Le periferie delle metropoli, hanno spiegato in questi anni Mike Davis, Raúl Zibechi, Saskia Sassen, David Harvey e molti altri e altre, sono i territori nei quali l’oppressione, l’aggressione alla dignità delle persone, il logoramento delle relazioni sociali sono più evidenti, ma sono anche luoghi «della speranza». È nelle periferie che si sperimentano la ricomposizione dei legami sociali, forme e reti di interscambio reciproco tra i poveri (Latouche parla oggi di «città inedita», dal punto di vista urbanistico e sociale), insurrezioni sottotraccia, tentativi collettivi di riprendersi in mano la propria vita e le città (nella foto a lato, favela «trasformata» di Rio de Janeiro). Dal nostro punto di vista, tutta questa complessità è vera in parte anche per le periferie delle grandi città italiane, a cominciare da diversi quartieri di Roma e dagli insediamenti di rom, cantieri sociali nei quali per dirla con Marc Augè le città si rammendano.
Un prezioso punto di vista aiuta a dipanare ulteriormente la matassa delle periferie, dei suoi movimenti e dei suoi linguaggi: lo offre l’indiano Arjun Appadurai, uno dei massimi esponenti degli studi postcoloniali, che nei suoi scritti si sforza di mostrare e considerare la capacità dei poveri di esprimere la propria protesta come capacità culturale, non come una generalizzata virtù democratica. Appadurai parla di capacità di «aspirare» degli impoveriti, quale fatto collettivo che si alimenta di culture condivise, in cui l’idea di cultura non è legata a «radici» e «storia» ma è prima di tutto il terreno di lenta rielaborazione condivisa e di rappresentazione dei futuri possibili. Nei suoi studi, dedicati in particolare allo Slum/Shackdwellwers international (Sdi, la rete internazionale degli abitanti delle baracche, presente soprattutto in India e Sudafrica ma con legami anche in America latina e con evidenti analogie con le periferie urbane occidentali) dimostra come la capacità di «aspirare» implichi questioni sociali, politiche, economiche, investa dottrine e norme, teorie e prassi. E includa il ricorso a strumenti metaforici, retorici, organizzativi pubblici.
Le «aspirazioni», spiega Appadurai in un libro brillante dal titolo «Le aspirazioni nutrono la democrazia» (et al. edizioni), hanno a che fare con i bisogni, le scelte, con le azioni, ma non sono mai semplicemente individuali, «come invece farebbe pensare il linguaggio dei bisogni e delle scelte», prendono sempre forma in stretta connessione con la vita sociale nelle periferie. In particolare, le aspirazioni a una vita migliore «tendono rapidamente a dissolversi e occultarsi dietro idee più concrete e tangibili, convenzioni relative al valore del matrimonio, del tempo libero, della convivenza, della rispettabilità, dell’amicizia, della salute e della virtù. Queste norme intermedie spesso si collocano al di sotto della superficie ed emergono solo in quanto specifici bisogni e scelte».
A proposito di povertà, Appadurai ricorda alcuni studi dai quali emergono tre atteggiamenti principali dei poveri rispetto alle norme dominanti delle società in cui vivono: ostilità, sottomissione, senso dell’ironia. Quest’ultimo è ciò che permette ai poveri di conservare una qualche dignità nelle peggiori condizioni di oppressione e di disuguaglianza. La capacità di esprimere una protesta è quindi capacità di avere aspirazioni, «l’una accelera l’emergere dell’altra». Le iniziative di protesta e di proposta sono spesso percorse «da uno spirito trasgressivo» che si esprime attraverso il linguaggio del corpo, lo stile dei discorsi e il modo nel quale ci si rivolge al pubblico. Gli uomini e le donne dei movimenti di protesta, ad esempio, si prendono continuamente in giro tra loro: in nessuno altro luogo, ricorda Appadurai, questo spirito ironico e ribelle «affiora in maniera tanto chiara quanto nei toilet festival», organizzati in India per trasformare il problema e l’umiliazione di fare i bisogni in pubblico, come avviene in ogni baraccopoli, «in uno spazio di innovazione tecnica, celebrazione collettiva e recita carnevalesca» in presenza di rappresentanti istituzionali.
Appadurai conclude ricordando come i movimenti dei poveri oggi lavorano sulla cosiddetta «democrazia profonda», ciò che li rende in grado di raggiungere risultati più importanti di quanto possono fare il mercato, lo stato e il mondo dei finanziamenti allo sviluppo. In questa prospettiva sono numerose le analogie con le analisi di Majid Rahnema e Jean Robert, autori di «La potenza dei poveri» (Jaka Book), secondo i quali il modo con il quale l’Occidente racconta l’universo degli impoveriti condanna «all’invisibilità, un modo di vita vernacolare, basato sui principi della povertà conviviale… L’homo oeconomicus (…) incarna un’idea della ricchezza quantificabile che è l’antitesi del senso della pienezza delle società ‘povere’. In queste ultime, le fonti della ricchezza non possono essere separate, estratte dalle relazioni umane vissute, dai doni e dai controdoni che formano la trama di un mondo di intersoggettività condivisa». Cosa rende davvero unica questo tipo di democrazia e questo modo di costruire relazioni sociali? Scrive Appadurai: «La capacità di rispondere all’emergenza con una politica della pazienza».





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