Scheda pubblicata su il manifesto del 30 giugno 2012. E se finalmente cominciassimo a pensare a Distretti e reti di economia solidale e ai temi della conversione ecologica e sociale?
Il «distretto industriale» è un insieme di piccole e medie imprese dello stesso territorio, che «fanno rete» specializzandosi in un segmento o prodotto della medesima produzione. Così prendono il nome dal luogo e dal settore (es. «il distretto della concia di Vicenza», quello «del coltello di Maniago», in Friuli, ecc.). Pur essendo presenti in tutto il mondo industriale, in Italia hanno assunto una rilevanza particolare, contemporaneamente alla crisi delle grandi imprese che alla fine degli anni ’70 intrapresero una profonda riorganizzazione, sia avviando azioni di decentramento produttivo sia sfruttando le potenzialità della specializzazione e della divisione del lavoro tra aziende di uno stesso settore. Così le caratteristiche e le tradizioni industriali (o artigianali) di un determinato territorio, divennero la condizione ambientale ideale per la nascita dei «distretti». Che, a partire dagli anni ’80, da noi sono diventati quasi una nuova ideologia per confermare il declino della grande impresa (cfr, Giacomo Becattini «Il distretto industriale, un nuovo modo di interpretare il cambiamento economico», Torino, 2000).
Nel «Belpaese» sono stati censiti più di 200 distretti, 42 nel solo Veneto. Molti di loro hanno un peso solo locale, ma alcuni sono riusciti ad assumere una rilevanza globale, soprattutto a partire dagli anni della «svalutazione competitiva» della lira, a ridosso della nascita dell’Euro. Sono ad alta intensità di lavoro e scarsa automazione, con imprese a bassa capitalizzazione, molto flessibili, adattabili ai cicli economici e alle innovazioni di nicchia.
La globalizzazione e la crisi stanno cambiando i distretti con una forte selezione interna. Secondo uno studio della «Fondazione Nord Est», hanno rotto i loro confini, allungato le reti di fornitura (da qui il neologismo «dislarghi»), «polarizzando il sistema imprenditoriale fra quanti riescono a tenere il passo e quanti arretrano». Inoltre «le imprese di media dimensione che internazionalizzano trascinano con sé all’estero tutti i subfornitori», creando dei vuoti nel distretto originario e cambiandone struttura sociale e divisione del lavoro a scapito delle mansioni operaie.
Città invisibile è un piccolo collettivo attento ai temi sociali e della decrescita, nato all’interno dell’omonima libreria (info [at] editoriadellapace [dot] org) dell’ex mattatoio di Testaccio.





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