciato a colorare Roma, ingrigita dalla politica, dal liberismo, dal traffico e dalla crisi del capitale. Spazi che non producono merci ma nuovi legami sociali, un’idea diversa del cibo e anche un altro modo di vivere la città. Il movimento, come noto, è diffuso soprattutto in America latina. Qui di seguito Luigi Di Paola (orti urbani Garbatella), che segue da tempo questo movimento, racconta invece qualcosa sulle esperienze analoghe di altri paesi europei.

Il fenomeno degli orti e giardini condivisi in Europa ha una lunga tradizione: per lo piiù gli orti esprimono livelli di conflittualità contenuti e beneficiano del sostegno delle istituzioni. In questo sono piuttosto diversi dai nostri orti. Per tutti il comune denominatore è rappresentato dalla voglia di «fare Comunità» attraverso il recupero di un rapporto diretto con la terra e l’ambiente. Nell’ambito del progetto Eu’Go promosso in Italia dal Cemea per il Mezzogiorno si è svolto a Potsdam, in Germania, il primo di una serie di incontri su orti e giardini condivisi in Europa.

La partecipazione di paesi come la Francia, il Regno unito, la Spagna, l’Italia e, ovviamente la Germania, ha consentito uno scambio di esperienze molto utile, sia sotto il profilo tecnico-operativo, sia dal punto di vista dell’analisi degli impatti sociali che questo fenomeno sta avendo un po’ ovunque.

In Germania, anche quando gli orti sorgono su aree occupate vengono spesso utilizzate forme di coltivazione «mobili» (vasche realizzate con palletts o sacchi di plastica) per consentire un futuro utilizzo, spesso già previsto, dell’area per altri scopi, cioè edificazione e speculazione immobiliare. Seguendo altri approcci, sarebbe stato opportuno tentare la realizzazione di orti tradizionali proprio per contrastare la cementificazione.  Questa impostazione evidenzia alcune particolarità che, oltre alla Germania, riguardano in parte anche la Francia ed il Regno unito, dove gli orti comunitari e, più in generale, l’autorganizzazione finalizzata alla costruzione di percorsi alternativi (co-abitazioni, esperienze comunitarie, ecc.) hanno spesso un carattere auto-referenziale. Sono esperienze che assumono anche la forma di denuncia anti-sistema, ma evitano proselitismi e non vogliono necessariamente raggiungere le masse.

Nel caso specifico della Germania, ad esempio, non si cerca la legittimazione data dal consenso, spesso le strutture, i luoghi vengono prima occupati e poi, eventualmente, acquistati, anche contraendo mutui bancari considerevoli. La struttura che ha ospitato il convegno, la Project House di Potsdam, è un tipico esempio di questo modus operandi. Costata 800 mila euro sette anni fa, abbastanza autosufficiente dal punto economico, rappresenta un ottimo esempio di impresa sociale, anche se piuttosto avulsa dal contesto nel quale è inserita, uno dei quartieri più ricchi della città.

Le altre esperienze di orti a Berlino seguono, per lo più, questa impostazione. In alcuni casi i risultati dal punto di vista dell’efficienza organizzativa e della cura dell’estetica sono veramente notevoli. In altri, inseriti in contesti meno abbienti, come nel caso degli orti nell’ex aeroporto di Berlino, dominano la creatività e il senso comunitario. Ma in quasi tutti si avverte un senso di precarietà e di subordinazione alla «gentile concessione» delle autorità municipali che dura fintanto che queste esperienze non entrano in conflitto con gli interessi economici di che deve costruire. Un’unica eccezione riscontrata riguarda gli orti Ton Steine, dal nome di una rock band tedesca degli anni ’70: esprimono livelli di conflittualità più elevata e sono inseriti in un contesto di occupazioni abitative di comunità turche. Lo scopo principale di questi orti è di fornire un sostegno economico alle famiglie indigenti. La localizzazione, un appezzamento relativamente piccolo fra due palazzi occupati, li rende scarsamente appetibili per il business del mattone.

Le realtà rappresentate dalle altre nazioni, soprattutto Francia e Inghilterra, sembrano aderire a questa impostazione di fondo, anche se il contributo delle istituzioni appare più determinante e meno vincolante di quanto visto per la Germania. Il caso degli orti spagnoli, rappresentato da alcune interessanti esperienze condotte a Barcellona, appare più simile, per modalità operative e relazioni con le istituzioni, al caso italiano.

Per tutti, però, la spinta motivazionale determinante è data dalla necessità di fare comunità, ricomporre legami sociali, in modo diverso. La ricerca di nuove relazioni di solidarietà, partecipazione e reciprocità, che diventano fondamentali proprio perché inserite in contesti urbani sempre più disaggregati.  La povertà che stiamo vivendo in questa fase di profonda crisi, non è solo economica, ma è una povertà di valori, di partecipazione, di coscienza comune e condivisa. Il recupero di un rapporto diretto con la terra e con l’ambiente rappresenta una delle poche leve sociali per trasformare la  miseria del presente nella ricchezza di un futuro possibile.

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